Non mi è piaciuto un Barolo di Giuseppe Mascarello. Si può dire vero?

Non mi è piaciuto un Barolo di Giuseppe Mascarello. Si può dire vero?

Premessa: che dalla cantina Giuseppe Mascarello siano usciti (e continuino ad uscire) grandi vini è chiaro a tutti, basta citare il Monprivato per far scattare la scintilla in ogni vero amante del Barolo; ne è conferma l’entusiasmante verticale che poco tempo fa gli ha dedicato il team di Winezone nel Castello di Barolo.
Detto questo ho bevuto più volte il loro Barolo base 2009, che esce con la dicitura Barolo Dai Vigneti di Proprietà e sono rimasto davvero deluso. Ovvio non è uno dei loro single vineyard (Villero, Santo Stefano di Perno, Monprivato) ma viene prodotto unendo le uve di questi tre in annate minori, tra cui la 2009 di cui parlo qui. È uscito sul mercato alla modica cifra di 40 euro ed è andato esaurito in breve tempo, un po’ come tutti i vini del produttore. Un piccolo scandalo se penso ad alcuni Barolo 2009, francamente molto più buoni di questo e venduti a fatica nonostante un prezzo molto inferiore. Un chiaro esempio di acquirenti di etichette anzichè di vino.
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Giuseppe Mascarello – Barolo Dai Vigneti di Proprietà 2009
Il colore è classico e invitante, rubino scarico e luminoso, di media consistenza. Il naso pare subito in difficoltà, scarno: ciliegia sotto spirito e poco altro. Anche in bocca il frutto stenta ad emergere, poca polpa accanto ad un tannino secco ed asciugante. In definitiva, per il sottoscritto una bella delusione.
È proprio questo l’aspetto che mi piace meno dei loro vini, perchè accanto a capolavori assoluti si trovano vini che non hanno alcuna giustificazione per il prezzo che hanno, come con questo Barolo 2009 Dai Vigneti di Proprietà. E la costanza qualitativa non è un fattore secondario perchè fa di un buon produttore un grande produttore e soprattutto mi dà sicurezza nel metter mano al portafogli per acquistarne il vino.

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De Roerum Natura

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La situazione del Roero, il vino rosso a base Nebbiolo della sinistra Tanaro, oggi è un groviglio in cui si fatica a trovare il bandolo della matassa. Nonostante i dieci anni trascorsi dall’ottenimento della DOCG, questa denominazione stenta a fasi strada tra gli scaffali delle enoteche e sulle tavole, come dimostra l’esiguo numero di produttori roerini intenti a vendere il proprio Nebbiolo come Roero.
Su slowine.it (sito sempre più ben fatto) Michele Antonio Fino ha fatto il punto sulla possibilità che per far fronte a questo venga introdotta in etichetta, oltre alla scritta Roero, la dicitura ottenuto da uve Nebbiolo.
Amo il Roero e proprio per questo da un po’ di tempo mi sono fatto una mia opinione sulla situazione, partendo dal punto di vista più importante sulla vicenda, quello del consumatore.
Immaginatevi di fronte ad uno scaffale con diverse bottiglie di vino, prendiamo ad esempio quelli a base Nebbiolo piemontesi per fare un confronto tra i vicini del Roero in questione: Barolo, Barbaresco, Gattinara, Ghemme. Il nostro parte subito svantaggiato perchè gli altri sono tutti paesi, i nomi richiamano chiaramente il luogo di provenienza e, pur includendo altri comuni limitrofi nel disciplinare, identificano chiaramente la zona produttiva. Chiunque ad esempio può inserire il nome del vino Barolo su Google Maps e trovare il cuore della denominazione. Non è cosa da poco, soprattutto se abitate nell’altro emisfero. Ed infatti i dati delle vendite parlano chiaro: se si vuole vendere vino di qualità (con un prezzo adeguato che ripaghi degli sforzi) bisogna sempre più oltrepassare i confini nazionali: qui chi capirà una simile dicitura cervellotica tra mille etichette francesi, spagnole, cilene, australiane? Pensiamo davvero che il consumatore estero sappia tradurre la dicitura ottenuto da uve Nebbiolo?
La parola Nebbiolo è quella fondamentale perchè identifica il vitigno con cui è fatto il vino, è nota e permette un riconoscimento sicuro da parte del consumatore di ciò che c’è nella bottiglia. Nell’ottica vincente del less is more perchè diavolo scrivere Roero ottenuto da uve Nebbiolo quando basterebbe scrivere Roero Nebbiolo? Semplice ed efficace, un’ottima soluzione.
Sarebbe un buon punto di partenza per aiutare le vendite quello di sfruttare il nome del vitigno d’origine, magari ammettendo la facoltà del produttore di scegliere se scrivere Roero o Roero Nebbiolo.
Riportare in etichetta Nebbiolo inoltre, non è come scrivere ad esempio Pinot Noir: di quest’ultimo vitigno se ne trovano moltissime bottiglie prodotte fuori dalla zona d’origine, dagli States all’Australia, e in alcuni casi con ottimi risultati, ma sfido a elencarmi i nomi di buoni Nebbiolo prodotti al di fuori dalle nostre tre regioni vocate (Piemonte, Val d’Aosta e Valtellina).
Potrebbe essere l’occasione per mettere mano ad un disciplinare che è da rivedere anche in altri punti. Andrebbe finalmente introdotto il monovarietale sia per quando riguarda il Roero Arneis (uva Arneis) che per il Roero (uva Nebbiolo), oggi ancora legati ad un anacronistico 95%.
Si potrebbe dare il giusto tempo di maturazione al Roero Arneis consentendone la messa in commercio non prima della primavera successiva all’anno di vendemmia. (Ne scrivevo qui).
La questione più importante è far crescere la fiducia dei produttori nelle potenzialità del Roero, credendoci profondamente. Oggi chi crede nel Roero? Semplice: chi produce i vini di questo territorio rivendicandolo in etichetta con le due denominazioni Roero e Roero Arneis. Chi non ci crede invece sono i produttori roerini che non le rivendicano affatto, oppure che oltre a queste producono vini di denominazioni oggi più spendibili sul mercato: Barolo, Barbaresco, Moscato d’Asti, Gavi. Per far crescere un territorio bisogna camminarci sopra con entrambi i piedi ben saldi. Troppo comodo avere un piede di qua e uno di là dal Tanaro.

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