Declassare una perla enologica o delle folli commissioni d’assaggio

C’è un bicchiere di un grande bianco davanti a me mentre scrivo, orgoglio e miracolo dell’uomo e della terra. Ma la testa è altrove, pensieri che indugiano sul concetto di spesa come atto politico. Sì, quell’idea secondo cui comprare un prodotto anzichè un altro è un voto a favore o contro una certo modo di produrre. A parte il fatto che conoscere sul serio provenienza e composizione di un alimento che si acquista è quasi un’utopia oggi, a maggior ragione per il vino che può essere prodotto con una miriade di additivi legali senza dover riportare nulla in etichetta. Ma questo è un altro discorso.
Dicevo dell’idea di spesa come atto politico, per una volta anche in ambito vinicolo potete fare la differenza: smettete di comprare casse di insipido Fiano di Avellino DOCG a € 3.99 in GDO e spendete i danari risparmiati per procurarvi una bottiglia di Vigna della Congregazione 2012 declassato. Declassato?
Già, declassato a Campania Fiano IGP.
E dire che tal trattamento è stato riservato al Vigna della Congregazione di Villa Diamante dovrebbe far strabuzzare gli occhi a più di un amante del vino, non solo campano. L’illustre tafaziana commissione d’assaggio che assegna la DOCG ha bocciato il vino in prima e seconda battuta. Dunque niente fascetta oro per l’annata 2012 che uscirà in commercio come Campania Fiano IGT La Congregazione.
La vicenda è ben raccontata qui sul blog campaniastories.it da Paolo De Cristofaro, gran conoscitore della vitivinicoltura campana, andatevela a leggere.
La portata di questa bocciatura potrebbe essere spiegata ai digiuni di Fiano con un paio d’esempi: immaginate che vengano declassati un Barolo di Bartolo Mascarello oppure in Valpolicella un Amarone di Quintarelli oppure ancora un Brunello di Biondi Santi. Faccio questi esempi tanto per capirci, perchè il Vigna della Congregazione è un peso massimo tra i Fiano di Avellino. E questo lo sanno anche i muri.
Certo ha sempre la sua timbrica scontrosa da giovane, così come viene nell’interpretazione non interventista di Antoine Gaita nel territorio di Montefredane ma non teme rivali in eleganza ed emozione che può dare se lo si lascia riposare alcuni anni in bottiglia. E’ così anche per tanti altri grandi vini.
Non so cosa sia andato storto negli assaggi da far prendere tal decisione alla commissione ma per me c’è qualcosa che non torna. Insomma qual è il motivo? Dietro alla barricata di un generico “anomalie olfattive e gustative” tutto tace sulla precisa entità del difetto. Un silenzio assordante.
Il disciplinare a cui deve attenersi la commissione d’assaggio è piuttosto vago per quanto riguarda l’analisi organolettica, giustamente mi verrebbe da dire perchè se uno ha rispettato tutti gli altri parametri (zona di produzione, uvaggio, titolo alcolometrico, acidità, estratto non riduttore…) e poi le analisi chimiche confermano la salubrità del prodotto i vini risultanti saranno piuttosto omogenei. E vivaddio se in questo appiattimento sensoriale qualche produttore ci regala un vino con un briciolo di personalità.
Quindi cari enorivoluzionari, in barba alla folle commissione, mano al portafogli per comprare con manica larga il Campania Fiano 2012 di Villa Diamante. Mettetelo in cantina e stappate senza fretta negli anni a venire, sentirete che goduria.

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Villa Diamante – Fiano di Avellino Vigna della Congregazione 2009

Il Vigna della Congregazione 2009 oggi è giovane, dorato e luminoso, al naso è di una piacevolezza e pulizia cristalline con frutta gialla matura, accenni agrumati e di fiori di campo; poi tanta mineralità con una nota fumè presente ma non dominante perchè ben amalgamata. In bocca è leggiadro e sapido, di una capacità rinfrescante fuori dal comune. Insomma un Fiano con gli attributi, un grande bianco.
Una bocciatura in commissione di una perla del genere è una sconfitta per tutti gli amanti del vino e una vittoria dell’omologazione.
Armiamoci di cavatappi e ribelliamoci.

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Il Langhe Sauvignon Viridis di Burlotto

D’estate uno dei più grandi piaceri è godersi un vino la sera a mente sgombra, senza troppi pensieri. Meglio scegliere vini che ben si prestano ad esser bevuti freschi e non necessitano di complicati abbinamenti gastronomici coi quali non fanno mai la voce grossa. Prediligo certi vini di pancia, che si mostrano cristallini nella loro identità varietale e facilità di beva. Uno di questi è il Sauvignon Viridis di Burlotto, nella versione base è fermentato e affinato solo in acciaio.

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Burlotto – Langhe Sauvignon Viridis 2013
Il Viridis 2013 di Burlotto oggi è di una giovinezza esuberante, come suggerito dal nome è verdolino scarico, molto luminoso, rinfresca il palato solo a guardarlo. Ha un bouquet spiccatamente varietale, con toni vegetali e agrumati in primo piano che ricordano la scorza del lime. Il sorso è coerente e verticale, citrino e con un pizzico di sale, da beva compulsiva. Un vino di bella semplicità, come l’estate.

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L’invasione delle bollicine

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Estate, direzione mare: già in costume metto su il Ray-Ban nero d’ordinanza che fa molto rocker, passo al supermercato per comprare la crema solare e vedo il cartellone gigante riportante la scritta Trento Metodo Classico €2,90.

Momento, momento, momento!

Capisco la logica del prezzo ultra competitivo sull’articolo stagionale (sigh!) ma qui siamo all’eccesso.
Ma che diavolo è successo al mercato degli spumanti italiani se mi trovo un metodo classico a meno di 3 euro in GDO? Semplice, da qualche anno c’è una tremenda epidemia che ha copito piccole e grandi aziende vinicole italiane: produrre uno spumante.

Ovunque ti giri, da nord a sud dello stivale, senza dimenticare le isole, trovi cantine dov’è tutto un fiorire di champagnotte, tappi a corona e tappi a fungo, gabbiette e giropalette.
Evviva! Dunque tutti alle prese con le bollicine e il risultato è che oltre ad aver svalutato immagine e prezzo dello spumante ne hanno fatto colare a picco la qualità media. E non c’è da stupirsi se ora ti tirano dietro un metodo classico come fosse l’ennesimo, inutile, premio di consolazione della lotteria di paese.

Sminuito il mercato dei (pochi) luoghi della penisola in cui la bollicina ha davvero un ruolo centrale, Franciacorta, Oltrepò Pavese e Trentino ad esempio, oggi trovate bollicine locali dalla Val d’Aosta alla Sicilia senza soluzione di continuità.
Per non parlare della confusione nella ristorazione col cliente straniero, che oggi è quota di maggioranza un po’ ovunque: se arrivo in una qualunque regione italiana e trovo in carta una bollicina locale molto probabilmente la preferirò a quello spumante lombardo o trentino, semplicemente perchè è locale.

Il problema sono le denominazioni, la loro valorizzazione e non sarà certo questa jungla di nuovi prodotti a farci competere con i cugini francesi, anzi. Gli Champagne hanno un livello qualitativo medio più elevato, hanno il terroir, la storicità e, appunto, il fascino della denominazione. Noi invece sforniamo giornalmente l’ennesimo dubbio tentativo di spumantizzazione.

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Bolle al Rabajà, nel cuore del Barbaresco

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Taittinger – Champagne Brut Blanc de Blancs Grand Cru Comtes de Champagne 2000

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Jérôme Prévost – Champagne Extra Brut Blanc de Noirs La Closerie

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Veuve J. Lanaud – Champagne Brut Reserve

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Marie-Noëlle Ledru – Champagne Brut Ambonnay Grand Cru

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Egly-Ouriet – Champagne Brut Premier Cru Les Vignes de Vrigny

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Gosset – Champagne Brut Excellence 2000

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Andrea Arici – Franciacorta Dosaggio Zero Millesimato 2008

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Ca’ del Bosco – Franciacorta Satèn 2009

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Gancia – Alta Langa Brut Cuvée 60 Riserva 2004

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Gatinois – Champagne Brut Rosé Aÿ Grand Cru

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Cantina di Sorbara – Lambrusco di Sorbara Omaggio a Gino Friedmann 2013

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Bera – Alta Langa Brut

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Cascina Chicco – VSQ Cuvée Zero Rosé

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Enrico Serafino – Alta Langa Zero 2007

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