L’Hérzu 2013 ovvero perchè un Riesling piemontese è tra i più grandi bianchi italiani

Le occasioni per bere un grande bianco non mi capitano spesso, vuoi perchè vivo in una terra dove i rossi la fanno giustamente da padroni, vuoi per gusto personale. Ma quando capita non resta che tirar giù il cappello, soprattutto se ho bevuto un grande bianco della terra piemontese. Mi è successo tempo fa con il Timorasso Pitasso 2011 di Mariotto, poi con il Gavi Pisè 2010 de La Raia. Insomma se hai nel bicchiere un grande Chardonnay borgognone un po’ te lo aspetti ma da un Riesling piemontese ci rimani lì. Due anni fa avevo recensito l’Hérzu 2011 che mi era piaciuto parecchio ma questo 2013 è il miglior millesimo che io abbia bevuto. Premetto di non averle assaggiate tutte ma dalla 2009 in poi.

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Ettore Germano – Langhe Riesling Hérzu 2013
Il 2013 nella sua gioventù è la versione bevuta meno piaciona (leggi con meno residuo zuccherino), a differenza di alcune addietro che parevano percorrere quella strada. Il paglierino nel bicchiere è giovane e promettente, più esile che in altre annate, anche la consistenza pare inferiore. Il roteare nel bicchiere restituisce i fiori bianchi, l’erba falciata di fresco, gli agrumi. Un’estrema aderenza al vitigno con la mineralità forte e la minuta ed elegantissima nota d’idrocarburo in fieri. Il sorso è saporito, di un’acidità evidente e diretta, salata. Non basteranno le dita di due mani a contare i secondi in cui persiste in bocca.
È un grande Riesling che evolverà meravigliosamente, da comprare ora e stappare con calma nei prossimi anni. Bravo Sergio, chapeau!

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Occhio perchè all’Elba si fanno grandi vini

Sapete, siamo nel 2014 (ahimè quasi 2015) e non c’è praticamente più alcun luogo di questo pianeta su cui l’uomo non abbia poggiato i piedi. Discorso simile vale per la vitivinicoltura, anche di casa nostra. Inutile che ci lamentiamo dei vari Châteaux cinesi nati negli ultimi anni se poi nel Bel Paese ci ostiniamo a piantare viti ovunque. Dall’Alto Adige alla Sicilia non c’è regione senza la cosiddetta vocazione viticola che sarà indispensabile per vendere il vino ma -ad esempio- qualcuno deve spiegarmi dov’è in certe pianure bresciane coltivate a mais prima dell’invenzione della Franciacorta.
Se da un lato è vero che la penisola straripa di varietà indigene, non è certo solo necessario il vitigno autoctono di turno per fare un grande vino ma servono un territorio, storia e cultura. E tutto ciò è più raro di quel che si pensi, quindi prima o poi i nodi verranno al pettine.
Questo preambolo potrebbe calzare con l’Isola d’Elba, piccolo e grazioso lembo di terra immerso nel Tirreno, dove la vite è di gran lunga la coltura principale ma queste due bottiglie dicono che non è così.

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Acquabona – Elba Ansonica 2013
L’ansonica (o inzolia) è il principale vitigno a bacca bianca dell’isola anche se ha origini siciliane. Questo 2013 di Acquabona è di un giallo paglierino didattico, di poca consistenza al roteare il bicchiere. Ha un bouquet vegetale di erba falciata e un accenno agrumato ma è in bocca che stupisce: è fresco, sapido e incredibilmente beverino eppur mai banale. Io l’ho bevuto con il sushi ed era perfetto; immagino possa essere un grande compagno a tavola con un carpaccio di pesce freschissimo, magari proprio mentre siete all’Elba.

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Arrighi – Toscana IGT Tresse 2011
Il Tresse di Arrighi è un blend di sangiovese, sagrantino e syrah, tre S appunto. Un vino ben riuscito, affinato in terracotta e parte in barrique prima dell’assemblaggio. Il 2011 è rubino cupo, consistente, odora di mora e macchia mediterranea. In bocca ha carattere, il tannino del sagrantino si fa sentire ma non manca il fruttato del sangiovese e soprattutto del syrah a compensarlo. Vino di sicura longevità, almeno decennale. Darebbe filo da torcere a tanti IGT Toscana prodotti in continente, al di là del mare.

Le grandi potenzialità della vitivinicoltura dell’Elba oggi sono davvero poco espresse. Servirebbe un cantore innamorato di questi luoghi, delle sue vigne, dei vignaioli e dei vini, un po’ come lo è il buon Enofaber per la Valle d’Aosta. E spero arrivi presto, molto presto.

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Manni Nössing, non il solito Gewürztraminer

Fatico a bere il Gewürztraminer perchè lo trovo quasi sempre in versioni che mirano a esaltarne l’aromaticità, facendola diventare debordante e causa di saturazione immediata delle papille gustative. Per questo motivo non riesco mai ad apprezzarlo se non nell’ultimo bicchiere, quello a fine pasto, dove in fase di meditazione non rischia di rovinare l’abbinamento col cibo.
Quello di Manni Nössing, viticoltore in quel di Bressanone, è uno dei pochi Gewürztraminer ad uscire da questo schema, tutto giocato sulla finezza e l’equilibrio tra aromaticità e facilità di beva.

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Manni Nössing – Valle Isarco Gewürztraminer 2009
Nasce da sole uve gewürztraminer, si presenta giallo paglierino brillante, di buona consistenza. L’olfatto è intenso, fine, fragrante, con note agrumate di fiori d’arancio e di salvia. In bocca è fresco, di buona acidità e con sentori corrispondenti all’olfazione, quindi ritroviamo l’agrumato e una sensazione tattile a metà tra il calore dell’alcolicità e la morbidezza glicerica, equilibrata e di intensa persistenza. La produzione è di circa 7000 bottiglie all’anno, si trova in enoteca a meno di 15 euro.
Uno dei pochi Gewürztraminer realmente gastronomici, da bere con pesci e crostacei crudi per quanto mi riguarda.

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Vigne Marina Coppi – Timorasso Fausto 2010 (+ sushi)

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Irrinunciabile. Nella dieta settimanale un’abbuffata di sushi e sashimi non può mancare e se il problema più grande è che bevanda abbinare tra tè, sake o birra, bacchette in mano, io scelgo un grande bianco!

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Vigne Marina Coppi – Timorasso Fausto 2010
Ricordare il nonno dedicandogli un vino è pratica comune tra i produttori, ma se quel nonno è Fausto Coppi, l’airone di Castellania, e il vino in questione è un timorasso in purezza, carico di terroir tortonese, siamo fuori dall’ordinario.
Giallo paglierino limpido di buona intensità. Il naso è intrigante e complesso: emergono i fiori bianchi e un agrumato appena accennato. Una elegante speziatura di pepe bianco unita a una sensazione salina iodata, sullo sfondo una nota di cera-solvente che spesso ho sentito nel ligure Pigato. Il palato è scattante, di grande stoffa e potenza con l’alcolicità ben integrata nella struttura acida e una mineralità sorprendente che fa vibrare la lingua e godere moltissimo.
Un vino sapido e sgrassante, da provare col sushi o pesce e crostacei crudi in genere.
Il Timorasso, assieme ad altri “giganti” come Verdicchio e Fiano, è uno dei massimi bianchi autoctoni italiani, un vero orgoglio.

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