Della sera in cui la Barbera Monleale del tortonese asfaltò Asti e Alba

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Vigneti Massa – Colli Tortonesi Monleale 2009

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Giacomo Conterno – Barbera d’Alba Cascina Francia 2011

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Coppo – Barbera d’Asti Pomorosso 2011

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Olim Bauda – Barbera d’Asti Superiore Nizza 2011

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Marchesi Alfieri – Barbera d’Asti La Tota 2013

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Vietti – Barbera d’Alba Tre Vigne 2013

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Diffidate di chi fa troppi vini

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Qualche tempo fa mi sono trovato a discutere con un noto produttore di Langa sul perchè preferisco chi produce poche tipologie di vino. Mi spiego meglio: mettiamo che io abbia a disposizione 10 ettari vitati, avrò molto probabilmente tre o quattro varietà d’uva piantate su questi, si spera autoctone o per lo meno scelte in base a quelle che danno i migliori risultati nella zona. Questo vuol dire che se non decido di produrre un blend, le vinificherò separatamente per averne tre o quattro vini diversi. Benissimo, direi. Ma come la mettiamo con chi ha 10 varietà d’uva e anzichè tre o quattro vini ne produce 15?
una bollicina non dosata
una bollicina dosata
una bollicina rosè
un bianco in acciaio
un bianco in legno
un rosè (vuoi farti mancare il rosè??)
un rosso solo acciaio
un rosso in barrique
un rosso in botte grande
un rosso superiore riserva speciale affinato mille anni in legno del cretaceo
un bianco dolce
uno spumante dolce
un passito da uve bianche
un passito da uve rosse (lascia fare…)
un vino liquoroso

Io quando mi trovo di fronte a una simile lista di vini dubito delle capacità del produttore e glielo dico. Puoi anche essere un vignaiolo con tanti bravi collaboratori ma nessuno potrà mai convincermi che poni la stessa cura nel fare 15 vini anzichè tre o quattro. Semplicemente per una questione di numeri, di tempo dedicatogli, perchè nonostante tutti i tuoi sforzi la giornata dura per tutti 24 ore e un anno 365 giorni. Mi vien anche da pensare, di fronte a certi cataloghi con decine di pagine per presentare tutta la linea di produzione della cantina, che il produttore non abbia le idee ben chiare su quale direzione seguire. Magari negli anni ha provato a produrre diversi tipi di vino per vedere i risultati, ben venga il mettersi continuamente in gioco, ma manca la fase successiva, quella in cui si decide quali vini sono degni di esser fatti e quali no.
Queste lenzuolate di etichette che vedo spesso in giro sono figlie della mancanza di coraggio nel dirsi che certi vini si fanno solo perchè sono la moda del momento (ad esempio bollicine e rosè) oppure perchè ormai si è acquisita una clientela di affezionati a quel vino, che in realtà è una ciofeca ma piace tanto all’asiatico di turno.
La cura e la capacità di migliorarsi nell’affrontare annualmente la sfida con pochi vitigni/vini è la base per crescere ed affermarsi. Pensateci bene la prossima volta che visitate un produttore e volete acquistare i suoi vini, siete di fronte a un’ottima cantina quando seguono la regola aurea della semplicità: poche etichette – grande cura. Meno di 15 in linea di massima, molto meglio se meno della metà.
Less is more diceva qualcuno tempo fa. E secondo me aveva ragione.

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Non mi è piaciuto un Barolo di Giuseppe Mascarello. Si può dire vero?

Non mi è piaciuto un Barolo di Giuseppe Mascarello. Si può dire vero?

Premessa: che dalla cantina Giuseppe Mascarello siano usciti (e continuino ad uscire) grandi vini è chiaro a tutti, basta citare il Monprivato per far scattare la scintilla in ogni vero amante del Barolo; ne è conferma l’entusiasmante verticale che poco tempo fa gli ha dedicato il team di Winezone nel Castello di Barolo.
Detto questo ho bevuto più volte il loro Barolo base 2009, che esce con la dicitura Barolo Dai Vigneti di Proprietà e sono rimasto davvero deluso. Ovvio non è uno dei loro single vineyard (Villero, Santo Stefano di Perno, Monprivato) ma viene prodotto unendo le uve di questi tre in annate minori, tra cui la 2009 di cui parlo qui. È uscito sul mercato alla modica cifra di 40 euro ed è andato esaurito in breve tempo, un po’ come tutti i vini del produttore. Un piccolo scandalo se penso ad alcuni Barolo 2009, francamente molto più buoni di questo e venduti a fatica nonostante un prezzo molto inferiore. Un chiaro esempio di acquirenti di etichette anzichè di vino.
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Giuseppe Mascarello – Barolo Dai Vigneti di Proprietà 2009
Il colore è classico e invitante, rubino scarico e luminoso, di media consistenza. Il naso pare subito in difficoltà, scarno: ciliegia sotto spirito e poco altro. Anche in bocca il frutto stenta ad emergere, poca polpa accanto ad un tannino secco ed asciugante. In definitiva, per il sottoscritto una bella delusione.
È proprio questo l’aspetto che mi piace meno dei loro vini, perchè accanto a capolavori assoluti si trovano vini che non hanno alcuna giustificazione per il prezzo che hanno, come con questo Barolo 2009 Dai Vigneti di Proprietà. E la costanza qualitativa non è un fattore secondario perchè fa di un buon produttore un grande produttore e soprattutto mi dà sicurezza nel metter mano al portafogli per acquistarne il vino.

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De Roerum Natura

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La situazione del Roero, il vino rosso a base Nebbiolo della sinistra Tanaro, oggi è un groviglio in cui si fatica a trovare il bandolo della matassa. Nonostante i dieci anni trascorsi dall’ottenimento della DOCG, questa denominazione stenta a fasi strada tra gli scaffali delle enoteche e sulle tavole, come dimostra l’esiguo numero di produttori roerini intenti a vendere il proprio Nebbiolo come Roero.
Su slowine.it (sito sempre più ben fatto) Michele Antonio Fino ha fatto il punto sulla possibilità che per far fronte a questo venga introdotta in etichetta, oltre alla scritta Roero, la dicitura ottenuto da uve Nebbiolo.
Amo il Roero e proprio per questo da un po’ di tempo mi sono fatto una mia opinione sulla situazione, partendo dal punto di vista più importante sulla vicenda, quello del consumatore.
Immaginatevi di fronte ad uno scaffale con diverse bottiglie di vino, prendiamo ad esempio quelli a base Nebbiolo piemontesi per fare un confronto tra i vicini del Roero in questione: Barolo, Barbaresco, Gattinara, Ghemme. Il nostro parte subito svantaggiato perchè gli altri sono tutti paesi, i nomi richiamano chiaramente il luogo di provenienza e, pur includendo altri comuni limitrofi nel disciplinare, identificano chiaramente la zona produttiva. Chiunque ad esempio può inserire il nome del vino Barolo su Google Maps e trovare il cuore della denominazione. Non è cosa da poco, soprattutto se abitate nell’altro emisfero. Ed infatti i dati delle vendite parlano chiaro: se si vuole vendere vino di qualità (con un prezzo adeguato che ripaghi degli sforzi) bisogna sempre più oltrepassare i confini nazionali: qui chi capirà una simile dicitura cervellotica tra mille etichette francesi, spagnole, cilene, australiane? Pensiamo davvero che il consumatore estero sappia tradurre la dicitura ottenuto da uve Nebbiolo?
La parola Nebbiolo è quella fondamentale perchè identifica il vitigno con cui è fatto il vino, è nota e permette un riconoscimento sicuro da parte del consumatore di ciò che c’è nella bottiglia. Nell’ottica vincente del less is more perchè diavolo scrivere Roero ottenuto da uve Nebbiolo quando basterebbe scrivere Roero Nebbiolo? Semplice ed efficace, un’ottima soluzione.
Sarebbe un buon punto di partenza per aiutare le vendite quello di sfruttare il nome del vitigno d’origine, magari ammettendo la facoltà del produttore di scegliere se scrivere Roero o Roero Nebbiolo.
Riportare in etichetta Nebbiolo inoltre, non è come scrivere ad esempio Pinot Noir: di quest’ultimo vitigno se ne trovano moltissime bottiglie prodotte fuori dalla zona d’origine, dagli States all’Australia, e in alcuni casi con ottimi risultati, ma sfido a elencarmi i nomi di buoni Nebbiolo prodotti al di fuori dalle nostre tre regioni vocate (Piemonte, Val d’Aosta e Valtellina).
Potrebbe essere l’occasione per mettere mano ad un disciplinare che è da rivedere anche in altri punti. Andrebbe finalmente introdotto il monovarietale sia per quando riguarda il Roero Arneis (uva Arneis) che per il Roero (uva Nebbiolo), oggi ancora legati ad un anacronistico 95%.
Si potrebbe dare il giusto tempo di maturazione al Roero Arneis consentendone la messa in commercio non prima della primavera successiva all’anno di vendemmia. (Ne scrivevo qui).
La questione più importante è far crescere la fiducia dei produttori nelle potenzialità del Roero, credendoci profondamente. Oggi chi crede nel Roero? Semplice: chi produce i vini di questo territorio rivendicandolo in etichetta con le due denominazioni Roero e Roero Arneis. Chi non ci crede invece sono i produttori roerini che non le rivendicano affatto, oppure che oltre a queste producono vini di denominazioni oggi più spendibili sul mercato: Barolo, Barbaresco, Moscato d’Asti, Gavi. Per far crescere un territorio bisogna camminarci sopra con entrambi i piedi ben saldi. Troppo comodo avere un piede di qua e uno di là dal Tanaro.

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Siate assetati, siate curiosi!

Siate assetati, siate curiosi!

La maggior parte delle mie visite in cantina sono terminate giustamente con l’assaggio (e l’acquisto) nella sala degustazione, ammesso che esista. Spesso mi è capitato proprio in questi luoghi di vedere che il padrone di casa teneva esposte in bella vista come trofei i vetri che contenevano le migliori bevute della sua vita. E altrettanto spesso mi sono cadute le braccia nel vedere che non aveva la bottiglia di alcun produttore oltre ai suoi vini. Possibile? Nessun vino bevuto degno di ergersi al pari dei suoi capolavori? Ebbene sì, un po’ presuntuoso ma c’è di peggio: ho incontrato produttori che non hanno cultura del vino, a prescindere dall’esporre o meno memorie di grandi bevute in sala degustazione. Produttori che non conoscono nemmeno i fondamentali: inutile parlagli ad esempio dei grandi rossi da Sangiovese, Nebbiolo e Aglianico o dei bianchi da Verdicchio e Fiano. Nulla. Vuoto pneumatico. E mi è successo non solo in zone minori per la viticoltura ma anche nella tanto decantata Langa.
Tutto ciò non vuol affatto dire che questi non possano fare un buon vino, questo vale soprattutto per un mestiere artigianale, tramandato da padre in figlio, ma una minima apertura al mondo d’oggi è fondamentale. Come in ogni forma d’arte ci sono dei capi saldi imprescindibili. Non si può fare un grande vino senza esserne appassionati. Ed essere appassionati di vino, esserne cultori oggi in Italia, è anzitutto essere amanti della diversità. Il nostro orgoglio sono la miriade di piccole produzioni che sopravvivono e permettono di non omologare il gusto del vino. Cose che gran parte del mondo ci invidia.
D’altro canto ho conosciuto per fortuna produttori fortemente appassionati di vino, maniacali in alcuni casi. Stupendo è quando vai da loro e ti fanno anche assaggiare la bottiglia di un altro vignaiolo. Qui capisci che c’è cultura, non si ha paura del confronto e non ci si chiude nel proprio orticello. Qui c’è volontà di crescere, di capire cosa c’è di buono e cosa no nei vini dei colleghi. Volete fare un grande vino? Siate curiosi. Viaggiate per conoscere altri lidi e altre culture e quando siete lì provate i loro prodotti. Perchè è incontrando ciò che non conosciamo che si cresce, perchè nessuno si salva da solo.

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Contro gli Arneis natalizi

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Lo scorso anno raccontavo su parliamodivino della degustazione che avevo organizzato con 20 diversi Arneis 2012 alla cieca: il risultato fu un’interessante panoramica su un importante bianco autoctono piemontese. Rimanendo coi piedi ben saldi a terra, mi pare evidente che si tratti di un vitigno che può dare buoni vini, a volte buonissimi, ma non ha la caratura per produrre grandi vini. E comunque i grandi bianchi italiani si contano sulle dita di una mano. Detto questo dall’assaggio era emersa la propensione di alcuni Arneis all’invecchiamento: avevano sentori sconosciuti agli altri campioni, più complessi del classico fruttato-floreale, che crescevano d’intensità lasciandoli ossigenare lentamente nel bicchiere. Da allora non mi sono più fermato, assaggiando quando ne avevo la possibilità Arneis che avevano fino a 10 anni sulle spalle. Alcuni non erano più buoni nemmeno per sfumare il risotto, altri invece avevano acquisito carattere, spingendo forte sul pedale della mineralità. Cosa accomuna questi ultimi Arneis così buoni? Di certo il lavoro in vigna: un’ottima materia prima, uve sane, maturate nelle esposizioni migliori e colte al giusto grado di maturità. Ma è fondamentale il lavoro in cantina dove un prolungato affinamento sulle fecce fini rende il vino ricco e complesso, capace di far emergere col tempo quelle note sconosciute ai più. In definitiva, per produrre un Arneis di qualità superiore è necessario dargli il tempo di cui ha bisogno per crescere senza avere fretta di imbottigliarlo e venderlo. L’Arneis non è un vino natalizio come ci fanno credere tanti produttori svelti ad andare sul mercato con l’annata corrente prima delle feste. Anzi, sono proprio questi produttori a danneggiare l’immagine dell’Arneis, sia perchè alimentano la fama di vino senza capacità d’invecchiamento, sia perchè i loro Arneis non potranno che essere limitati nell’espressione gustativa al solo fruttato-floreale. Vini facili e insipidi, dal respiro corto, dal prendi i soldi e scappa, con tanti saluti al piacere di bere un vino maturo e di carattere.
E non è un caso che i prezzi delle uve e del vino, dopo un decennio di crescita continua (anche della superficie vitata) stiano calando. Le belle parole non bastano, produttori: spingete per modificare il disciplinare, consentendo la messa in commercio non prima della primavera successiva all’anno di vendemmia e le cose cambieranno.
Oppure attendetene il declino, brindando felici a Natale con un ottimo Arneis 2014.

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Il vino è una cosa semplice

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Succede a volte di vedersi omaggiate alcune bottiglie, di solito perchè il produttore vuole avere una mia opinione sui suoi vini. In questa categoria rientra il Langhe Nebbiolo 2011 di cui scrivo in questo post.

Nel momento in cui mi è stata regalata la bottiglia, la gentile proprietaria dell’azienda mi ha detto che è uno dei loro vini meglio riusciti.
Ecco, in tutta onestà, è tutt’altro che ben riuscito e spiego il perchè.
Stappato il Nebbiolo guardo titubante il color rubino cupo che ho nel bicchiere. Mi avvicino e vengo investito da una nota alcolica decisa. Lo lascio areare un po’ sperando di rimetterci il naso e trovare qualche frutto ma nulla. Dopo qualche minuto ulteriore d’attesa spunta dell’altro: un bel vanigliato deciso da barrique nuova, forte, fortissimo, quasi che la bottiglia da cui l’ho versato nel bicchiere fosse fatta di legno! E in bocca? Caldo, bruciante, ancora una volta segnato dall’alcol, talmente evidente da tirar via qualunque altra sensazione percepibile.
Curioso di sapere come viene prodotto cotanto vino, sono andato a vederne la scheda tecnica sul sito aziendale.

Vinificazione: dopo pigiadiraspatura, le due frazioni (quella liquida e quella solida) vengono lasciate macerare non prima, però, dell’inoculo dei lieviti selezionati. Prima del termine della fermentazione alcolica il prodotto è stato separato dalla frazione solida e travasato in barriques dove svolgerà gli ultimi gradi di zucchero e la fermentazione malolattica. Dopo travaso in acciaio e nuovamente in barriques fino a completamento del giusto affinamento.
Materiale delle vasche di fermentazione: acciaio/barriques di rovere da 225 litri.
Durata della fermentazione: 7 giorni
Durata della macerazione: 5 giorni

Tutto chiaro? Mica tanto dato che mi aspettavo solo di bere un buon Nebbiolo, scarico, giovane, fresco e giustamente tannico. Un Nebbiolo che sappia di Nebbiolo, semplice. Ma a volte sembra di chiedere troppo.

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Occhio perchè all’Elba si fanno grandi vini

Sapete, siamo nel 2014 (ahimè quasi 2015) e non c’è praticamente più alcun luogo di questo pianeta su cui l’uomo non abbia poggiato i piedi. Discorso simile vale per la vitivinicoltura, anche di casa nostra. Inutile che ci lamentiamo dei vari Châteaux cinesi nati negli ultimi anni se poi nel Bel Paese ci ostiniamo a piantare viti ovunque. Dall’Alto Adige alla Sicilia non c’è regione senza la cosiddetta vocazione viticola che sarà indispensabile per vendere il vino ma -ad esempio- qualcuno deve spiegarmi dov’è in certe pianure bresciane coltivate a mais prima dell’invenzione della Franciacorta.
Se da un lato è vero che la penisola straripa di varietà indigene, non è certo solo necessario il vitigno autoctono di turno per fare un grande vino ma servono un territorio, storia e cultura. E tutto ciò è più raro di quel che si pensi, quindi prima o poi i nodi verranno al pettine.
Questo preambolo potrebbe calzare con l’Isola d’Elba, piccolo e grazioso lembo di terra immerso nel Tirreno, dove la vite è di gran lunga la coltura principale ma queste due bottiglie dicono che non è così.

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Acquabona – Elba Ansonica 2013
L’ansonica (o inzolia) è il principale vitigno a bacca bianca dell’isola anche se ha origini siciliane. Questo 2013 di Acquabona è di un giallo paglierino didattico, di poca consistenza al roteare il bicchiere. Ha un bouquet vegetale di erba falciata e un accenno agrumato ma è in bocca che stupisce: è fresco, sapido e incredibilmente beverino eppur mai banale. Io l’ho bevuto con il sushi ed era perfetto; immagino possa essere un grande compagno a tavola con un carpaccio di pesce freschissimo, magari proprio mentre siete all’Elba.

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Arrighi – Toscana IGT Tresse 2011
Il Tresse di Arrighi è un blend di sangiovese, sagrantino e syrah, tre S appunto. Un vino ben riuscito, affinato in terracotta e parte in barrique prima dell’assemblaggio. Il 2011 è rubino cupo, consistente, odora di mora e macchia mediterranea. In bocca ha carattere, il tannino del sagrantino si fa sentire ma non manca il fruttato del sangiovese e soprattutto del syrah a compensarlo. Vino di sicura longevità, almeno decennale. Darebbe filo da torcere a tanti IGT Toscana prodotti in continente, al di là del mare.

Le grandi potenzialità della vitivinicoltura dell’Elba oggi sono davvero poco espresse. Servirebbe un cantore innamorato di questi luoghi, delle sue vigne, dei vignaioli e dei vini, un po’ come lo è il buon Enofaber per la Valle d’Aosta. E spero arrivi presto, molto presto.

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Declassare una perla enologica o delle folli commissioni d’assaggio

C’è un bicchiere di un grande bianco davanti a me mentre scrivo, orgoglio e miracolo dell’uomo e della terra. Ma la testa è altrove, pensieri che indugiano sul concetto di spesa come atto politico. Sì, quell’idea secondo cui comprare un prodotto anzichè un altro è un voto a favore o contro una certo modo di produrre. A parte il fatto che conoscere sul serio provenienza e composizione di un alimento che si acquista è quasi un’utopia oggi, a maggior ragione per il vino che può essere prodotto con una miriade di additivi legali senza dover riportare nulla in etichetta. Ma questo è un altro discorso.
Dicevo dell’idea di spesa come atto politico, per una volta anche in ambito vinicolo potete fare la differenza: smettete di comprare casse di insipido Fiano di Avellino DOCG a € 3.99 in GDO e spendete i danari risparmiati per procurarvi una bottiglia di Vigna della Congregazione 2012 declassato. Declassato?
Già, declassato a Campania Fiano IGP.
E dire che tal trattamento è stato riservato al Vigna della Congregazione di Villa Diamante dovrebbe far strabuzzare gli occhi a più di un amante del vino, non solo campano. L’illustre tafaziana commissione d’assaggio che assegna la DOCG ha bocciato il vino in prima e seconda battuta. Dunque niente fascetta oro per l’annata 2012 che uscirà in commercio come Campania Fiano IGT La Congregazione.
La vicenda è ben raccontata qui sul blog campaniastories.it da Paolo De Cristofaro, gran conoscitore della vitivinicoltura campana, andatevela a leggere.
La portata di questa bocciatura potrebbe essere spiegata ai digiuni di Fiano con un paio d’esempi: immaginate che vengano declassati un Barolo di Bartolo Mascarello oppure in Valpolicella un Amarone di Quintarelli oppure ancora un Brunello di Biondi Santi. Faccio questi esempi tanto per capirci, perchè il Vigna della Congregazione è un peso massimo tra i Fiano di Avellino. E questo lo sanno anche i muri.
Certo ha sempre la sua timbrica scontrosa da giovane, così come viene nell’interpretazione non interventista di Antoine Gaita nel territorio di Montefredane ma non teme rivali in eleganza ed emozione che può dare se lo si lascia riposare alcuni anni in bottiglia. E’ così anche per tanti altri grandi vini.
Non so cosa sia andato storto negli assaggi da far prendere tal decisione alla commissione ma per me c’è qualcosa che non torna. Insomma qual è il motivo? Dietro alla barricata di un generico “anomalie olfattive e gustative” tutto tace sulla precisa entità del difetto. Un silenzio assordante.
Il disciplinare a cui deve attenersi la commissione d’assaggio è piuttosto vago per quanto riguarda l’analisi organolettica, giustamente mi verrebbe da dire perchè se uno ha rispettato tutti gli altri parametri (zona di produzione, uvaggio, titolo alcolometrico, acidità, estratto non riduttore…) e poi le analisi chimiche confermano la salubrità del prodotto i vini risultanti saranno piuttosto omogenei. E vivaddio se in questo appiattimento sensoriale qualche produttore ci regala un vino con un briciolo di personalità.
Quindi cari enorivoluzionari, in barba alla folle commissione, mano al portafogli per comprare con manica larga il Campania Fiano 2012 di Villa Diamante. Mettetelo in cantina e stappate senza fretta negli anni a venire, sentirete che goduria.

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Villa Diamante – Fiano di Avellino Vigna della Congregazione 2009

Il Vigna della Congregazione 2009 oggi è giovane, dorato e luminoso, al naso è di una piacevolezza e pulizia cristalline con frutta gialla matura, accenni agrumati e di fiori di campo; poi tanta mineralità con una nota fumè presente ma non dominante perchè ben amalgamata. In bocca è leggiadro e sapido, di una capacità rinfrescante fuori dal comune. Insomma un Fiano con gli attributi, un grande bianco.
Una bocciatura in commissione di una perla del genere è una sconfitta per tutti gli amanti del vino e una vittoria dell’omologazione.
Armiamoci di cavatappi e ribelliamoci.

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L’invasione delle bollicine

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Estate, direzione mare: già in costume metto su il Ray-Ban nero d’ordinanza che fa molto rocker, passo al supermercato per comprare la crema solare e vedo il cartellone gigante riportante la scritta Trento Metodo Classico €2,90.

Momento, momento, momento!

Capisco la logica del prezzo ultra competitivo sull’articolo stagionale (sigh!) ma qui siamo all’eccesso.
Ma che diavolo è successo al mercato degli spumanti italiani se mi trovo un metodo classico a meno di 3 euro in GDO? Semplice, da qualche anno c’è una tremenda epidemia che ha copito piccole e grandi aziende vinicole italiane: produrre uno spumante.

Ovunque ti giri, da nord a sud dello stivale, senza dimenticare le isole, trovi cantine dov’è tutto un fiorire di champagnotte, tappi a corona e tappi a fungo, gabbiette e giropalette.
Evviva! Dunque tutti alle prese con le bollicine e il risultato è che oltre ad aver svalutato immagine e prezzo dello spumante ne hanno fatto colare a picco la qualità media. E non c’è da stupirsi se ora ti tirano dietro un metodo classico come fosse l’ennesimo, inutile, premio di consolazione della lotteria di paese.

Sminuito il mercato dei (pochi) luoghi della penisola in cui la bollicina ha davvero un ruolo centrale, Franciacorta, Oltrepò Pavese e Trentino ad esempio, oggi trovate bollicine locali dalla Val d’Aosta alla Sicilia senza soluzione di continuità.
Per non parlare della confusione nella ristorazione col cliente straniero, che oggi è quota di maggioranza un po’ ovunque: se arrivo in una qualunque regione italiana e trovo in carta una bollicina locale molto probabilmente la preferirò a quello spumante lombardo o trentino, semplicemente perchè è locale.

Il problema sono le denominazioni, la loro valorizzazione e non sarà certo questa jungla di nuovi prodotti a farci competere con i cugini francesi, anzi. Gli Champagne hanno un livello qualitativo medio più elevato, hanno il terroir, la storicità e, appunto, il fascino della denominazione. Noi invece sforniamo giornalmente l’ennesimo dubbio tentativo di spumantizzazione.

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