Appunti toscani della scorsa estate

Appunti toscani della scorsa estate

San Galgano in Colle Val d’Elsa

Quand’è che mi ero stufato dei vini toscani? Un paio di anni fa, dopo qualche Brunello di alta gamma deludente, qualche taglio bordolese iper ammorbidito, mi ero arreso e avevo spostato la mia attenzione su altri vini. Ma da inizio estate 2014 le cose sono cambiate, complice uno splendido viaggio in terra toscana.

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Montenidoli – Vernaccia di San Gimignano Tradizionale 2012
Andiamo con ordine e partiamo dal bianco, e che bianco: la Vernaccia Tradizionale 2012 di Montenidoli. Tradizionale perchè macera un poco con le bucce, al naso ha un fiore pallido e appena accennato accanto ad una mineralità sferzante. In bocca è un rosso vestito da bianco, non certo un campione di complessità e finezza ma è la sua natura. Acidità e salinità la fanno da padrone, rendendo il sorso diritto, robusto, capace di tirare come un mulo un boccone di cibo. Bianco sconsigliato per l’aperitivo, da bere invece senza paura a tutto pasto, anche non troppo fresco.

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Castello di Monsanto – Chianti Classico 2011
Quasi esclusivamente uva sangiovese (90%) con un piccolo saldo di canaiolo e colorino, vinificazione in acciaio e affinamento di un anno in botte grande. È rubino, ben più cupo di ciò che ci si attenderebbe da un Chianti Classico. Profuma dapprima di viola e petunia poi via via acquista profondità ed emergono il frutto ben maturo e una nota terrosa. Si beve chè una meraviglia, saporito, non lascia deluso nemmeno un angolo del palato e rimane a lungo, in bocca ed in testa.
Se lo trovate in giro non fatevelo scappare, costa circa dieci euro ma ne vale molti di più.

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Le Ragnaie – Chianti Colli Senesi 2012
Signori giù il cappello davanti al Chianti Colli Senesi 2012 di Riccardo Campinoti! Un sangiovese di Montalcino in purezza che gioca in punta di fioretto. Le uve sono declassate alla produzione di Chianti Colli Senesi perchè cresciute oltre i 600m e quindi fuori disciplinare ma la stoffa c’è tutta e si sente: punge il naso con i frutti rossi maturi ed in bocca ha un equilibrio mirabile tra freschezza ed avvolgenza. Piaciuto molto, anche più del Rosso di Montalcino pari annata che aveva l’alcol un po’ fuori dalle righe. Grande vino a tavola e grande rapporto qualità/prezzo: acquistato a 8 euro in cantina.

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Ancora Toscana, fortissimamente Toscana: il Rosso di Montalcino di Baricci

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Nella parte nord-occidentale del comune di Montalcino, sulla collina di Montosoli, i Baricci coltivano sangiovese da tre generazioni dal lontano 1955. La famiglia Baricci è una realtà fondante nel panorama ilcinense, di quelle che non hanno tradito la propria origine continuando a produrre dai 5 ettari di vigneti Rosso e Brunello di Montalcino d’impostazione tradizionale.

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Baricci – Rosso di Montalcino 2012

La veste del 2012 è rubino, luminoso per la luce che lo attraversa con facilità. Al naso si svela lentamente e forse mai del tutto, partendo dai frutti rossi maturi e andando in profondità con note ematiche.
In bocca è uno spettacolo decisamente più disvelato: ha bella polpa, freschezza e una scia sapida e ferrigna continua e ben in evidenza. Un sorso di carattere dove il tannino non manca di vigoria, senza per questo appesantirne la bevibilità. Un vino che chiama cibo, meglio se accompagnato a qualche primo o secondo tradizionale toscano. Questo 2012, acquistato a una decina di euro, rafforza la convinzione che quello di Baricci sia il miglior Rosso di Montalcino per qualità/prezzo in circolazione.

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Occhio perchè all’Elba si fanno grandi vini

Sapete, siamo nel 2014 (ahimè quasi 2015) e non c’è praticamente più alcun luogo di questo pianeta su cui l’uomo non abbia poggiato i piedi. Discorso simile vale per la vitivinicoltura, anche di casa nostra. Inutile che ci lamentiamo dei vari Châteaux cinesi nati negli ultimi anni se poi nel Bel Paese ci ostiniamo a piantare viti ovunque. Dall’Alto Adige alla Sicilia non c’è regione senza la cosiddetta vocazione viticola che sarà indispensabile per vendere il vino ma -ad esempio- qualcuno deve spiegarmi dov’è in certe pianure bresciane coltivate a mais prima dell’invenzione della Franciacorta.
Se da un lato è vero che la penisola straripa di varietà indigene, non è certo solo necessario il vitigno autoctono di turno per fare un grande vino ma servono un territorio, storia e cultura. E tutto ciò è più raro di quel che si pensi, quindi prima o poi i nodi verranno al pettine.
Questo preambolo potrebbe calzare con l’Isola d’Elba, piccolo e grazioso lembo di terra immerso nel Tirreno, dove la vite è di gran lunga la coltura principale ma queste due bottiglie dicono che non è così.

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Acquabona – Elba Ansonica 2013
L’ansonica (o inzolia) è il principale vitigno a bacca bianca dell’isola anche se ha origini siciliane. Questo 2013 di Acquabona è di un giallo paglierino didattico, di poca consistenza al roteare il bicchiere. Ha un bouquet vegetale di erba falciata e un accenno agrumato ma è in bocca che stupisce: è fresco, sapido e incredibilmente beverino eppur mai banale. Io l’ho bevuto con il sushi ed era perfetto; immagino possa essere un grande compagno a tavola con un carpaccio di pesce freschissimo, magari proprio mentre siete all’Elba.

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Arrighi – Toscana IGT Tresse 2011
Il Tresse di Arrighi è un blend di sangiovese, sagrantino e syrah, tre S appunto. Un vino ben riuscito, affinato in terracotta e parte in barrique prima dell’assemblaggio. Il 2011 è rubino cupo, consistente, odora di mora e macchia mediterranea. In bocca ha carattere, il tannino del sagrantino si fa sentire ma non manca il fruttato del sangiovese e soprattutto del syrah a compensarlo. Vino di sicura longevità, almeno decennale. Darebbe filo da torcere a tanti IGT Toscana prodotti in continente, al di là del mare.

Le grandi potenzialità della vitivinicoltura dell’Elba oggi sono davvero poco espresse. Servirebbe un cantore innamorato di questi luoghi, delle sue vigne, dei vignaioli e dei vini, un po’ come lo è il buon Enofaber per la Valle d’Aosta. E spero arrivi presto, molto presto.

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Due splendide cartoline dalla Toscana

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Bucciarelli – Chianti Classico 2008
Ezio e Massimo Bucciarelli dell’Antico Podere Casanova producono a Castellina uno dei Chianti Classico più rustici e al tempo stesso più fedeli al terroir.
Il Chianti Classico 2008 è rubino carico, materico, granato sull’unghia, profuma di ciliegie, fiori di geranio e terra bagnata. Il sorso è al pieno della godibilità, fatto di ciliegie sotto spirito ed una squillante arancia sanguinella, di sottobosco con foglie secche e sensazioni terrose. Bottiglia da bere e ribere senza moderazione, la cui unica pecca è la difficoltà nel reperirla se non in loco. Colpa della modica quantità prodotta e del prezzo interessantissimo, poco più di 10 euro in enoteca. Avanti così!

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Poderi Sanguineto I e II – Vino Nobile di Montepulciano 2011
Il Nobile di Montepulciano di Poderi Sanguineto è un’interpretazione tradizionalissima: sangiovese (nel clone prugnolo gentile) unito agli autoctoni canaiolo nero e mammolo, lunghe macerazioni e affinamento di due anni in grandi botti di rovere. Il Nobile 2011 è leggiadria e complessità assieme. La veste è di un luminoso rosso rubino, ha un naso di piccoli frutti rossi e spezie, in bocca ha un guizzo fresco, sapido e ancora speziato, sul finale lascia una profonda nota di radici e liquirizia. Un vino importante ma non pomposo, a conferma di quanto la sia moderna la classicità.

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Nel vino cerco un luogo e un tempo

Come sempre mi capita ho visto con gran piacere il filmato in cui Mauro Fermariello intervista i produttori presenti a Villa Favorita 2014 chiedendo loro cosa cercano in un vino.
La domanda è tutt’altro che banale, soprattutto se rivolta a persone che a vario titolo fanno parte del variegato enomondo, siano esse produttori, commercianti, consumatori. Già, perchè ci ostiniamo a discutere animatamente con ogni mezzo su questo o quell’aspetto, ma esattamente cosa cerchiamo in un vino?
In primis mi viene da pensare che rispondere a una domanda del genere è questione di cultura, di esperienza nell’assaggio; ma resta una traccia di fondo, un filo conduttore, ed è che io nel vino cerco un luogo e un tempo.
Il luogo e il tempo in cui l’uomo ha scelto di mettere a dimora una barbatella di vite, il dove e il quando ne ha accudito la crescita e ne ha colto i frutti, la cantina in cui li ha vinificati e lo scorrere del tempo nell’affinarlo, e poi ancora quello trascorso in bottiglia in casa di un privato o viaggiando per il mondo, prima di essere bevuto. Perchè bere un vino lo fa per sempre nostro. E un filo lega l’istante in cui lo facciamo al luogo e al tempo in cui è nato, a un dove e un quando che si fanno materia viva in noi.

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Lisini – Rosso di Montalcino 2010
Tutto questo lo trovate nel Rosso di Montalcino di Lisini, sangiovese fermentato in cemento e affinato in grandi botti di rovere di Slavonia. L’annata 2010 ha grinta da vendere, frutti rossi maturi, decisa sapidità e un calore alcolico che lascia un filo scoperto il frutto (ma sono inezie).

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Lisini – Rosso di Montalcino 2012
Il 2012 profuma di viola, frutti rossi maturi, spezie e pur nella sua giovane freschezza, gode già di un buon equilibrio in bocca.
Bevetene un sorso e sarete subito trasportati a Montalcino in quelle annate.
Troverete un luogo e un tempo che, in fondo, sono della stessa natura.

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Grandi (pesci) Rossi d’Aprile

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Delamotte – Champagne Brut MG

Alain Hudelot-Noellat – Les Suchots Vosne-Romanee Premier Cru 2009
Fontodi – Flaccianello della Pieve 2009
Clerico – Barolo Percristina 2001
Roagna – Barbaresco Asili Vecchie Viti 2008
Tenuta San Guido – Bolgheri Sassicaia 1998
Rocche dei Manzoni – Barolo Vigna Cappella Santo Stefano 2004
Tedeschi – Amarone Classico della Valpolicella 2003
Vajra – Langhe PN Q497 2010
Cavallotto – Barolo Riserva Vignolo 2005
Abbatucci –  Cuvée Collection Rouge Ministre Impérial 2012
Borgo La Gallinaccia – Rosso Sebino Colmo dei Colmi 2009

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Colossale degustazione dicembrina

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Tenuta San Guido – Le Difese 2009 (+ E.N. dei Baustelle)

Cenetta semplice in coppia: antipasto e primo, candele e incensi a profusione, la voce di Bianconi dei Baustelle in sottofondo (pura poesia, vedi sotto), un rosso toscano non troppo impegnativo.

Tenuta San Guido – Le Difese 2009
Alla vista è rubino carico di buona densità; profuma intensamente di more e prugne in confettura, di erbe fresche di macchia mediterranea. In bocca ha una grande spinta acida che lo rende beverino, mora e mirtillo, sensazioni vegetali e fruttate con tannini sommessi, un lungo finale tutto sul frutto.
Un vino che si concede facilmente, libertino, per quando avete la testa altrove o rapita dalla donna con cui cenate. Una bottiglia in due è la dose minima consigliata, per 15 euro non ve ne pentirete.

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