Della cena al Fra Fiusch di Moncalieri e del Nebbiolo di Principiano

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Inizia il 2016 ed è tempo di bilanci: nell’anno appena concluso la miglior tavola provata è quella de La Taverna di Fra Fiusch in frazione Revigliasco di Moncalieri. L’ambiente è caldo e accogliente, non troppo formale e fa subito intuire che si bada più alla sostanza che all’apparenza, sedendosi nella veranda con ampie vetrate al piano superiore si gode una bella vista sulle colline sottostanti. Ho provato i due menù proposti in carta (rispettivamente 35 euro e 45 euro) con cui si assaggiano quasi tutti i piatti del locale. Tra questi segnalo l’insalata tiepida di porcini e pesche, un antipasto sublime, gli agnolotti d’asino al Barbera, finalmente non si lesina sulla quantità del fondo vinoso, il piccione cotto al sangue, tenerissimo, ed infine la finanziera, una versione definitiva del piatto, da sola vale il viaggio.

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Porcini e pesche

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Agnolotti d'asino al Barbera

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Finanziera

Ad accompagnare tutto questo ben di Dio è venuto in soccorso un Nebbiolo langhetto di grande stoffa: il Coste 2013 di Ferdinando Principiano. Il produttore di Monforte non ha bisogno di presentazioni, i suoi vini hanno cambiato stile nel corso degli anni passando dal moderno spinto degli anni ’90 in cui macerazioni brevi e barriques la facevano da padrone, al lavoro certosino in vigna con rese per ceppo estremamente contenute negli anni 2000, all’approdo odierno: uno stile non interventista sia in vigna che in cantina, che dona vini sinceri, autentiche cartine tornasole dell’annata, nel bene e nel male.

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Ferdinando Principiano – Langhe Nebbiolo Coste 2013
Color rubino senza cedimenti, il naso è di frutti rossi, appena vegetale e pepato. In bocca com’era prevedibile è giovane sia nei sentori che nella dinamica gustativa: ancora frutti rossi croccanti, tannini in evidenza sia per quantità ma soprattutto per qualità, fini e gustosi.
Un Langhe Nebbiolo molto buono già oggi ma ottimo tra qualche anno. Se questa è la materia, aumentano ulteriormente le aspettative per i Barolo 2013, annata da non perdere.

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Enodiario da Santorini, un paradiso precario

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Santorini è bianco, blu e nero. Bianco delle case e delle chiese, accecante per il sole a mezzogiorno, dolce come il miele al tramonto. Blu del mare e del cielo uniti a perdita d’occhio in un abbraccio intenso e profondo. Nero del vulcano, delle sue interioria sputate fuori nei secoli, rocce arroventate dal sole e scalfite dal vento. Santorini è vivere alla giornata in un luogo che solo qualche generazione fa non era così com’è oggi, è un paradiso precario e le sue vigne sono l’essenza di questa filosofia.

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Prepararevi a non vedere i classici filari pettinati ma troverete viti a piede franco basse, rasenti al suolo, protette dai venti da muretti a secco e da un sistema di potatura a cestino. Tutto ciò rende la meccanizzazione impossibile e il costo di manodopera per coltivare il vigneto molto elevato, in parte compensato da una quasi totale assenza di trattamenti fitosanitari.
Stupefacente la varietà ampelografica di decine di autoctoni per un’isoletta di neanche 80 km². Sono tre i bianchi principali, assyrtiko, aidani, athiri e due i rossi, mavrotragano e mandilaria.
L’assyrtiko è senz’altro il fuoriclasse della batteria, tanto che occupa i tre quarti della superficie vitata di Santorini. È un bianco strutturato, nonostante il sole rovente dell’isola conserva una spina dorsale fresca ed acida che rende il sorso gustoso ma diritto e lo sostiene nell’invecchiamento che può arrivare anche a 10 anni.
L‘athiri evidenzia fin dal nome le sue radici isolane (l’antico nome di Santorini è Thira, oggi nome della città principale). In purezza è leggermente aromatico, di moderata alcolicità ed acidità. In molti casi l’athiri viene unito all’assyrtiko per renderne il sorso più snello e fruttato.
L’aidani è un’uva aromatica, produce vini di poco corpo e bassa acidità. Esistono alcuni esempi di vinificazione in purezza, ma solitamente anch’esso viene assemblato con l’assirtiko, specie nel caso si produca il Vinsanto da uve passite.
Il mavrotragano è un’uva a bacca rossa autoctona di buone potenzialità, la più interessante che abbia assaggiato. Produce un rosso corposo, molto minerale, con tannini fini e saporiti, che ben si presta all’affinamento in legno.
La mandilaria è il rosso autoctono più diffuso sull’isola, dona vini profumati, molto intensi nel colore, leggeri in alcol, corpo ed acidità. Viene vinificata in purezza o assemblaggio e spesso i grappoli vengono lasciati disidratare naturalmente al sole per produrne un passito.
Le cantine che vinificano a Santorini non sono molte, poco più di una decina, ed è diffusa la pratica tra i piccoli viticoltori di conferire le uve a queste ultime, non avendo l’attrezzatura necessaria per produrre in proprio il vino.
Le principali sono:
Art Space Winery
Argyros
Atzidakis
Santo Wines
Sigalas
Antoniou
Boutari
Roussos
Gaia
Gavalas
Volcan Wines
Come detto, alcune cantine vinificano sia uve di proprietà che acquistate, altre solamente uve di proprietà, alcune di esse poi fanno parte di realtà imprenditoriali molto più ampie, con zone di produzione vinicola anche su altre isole greche o nei dintorni di Atene. Trovate in grassetto le più importanti (sia a livello qualitativo che per reperibilità), nelle quali la visita è quasi un obbligo per ogni winelover in vacanza a Santorini che si rispetti. Una nota dolente ma evidentissima è come il paesaggio dell’isola sia oggetto di una cementificazione costante, diretta conseguenza del crescente flusso turistico. Scegliere prodotti locali, far visita ai produttori e acquistare il frutto dei loro sforzi è un modo per contrastare questa tendenza e salvaguardare un paesaggio unico: pomodori, fichi, capperi, pistacchi e, ovviamente, vino. Un modo per contribuire a preservare un delicato paradiso, e portare via con sè un po’ di quel bianco, blu e nero che è Santorini.
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Non mi è piaciuto un Barolo di Giuseppe Mascarello. Si può dire vero?

Non mi è piaciuto un Barolo di Giuseppe Mascarello. Si può dire vero?

Premessa: che dalla cantina Giuseppe Mascarello siano usciti (e continuino ad uscire) grandi vini è chiaro a tutti, basta citare il Monprivato per far scattare la scintilla in ogni vero amante del Barolo; ne è conferma l’entusiasmante verticale che poco tempo fa gli ha dedicato il team di Winezone nel Castello di Barolo.
Detto questo ho bevuto più volte il loro Barolo base 2009, che esce con la dicitura Barolo Dai Vigneti di Proprietà e sono rimasto davvero deluso. Ovvio non è uno dei loro single vineyard (Villero, Santo Stefano di Perno, Monprivato) ma viene prodotto unendo le uve di questi tre in annate minori, tra cui la 2009 di cui parlo qui. È uscito sul mercato alla modica cifra di 40 euro ed è andato esaurito in breve tempo, un po’ come tutti i vini del produttore. Un piccolo scandalo se penso ad alcuni Barolo 2009, francamente molto più buoni di questo e venduti a fatica nonostante un prezzo molto inferiore. Un chiaro esempio di acquirenti di etichette anzichè di vino.
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Giuseppe Mascarello – Barolo Dai Vigneti di Proprietà 2009
Il colore è classico e invitante, rubino scarico e luminoso, di media consistenza. Il naso pare subito in difficoltà, scarno: ciliegia sotto spirito e poco altro. Anche in bocca il frutto stenta ad emergere, poca polpa accanto ad un tannino secco ed asciugante. In definitiva, per il sottoscritto una bella delusione.
È proprio questo l’aspetto che mi piace meno dei loro vini, perchè accanto a capolavori assoluti si trovano vini che non hanno alcuna giustificazione per il prezzo che hanno, come con questo Barolo 2009 Dai Vigneti di Proprietà. E la costanza qualitativa non è un fattore secondario perchè fa di un buon produttore un grande produttore e soprattutto mi dà sicurezza nel metter mano al portafogli per acquistarne il vino.

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Vinitaly 2015: i 20 produttori (uno per regione) da non perdere

Vinitaly 2015: i 20 produttori (uno per regione) da non perdere

Puntuale come il Natale anche quest’anno arriva a Verona il Vinitaly dal 22 al 25 marzo. Edizione importante la 2015 perchè sarà l’ultima prova generale prima dell’imminente Expo di Milano in cui proprio il padiglione vino è stato affidato alla gestione di Veronafiere. Sfogliando l’elenco degli espositori dal catalogo c’è da perdersi perciò ancora una volta urge una guida, questa volta minimal che più minimal non si può. Dopo l’elenco dei migliori stand fatto lo scorso anno ho scelto un solo produttore imperdibile per ogni regione, compito arduo se non impossibile ma tant’è.
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Valle d’Aosta
Lo Triolet – Introd (AO)
Pad. 12 Stand B3 – C3
Marco Martin produce vini precisi e puliti: Pinot Gris sempre ai massimi livelli, Pinot Noir e Gamay di rara bontà.

Piemonte
Giuseppe Mascarello – Monchiero (CN)
Pad. 10 Stand F3
Quattro varietà a bacca rossa (dolcetto, barbera, freisa, nebbiolo), posizioni eccellenti (leggi Monprivato), vinificazione ultra tradizionale: grandi vini.

Lombardia
Cavalleri – Erbusco (BS)
Il miglior Franciacorta Blanc de Blancs, da agricoltura sostenibile e ad un prezzo accessibile.

Trentino
Ferrari – Ravina (TN)
Pad. 3 Stand C3
La storia della spumantistica italiana: su tutte le produzioni la qualità media è molto alta dalla quale svetta il Giulio Ferrari, il miglior spumante italiano.

Veneto
Bortolomiol – Valdobbiadene (TV)
Pad. 4 Stand C5
La storia del Prosecco, se oggi è un vino di così ampio successo e fama lo si deve anche a questa storica realtà di Valdobbiadene.

Friuli Venezia Giulia
Venica & Venica – Dolegna del Collio (GO)
Pad. 6 Stand C6
Due nomi due campioni: il Ronco delle Mele (Sauvignon) e il Ronco delle Cime (Friulano).

Liguria
Biovio – Bastia d’Albenga (SV)
Pad. 12 Stand A5-D6 28
U Bastiò è un buon Rossese ma il Bon in da Bon è semplicemente il miglior Pigato in circolazione.

Toscana
Le Ragnaie – Montalcino (SI)
Pad. 9 Stand B4-B8
Un solo vitigno, il sangiovese: Chianti Colli Senesi, Rosso e Brunello di Montalcino sono tre ottimi rapporto qualità/prezzo, i Brunello Fornace e Vigna Vecchia sono stellari.

Emilia Romagna
Cantina di Carpi e Sorbara – Carpi (MO)
Pad. 1 Stand D1
Quel rosso tenue, frizzante, profumatissimo che scorre a fiumi e fa sorridere gli avventori dello stand è il Lambrusco di Sorbara, qui ai massimi livelli.

Marche
Bucci – Ostra Vetere (AN)
Pad. 7 Stand C1
Se volete sapere cos’è il Verdicchio chiedete del Classico Superiore. Se volete sapere cos’è uno dei pochi grandi bianchi italiani chiedete del Villa Bucci.

Umbria
Arnaldo Caprai – Montefalco (PG)
Pad. 7 Stand D5
Il 25 anni è uno stupendo Sagrantino, capace di sfidare il tempo, ma la chicca è il Passito di Sagrantino, buonissimo.

Lazio
Damiano Ciolli – Olevano Romano (RO)
Pad. A
Nel Lazio enologico qualcuno va oltre i vitigni internazionali ed i Frascati dozzinali, riscoprendo il Cesanese.

Abruzzo
Emidio Pepe – Torano Nuovo (TE)
Pad. 12 Stand E3/4 – F3/4 – G3/4
Il loro Trebbiano, il Cerasuolo ed il Montepulciano, non necessariamente in questo ordine, sono quanto di meglio possiate trovare nel padiglione abruzzese.

Molise
Di Majo Norante – Campomarino (CB)
Pad. 7 Stand D3
I Di Majo sono forse i produttori più noti del piccolo Molise che seppur tra mille difficoltà non manca di regalare buoni vini: provate la loro Tintilia.

Campania
Villa Diamante – Montefredane (AV)
Pad. A
Se volete bere un Fiano con gli attributi non perdetevelo, poco importa se le commissioni della DOCG lo hanno bocciato.

Basilicata
Elena Fucci – Barile (PZ)
Pad.8 Stand D8-D9 4
L’Aglianico del Vulture ha nel Titolo di Elena Fucci una delle sue espressioni migliori, un vino moderno fatto cum grano salis.

Calabria
A’ Vita – Cirò Marina (KR)
Pad. 12 Stand A5-D6 94
A Cirò il gaglioppo condotto a regime biologico esprime tutta la sua territorialità.

Puglia
Gianfranco Fino – Sava (TA)
Pad. 11 Stand G3-G4 38
La rinascita enologica pugliese ha un solo nome ed è quello di Gianfranco Fino.

Sicilia
Gulfi – Chiaramonte (RG)
Pad. 2 Stand 11A/16B
Linea abbastanza ampia ma sono tutti vini ben curati, i Nero d’Avola sono uno più buono dell’altro.

Sardegna
Dettori – Sennori (SS)
Pad. 12 Stand A5-D6 62
Ci sarebbe da discutere molto sui vini di Dettori, interpreti naturali del territorio sardo, ed è sempre il bicchiere la prova del nove: non perdeteveli, soprattutto il Dettori Bianco (Vermentino).

BONUS:
Alto Adige
Cantina Terlano – Terlano (BZ)
Pad. 6 Stand C3
Chardonnay e soprattutto Pinot Bianco, sia nella versione classica che nel Terlaner I, dalla capacità evolutiva e prezzo incredibili.

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Il vino è una cosa semplice

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Succede a volte di vedersi omaggiate alcune bottiglie, di solito perchè il produttore vuole avere una mia opinione sui suoi vini. In questa categoria rientra il Langhe Nebbiolo 2011 di cui scrivo in questo post.

Nel momento in cui mi è stata regalata la bottiglia, la gentile proprietaria dell’azienda mi ha detto che è uno dei loro vini meglio riusciti.
Ecco, in tutta onestà, è tutt’altro che ben riuscito e spiego il perchè.
Stappato il Nebbiolo guardo titubante il color rubino cupo che ho nel bicchiere. Mi avvicino e vengo investito da una nota alcolica decisa. Lo lascio areare un po’ sperando di rimetterci il naso e trovare qualche frutto ma nulla. Dopo qualche minuto ulteriore d’attesa spunta dell’altro: un bel vanigliato deciso da barrique nuova, forte, fortissimo, quasi che la bottiglia da cui l’ho versato nel bicchiere fosse fatta di legno! E in bocca? Caldo, bruciante, ancora una volta segnato dall’alcol, talmente evidente da tirar via qualunque altra sensazione percepibile.
Curioso di sapere come viene prodotto cotanto vino, sono andato a vederne la scheda tecnica sul sito aziendale.

Vinificazione: dopo pigiadiraspatura, le due frazioni (quella liquida e quella solida) vengono lasciate macerare non prima, però, dell’inoculo dei lieviti selezionati. Prima del termine della fermentazione alcolica il prodotto è stato separato dalla frazione solida e travasato in barriques dove svolgerà gli ultimi gradi di zucchero e la fermentazione malolattica. Dopo travaso in acciaio e nuovamente in barriques fino a completamento del giusto affinamento.
Materiale delle vasche di fermentazione: acciaio/barriques di rovere da 225 litri.
Durata della fermentazione: 7 giorni
Durata della macerazione: 5 giorni

Tutto chiaro? Mica tanto dato che mi aspettavo solo di bere un buon Nebbiolo, scarico, giovane, fresco e giustamente tannico. Un Nebbiolo che sappia di Nebbiolo, semplice. Ma a volte sembra di chiedere troppo.

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Occhio perchè all’Elba si fanno grandi vini

Sapete, siamo nel 2014 (ahimè quasi 2015) e non c’è praticamente più alcun luogo di questo pianeta su cui l’uomo non abbia poggiato i piedi. Discorso simile vale per la vitivinicoltura, anche di casa nostra. Inutile che ci lamentiamo dei vari Châteaux cinesi nati negli ultimi anni se poi nel Bel Paese ci ostiniamo a piantare viti ovunque. Dall’Alto Adige alla Sicilia non c’è regione senza la cosiddetta vocazione viticola che sarà indispensabile per vendere il vino ma -ad esempio- qualcuno deve spiegarmi dov’è in certe pianure bresciane coltivate a mais prima dell’invenzione della Franciacorta.
Se da un lato è vero che la penisola straripa di varietà indigene, non è certo solo necessario il vitigno autoctono di turno per fare un grande vino ma servono un territorio, storia e cultura. E tutto ciò è più raro di quel che si pensi, quindi prima o poi i nodi verranno al pettine.
Questo preambolo potrebbe calzare con l’Isola d’Elba, piccolo e grazioso lembo di terra immerso nel Tirreno, dove la vite è di gran lunga la coltura principale ma queste due bottiglie dicono che non è così.

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Acquabona – Elba Ansonica 2013
L’ansonica (o inzolia) è il principale vitigno a bacca bianca dell’isola anche se ha origini siciliane. Questo 2013 di Acquabona è di un giallo paglierino didattico, di poca consistenza al roteare il bicchiere. Ha un bouquet vegetale di erba falciata e un accenno agrumato ma è in bocca che stupisce: è fresco, sapido e incredibilmente beverino eppur mai banale. Io l’ho bevuto con il sushi ed era perfetto; immagino possa essere un grande compagno a tavola con un carpaccio di pesce freschissimo, magari proprio mentre siete all’Elba.

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Arrighi – Toscana IGT Tresse 2011
Il Tresse di Arrighi è un blend di sangiovese, sagrantino e syrah, tre S appunto. Un vino ben riuscito, affinato in terracotta e parte in barrique prima dell’assemblaggio. Il 2011 è rubino cupo, consistente, odora di mora e macchia mediterranea. In bocca ha carattere, il tannino del sagrantino si fa sentire ma non manca il fruttato del sangiovese e soprattutto del syrah a compensarlo. Vino di sicura longevità, almeno decennale. Darebbe filo da torcere a tanti IGT Toscana prodotti in continente, al di là del mare.

Le grandi potenzialità della vitivinicoltura dell’Elba oggi sono davvero poco espresse. Servirebbe un cantore innamorato di questi luoghi, delle sue vigne, dei vignaioli e dei vini, un po’ come lo è il buon Enofaber per la Valle d’Aosta. E spero arrivi presto, molto presto.

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Dogliani Briccolero 2012 di Chionetti

Amore ed odio è ciò che provo pensando al Dolcetto.
O meglio dovrei dire ai Dolcetto perchè il panorama produttivo piemontese è ampio e variegato: differenti denominazioni (Ovada, Alba, Diano e Dogliani), differenti interpretazioni vitivinicole e visioni di un vino che a volte è l’ultimo della produzione aziendale mentre altre volte ne è il fiore all’occhiello.
Non metto il dito nella piaga della profonda crisi di vendite che attraversa questo vino, frutto evidentemente di errori nelle scelte produttive, nella scrittura dei disciplinari e nel posizionamento sul mercato con scarse e scadenti idee di promozione.
Vorrei invece raccontare di un Dolcetto di Dogliani che da solo vale quella parola Amore che apre il mio post, il Briccolero di Quinto Chionetti. La cantina di Chionetti è tra le più storiche di tutte le Langhe, data la sua fondazione nel 1912.
I vini prodotti oggi sono tutti centrati, di una purezza stilistica cristallina e sono solo tre: un Nebbiolo e due Dolcetto (il San Luigi e il Briccolero), a mettere ben in chiaro la centralità del Dolcetto per il produttore.

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Chionetti – Dogliani Briccolero 2012
Porpora, il naso di una pulizia e freschezza esemplari profuma di more e viole. In bocca acidità e struttura lo rendono vigoroso, un succo di piccoli frutti scuri, ancora di more ed amarene. C’è un tannino vivo a solleticare il palato, raramente così aggraziato per un Dolcetto, tutt’altro che banale. Adesso si beve che è una meraviglia ma non abbiate timore nel dimenticarne qualche bottiglia in cantina: il Dogliani e l’Ovada sono i due Dolcetto con migliori capacità d’invecchiamento. Ne è testimone il Briccolero 2008 che bevuto l’anno scorso (dopo 5 anni) era perfetto.
Il Dogliani di Chionetti è amore per il Dolcetto anche se nel contesto odierno non rappresenta la regola ma l’eccezione.

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V per Verdicchio: il Villa Bucci 2006

Raccontare la storia di Ampelio Bucci, di ciò che rappresenta per la storia enoica delle Marche e del Verdicchio in particolare, richiederebbe ampi spazi ad abbracciare più di un trentennio in cui il Verdicchio ha pian piano risalito la china, da vino dozzinale da scaffale dell’Autogrill a bianco di livello internazionale. Per questo rimando allo splendido report (parte 1 e parte 2) scritto da Luciano Lombardi alias Vignadelmar su Doctorwine.

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Bucci – Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Riserva Villa Bucci 2006

Qui, di fronte al Villa Bucci 2006, ci sono ben poche parole da spendere. È giovane, incredibilmente giovane: sono passati otto anni, in parte trascorsi ad affinare nelle grandi botti in cantina, in parte ad affinare in bottiglia, ma non cede il passo al dorato e rimane paglierino.
Il naso è di un fruttato che profuma di meloni dolci, miele e fieno, la nota balsamica, mentolata e marina, è intensa e penetrante.
Si lascia bere con disarmante facilità, lasciando una lunga scia di sapore in bocca che già al primo sorso mostra la stoffa del grande vino: sai che dovresti centellinarlo e sai anche che non ci riuscirai.
C’è da chiedersi cosa manca a una bottiglia del genere per spuntare i prezzi di un Grand Cru di Borgogna. Discorsi monetari a parte, questo Villa Bucci 2006 ha una curva di crescita di almeno un decennio ma già oggi c’è tutto per emozionare chi ama davvero i bianchi longevi.

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Il Langhe Sauvignon Viridis di Burlotto

D’estate uno dei più grandi piaceri è godersi un vino la sera a mente sgombra, senza troppi pensieri. Meglio scegliere vini che ben si prestano ad esser bevuti freschi e non necessitano di complicati abbinamenti gastronomici coi quali non fanno mai la voce grossa. Prediligo certi vini di pancia, che si mostrano cristallini nella loro identità varietale e facilità di beva. Uno di questi è il Sauvignon Viridis di Burlotto, nella versione base è fermentato e affinato solo in acciaio.

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Burlotto – Langhe Sauvignon Viridis 2013
Il Viridis 2013 di Burlotto oggi è di una giovinezza esuberante, come suggerito dal nome è verdolino scarico, molto luminoso, rinfresca il palato solo a guardarlo. Ha un bouquet spiccatamente varietale, con toni vegetali e agrumati in primo piano che ricordano la scorza del lime. Il sorso è coerente e verticale, citrino e con un pizzico di sale, da beva compulsiva. Un vino di bella semplicità, come l’estate.

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Bolle al Rabajà, nel cuore del Barbaresco

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Taittinger – Champagne Brut Blanc de Blancs Grand Cru Comtes de Champagne 2000

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Jérôme Prévost – Champagne Extra Brut Blanc de Noirs La Closerie

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Veuve J. Lanaud – Champagne Brut Reserve

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Marie-Noëlle Ledru – Champagne Brut Ambonnay Grand Cru

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Egly-Ouriet – Champagne Brut Premier Cru Les Vignes de Vrigny

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Gosset – Champagne Brut Excellence 2000

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Andrea Arici – Franciacorta Dosaggio Zero Millesimato 2008

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Ca’ del Bosco – Franciacorta Satèn 2009

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Gancia – Alta Langa Brut Cuvée 60 Riserva 2004

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Gatinois – Champagne Brut Rosé Aÿ Grand Cru

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Cantina di Sorbara – Lambrusco di Sorbara Omaggio a Gino Friedmann 2013

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Bera – Alta Langa Brut

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Cascina Chicco – VSQ Cuvée Zero Rosé

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Enrico Serafino – Alta Langa Zero 2007

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