Guido Marsella Fiano di Avellino 2010

Estate, seppur a sprazzi, e ancora Fiano. O meglio, un grande Fiano: quello di Guido Marsella di Summonte, uno dei miei preferiti.

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Guido Marsella – Fiano di Avellino 2010

Questo 2010 dal paglierino carico e luminoso ha un naso elegante che lentamente rilascia i suoi profumi ad ogni roteare nel bicchiere: fiori gialli, un leggero sfalcio d’erbe, incontro tra macchia mediterranea e balsamiche erbe di montagna. E in testa mi sono subito balenati tanti rimandi a vini valdostani o altoatesini.

Il sorso è freschissimo, meno giocato sulla struttura rispetto ad altre annate (vedi 2009) e più in bevibilità e finezza. L’impatto in bocca è di un equilibrio incredibile, un aplomb quasi da grande Bordeaux, così come la persistenza, lunghissima e colorata da pennellate fumè.

Un vino che trovate a 15 euro in enoteca e a poco più di venti in carta al ristorante, come è capitato a me. Da non mancare ora e per molti anni a venire.

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Declassare una perla enologica o delle folli commissioni d’assaggio

C’è un bicchiere di un grande bianco davanti a me mentre scrivo, orgoglio e miracolo dell’uomo e della terra. Ma la testa è altrove, pensieri che indugiano sul concetto di spesa come atto politico. Sì, quell’idea secondo cui comprare un prodotto anzichè un altro è un voto a favore o contro una certo modo di produrre. A parte il fatto che conoscere sul serio provenienza e composizione di un alimento che si acquista è quasi un’utopia oggi, a maggior ragione per il vino che può essere prodotto con una miriade di additivi legali senza dover riportare nulla in etichetta. Ma questo è un altro discorso.
Dicevo dell’idea di spesa come atto politico, per una volta anche in ambito vinicolo potete fare la differenza: smettete di comprare casse di insipido Fiano di Avellino DOCG a € 3.99 in GDO e spendete i danari risparmiati per procurarvi una bottiglia di Vigna della Congregazione 2012 declassato. Declassato?
Già, declassato a Campania Fiano IGP.
E dire che tal trattamento è stato riservato al Vigna della Congregazione di Villa Diamante dovrebbe far strabuzzare gli occhi a più di un amante del vino, non solo campano. L’illustre tafaziana commissione d’assaggio che assegna la DOCG ha bocciato il vino in prima e seconda battuta. Dunque niente fascetta oro per l’annata 2012 che uscirà in commercio come Campania Fiano IGT La Congregazione.
La vicenda è ben raccontata qui sul blog campaniastories.it da Paolo De Cristofaro, gran conoscitore della vitivinicoltura campana, andatevela a leggere.
La portata di questa bocciatura potrebbe essere spiegata ai digiuni di Fiano con un paio d’esempi: immaginate che vengano declassati un Barolo di Bartolo Mascarello oppure in Valpolicella un Amarone di Quintarelli oppure ancora un Brunello di Biondi Santi. Faccio questi esempi tanto per capirci, perchè il Vigna della Congregazione è un peso massimo tra i Fiano di Avellino. E questo lo sanno anche i muri.
Certo ha sempre la sua timbrica scontrosa da giovane, così come viene nell’interpretazione non interventista di Antoine Gaita nel territorio di Montefredane ma non teme rivali in eleganza ed emozione che può dare se lo si lascia riposare alcuni anni in bottiglia. E’ così anche per tanti altri grandi vini.
Non so cosa sia andato storto negli assaggi da far prendere tal decisione alla commissione ma per me c’è qualcosa che non torna. Insomma qual è il motivo? Dietro alla barricata di un generico “anomalie olfattive e gustative” tutto tace sulla precisa entità del difetto. Un silenzio assordante.
Il disciplinare a cui deve attenersi la commissione d’assaggio è piuttosto vago per quanto riguarda l’analisi organolettica, giustamente mi verrebbe da dire perchè se uno ha rispettato tutti gli altri parametri (zona di produzione, uvaggio, titolo alcolometrico, acidità, estratto non riduttore…) e poi le analisi chimiche confermano la salubrità del prodotto i vini risultanti saranno piuttosto omogenei. E vivaddio se in questo appiattimento sensoriale qualche produttore ci regala un vino con un briciolo di personalità.
Quindi cari enorivoluzionari, in barba alla folle commissione, mano al portafogli per comprare con manica larga il Campania Fiano 2012 di Villa Diamante. Mettetelo in cantina e stappate senza fretta negli anni a venire, sentirete che goduria.

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Villa Diamante – Fiano di Avellino Vigna della Congregazione 2009

Il Vigna della Congregazione 2009 oggi è giovane, dorato e luminoso, al naso è di una piacevolezza e pulizia cristalline con frutta gialla matura, accenni agrumati e di fiori di campo; poi tanta mineralità con una nota fumè presente ma non dominante perchè ben amalgamata. In bocca è leggiadro e sapido, di una capacità rinfrescante fuori dal comune. Insomma un Fiano con gli attributi, un grande bianco.
Una bocciatura in commissione di una perla del genere è una sconfitta per tutti gli amanti del vino e una vittoria dell’omologazione.
Armiamoci di cavatappi e ribelliamoci.

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Dannata grande annata

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Qualche tempo fa a cena con alcuni produttori si discuteva animatamente sull’utilità delle anteprime dell’ultima annata dei big enologici piemontesi (leggi Barolo, Barbaresco, Roero). Tra favorevoli e contrari vi erano un’infinità di sfumature d’opinione in merito. Volendo riassumere: all’innegabile ritorno commerciale/mediatico di un evento come ad esempio Nebbiolo Prima si contrapponevano considerazioni su vini eccezionali all’anteprima poi rivelatisi dei centometristi col fiato corto o viceversa vini in principio scontrosi, immaturi, che hanno acquisito un passo elegante degno del miglior maratoneta solo negli anni seguenti. Perchè il problema è tutto qui: le anteprime più prestigiose riguardano vini che hanno nella loro timbrica la capacità di affinare in bottiglia. Da non sottovalutare poi la difficoltà nel mantenere alto il livello di concentrazione quando si degustano decine di campioni in una sola mattinata. Insomma i media e il mercato hanno bisogno dell’anteprima per indirizzare gli acquisti (e i prezzi di conseguenza) ma l’errore è sempre in agguato.
In conclusione direi che il fattore determinante per comprendere qualcosa nel marasma delle anteprime è l’esperienza, tanto meglio quanto più è specifica. Non si può essere esperti degustatori di tutti i terroirs: Langa, Valpolicella, Chianti, Bolgheri, Irpinia, Etna, Mosella, Borgogna, Rodano, Alsazia, Bordeaux, Champagne…

Esempio calzante del discorso è l’annata 2001 in Piemonte, considerata un grande calibro, longeva, una delle migliori del decennio 2000-2009 ma che oggi spesso mi pare pericolosamente troppo matura.
Seguono sintetiche impressioni e punteggi su un paio di Barolo 2001 scritte alla loro uscita da Antonio Galloni (mica pizza e fichi) entrambe ridimensionate ad oggi dalla prova bicchiere.

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Marcarini – Barolo Brunate 2001
Galloni: 93 points/drink after 2011, tasted 12/2004
Nel mio bicchiere: granato, con calma offre un bouquet autunnale fatto di foglie secche, humus e tabacco. Il fruttato di prugna disidratata lascia tratti scoperti ad un buon calore alcolico, i tannini sono pressochè risolti. Barolo maturo, avviatosi lentamente sul viale del tramonto.

Poderi Aldo Conterno – Barolo Colonnello 2001
Galloni: 91 points/drink after 2009, tasted 05/2005
Nel mio bicchiere: granato intenso, ancora evidenti i riflessi rubino, profuma di rosa macerata e smalto. Al palato è caldo, forse troppo, frutta rossa e tannino finissimo ben integrato. Un vino dal sorso che soddisfa senza far mai scattare la scintilla, rimanendo un po’ seduto per il tenore alcolico.

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Benito Ferrara – Greco di Tufo Vigna Cicogna 2012

Se non vi dicono nulla le parole “Vigna Cicogna” vi siete persi qualcosa di importante nel panorama enologico italiano. Il Greco di Tufo Vigna Cicogna di Benito Ferrara è un grande vino campano, nell’olimpo dei bianchi della regione.

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Benito Ferrara – Greco di Tufo Vigna Cicogna 2012
Nell’annata 2012 è, se possibile, ancor più buono del solito: paglierino scarico, brillante, di viva consistenza. Odora di agrumi, ha lievi sentori fumè e la caratteristica nota sulfurea, intensa, di fiammiferi zolfanelli. In bocca è fresco, di buon corpo, ricorda frutti a polpa bianca ed ha una mineralità ben in evidenza con una bevibilità incredibile ed ha certamente diversi anni di vita ancora davanti a sè. Lo trovate qui a poco più di 15 euro, inutile dire che ha fatto incetta di tre bicchieri e quant’altro, è davvero un gran bel vino, da non perdere.

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Mastroberardino – Taurasi Radici 2008

Siamo in provincia di Avellino, in quella zona benedetta da Bacco (e ancora troppo poco dedita all’alta qualità) che è l’Irpinia. Il Taurasi è un grande vino che meriterebbe un disciplinare più stringente, soprattutto sulle rese per ettaro, e mani più caute nell’uso del legno in affinamento.
Il Taurasi Radici di Mastroberardino è un aglianico in purezza dai vigneti in Mirabella Eclano e Montemarano, affinato due anni in botti di varie dimensioni e due anni in bottiglia.

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Mastroberardino – Taurasi Radici 2008
Nel bicchiere si presenta rubino, abbastanza consistente. Il primo approccio al naso è anosmico, probabilmente siamo in una fase di chiusura, necessita di ossigenazione. Dopo aver pazientato e roteato il calice fa capolino un timido frutto scuro (mora, amarena), seguto da sentori di terra, foglie secche e grafite. Il sorso è la parte migliore: maschio, caldo, sapido, con tannini giovani ed evidenti ma di splendida fattura. Finale di grande persistenza, piacevolissimo.
Poco più di 20 euro per un vino che ha stoffa da vendere.

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