Back to Piemonte – parte 1

Dopo aver bevuto grandi bottiglie sicule quest’estate l’autunno è trascorso frenetico e pieno di impegni come ogni anno. Accade così che il ritorno ai grandi classici piemontesi sia un dovere, per sentirsi coccolati nella propria comfort zone.
Ecco alcune delle migliori bevute di fine estate e dell’autunno 2016 appena trascorso.

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Cadia – Verduno Pelaverga 2015

Partiamo da una cena speciale di fine estate in quel di Verduno. La bottiglia in tavola non poteva che essere un Pelaverga. Oltre a quel campione di bontà e tradizione che è quello del Comm. Burlotto, ci sono molte altre firme interessanti per questa piccola denominazione, in costante crescita negli ultimi anni. Uno di questi è Cadia, azienda a conduzione famigliare con sede a Verduno che oltre ad un Barolo Monvigliero sempre più buono e sempre meno internazionale nel gusto, produce un grande Pelaverga.
Il 2015 è giustamente scarico di colore, già granata sull’unghia. Il naso ha una nota intensa e particolarissima di succo alla pesca. Uno dei rimandi olfattivi più netti che abbia mai sentito, anche a detta della mia commensale, soprattutto a bicchiere scolmo. Pare proprio di avere nel bicchiere un succo alla pesca o un vasetto di pesche sciroppate. In bocca ha un ingresso gemtile, lievemente tannico, decisamente spostato su sentori primari di frutti rossi. Un Pelaverga goloso, dalla facilità di beva disarmante. Bravi!

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Manzone – Langhe Rossese Bianco Rosserto 2013

Ad inizio autunno abbiamo stappato un Rossese Bianco di Manzone. L’azienda del Castelletto di Monforte è tra le poche a vinificare questo raro vitigno che probabilmente è un omologo del Rossese Bianco ligure (Cinque Terre, ma anche ponente ligure). L’annata 2013, grandissima in Langa, regala un bianco di grande struttura e oggettivamente in fieri: chiunque ne abbia in cantina attenda a stappare senza preoccupazioni. Il dorato intenso e luminoso tardisce un passaggio in barrique fatto con guanti di velluto. Intendiamoci, il boisè si sente ma è un vanigliato di classe e già ben integrato col resto dei sentori tar cui spicca quello di mela golden. Il sorso è molto fresco, sapido e di buona carica aromatica, che sorregge l’allungo finale su note di frutti gialli ben maturi.

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Marco Porello – Roero Arneis Camestrì 2015

Il Camestrì 2015 di Marco Porello è stato uno degli Arneis più interessanti di questo millesimo. È un’etichetta che non bevevo da alcuni anni e l’ultimo ricordo che ne avevo era di una versione un po’ caricaturale per un eccesso di legno in affinamento che tendeva a snaturare il vino con accenni di sentori tropicali, di banana. Con questo 2015 mi sono ricreduto: il paglierino intenso colora una materia di prim’ordine con sentori tipici di pesca e pera, floreale dolce di acacia. Un vino che è giustamente tornato ad essere sè stesso, un ottimo Roero Arneis.

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Produttori del Barbaresco – Barbaresco Riserva Montestefano 2007

Ed eccolo il campione, in pieno autunno: Barbaresco Montestefano 2007 dei Produttori. Il cru è spesso accostato alla potenza da Barolo più che all’eleganza da Barbaresco. Non mi sento di allinearmi alla vulgata in questo caso perchè questo Montestefano 2007 è perfetto, un’espressione cristallina del Nebbiolo di Langa. Appena granato sul bordo bicchiere, rotea fluido e regala profumi di rosa rossa, alcol ben integrato nonostante l’annata calda, note di frutti rossi ben maturi, cenere. In bocca è ancor vigoroso nel tannino, che è fine, continuo e avbolge il palato. La sensazione calorica è ben accompagnata dai sentori fruttati e sapidi, con un finale fresco e pepato. Se ne avete cominciate a stappare con calma da ora e per il prossimo decennio, accompagnate con piatti di adeguata grassezza. Complimenti ai Produttori del Barbaresco, vini così (e a questo prezzo) fanno grande la Langa più vera.

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Bruno Rocca: Rabajà 2013 e Riserva Currà 2012

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Da quando sono in commercio i Langhe Nebbiolo 2013 si è iniziato ad intuire tutte le potenzialità del millesimo che per i Barbaresco vedrà la luce nel corso del 2016 e per il Barolo nel 2017. Non bisognerebbe mai sbilanciarsi in anticipo sulla qualità delle annate ma diavolo com’è difficile bevendo i 2013 langhetti! Magari non farà il clamore che fece la 2010 che, pure ottima, è stata piuttostosto inflazionata dalla critica giornalistica. È una grande annata, punto. Una di quelle per cui il Consorzio dalla manica larga può giustamente spendere le 5 stelle.
The next big thing in Langhe!
A confermarmelo è uno dei primi assaggi da bottiglia dei Barbaresco 2013: il Rabajà 2013 di Bruno Rocca.
Da troppo tempo mancavo l’invito ad andare ad assaggiare i vini e così, appena un ritaglio di tempo ce l’ha permesso, io e il mio socio ci siamo fiondati in cantina accolti da Francesco Rocca. Su questo giovane vigneron, dico solo che ha una preparazione e voglia di mettersi in gioco fuori dal comune. È un innamorato della vigna, conoscitore della terra che gli dà da vivere. La seconda generazione, al timone della cantina di Bruno Rocca, è uno di quei rari cambi generazionali pienamente riusciti.

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N.B. La foto sopra si riferisce al Barbaresco classico 2013 ma ciò di cui parlo qui è il Rabajà 2013 (di cui ho perso la foto)
Bruno Rocca – Barbaresco Rabajà 2013
Il Rabajà 2013 è il riassunto della grande annata di cui sopra. Se fosse una sola parola sarebbe: finezza.
Il colore è rubino scarico e limpido, quasi fosse un nebbiolo di montagna. Francesco mi racconta che in macerazione ha lasciato gli acini il più possibile integri così da ottenere un’estrazione lenta e progressiva. I profumi confermano la timbrica classica ed elegante: frutti rossi e viola. In bocca è un vino cesellato, di una purezza stilistica cristallina, che nella prima metà di bocca pare quasi nascondere la sua grandezza ma poi fa voli pindarici nella seconda metà. Il tannino è giovane ed in evidenza ma minuto e continuo. Un Barbaresco che già oggi esprime l’eleganza nei sentori secondari, in prospettiva evolvendo e aggiungendo sentori terziari, sarà un capolavoro.
Acquistare in quantità e bere con calma negli anni a venire.

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Bruno Rocca – Barbaresco Riserva Currà 2012 (etichetta provvisoria)
Un altro assaggio notevole della serata è stato il nuovo Barbaresco Riserva Currà 2012, cru in Neive.
Color rubino intenso, al naso è ancora chiuso e per ora svela sentori terrosi, di radice e un accenno vegetale. In bocca gioca più sulla sostanza rispetto al precedente: tannini vivi e in evidenza, sorso pieno e vigoroso, sapido, con un grande allungo finale. Un’interpretazione tradizionale che dona un vino oggi ancora infante ma che crescerà parecchio, c’è da scommetterci.
Acquistare e iniziare a stappare tra una decina d’anni.

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Della cena al Fra Fiusch di Moncalieri e del Nebbiolo di Principiano

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Inizia il 2016 ed è tempo di bilanci: nell’anno appena concluso la miglior tavola provata è quella de La Taverna di Fra Fiusch in frazione Revigliasco di Moncalieri. L’ambiente è caldo e accogliente, non troppo formale e fa subito intuire che si bada più alla sostanza che all’apparenza, sedendosi nella veranda con ampie vetrate al piano superiore si gode una bella vista sulle colline sottostanti. Ho provato i due menù proposti in carta (rispettivamente 35 euro e 45 euro) con cui si assaggiano quasi tutti i piatti del locale. Tra questi segnalo l’insalata tiepida di porcini e pesche, un antipasto sublime, gli agnolotti d’asino al Barbera, finalmente non si lesina sulla quantità del fondo vinoso, il piccione cotto al sangue, tenerissimo, ed infine la finanziera, una versione definitiva del piatto, da sola vale il viaggio.

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Porcini e pesche

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Agnolotti d'asino al Barbera

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Finanziera

Ad accompagnare tutto questo ben di Dio è venuto in soccorso un Nebbiolo langhetto di grande stoffa: il Coste 2013 di Ferdinando Principiano. Il produttore di Monforte non ha bisogno di presentazioni, i suoi vini hanno cambiato stile nel corso degli anni passando dal moderno spinto degli anni ’90 in cui macerazioni brevi e barriques la facevano da padrone, al lavoro certosino in vigna con rese per ceppo estremamente contenute negli anni 2000, all’approdo odierno: uno stile non interventista sia in vigna che in cantina, che dona vini sinceri, autentiche cartine tornasole dell’annata, nel bene e nel male.

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Ferdinando Principiano – Langhe Nebbiolo Coste 2013
Color rubino senza cedimenti, il naso è di frutti rossi, appena vegetale e pepato. In bocca com’era prevedibile è giovane sia nei sentori che nella dinamica gustativa: ancora frutti rossi croccanti, tannini in evidenza sia per quantità ma soprattutto per qualità, fini e gustosi.
Un Langhe Nebbiolo molto buono già oggi ma ottimo tra qualche anno. Se questa è la materia, aumentano ulteriormente le aspettative per i Barolo 2013, annata da non perdere.

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‘A Rina 2013 di Girolamo Russo o dei vini nordici dell’Etna

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Per quel poco che ho assaggiato dei vini della muntagna mi pare d’aver capito che esulano dal contesto regionale siciliano. Nulla hanno a che fare, se bianchi, con il Grillo e l’Inzolia, men che meno, se rossi, con il Nero d’Avola, il Perricone ed il Frappato.
Allora andrebbero presi di per sè e bevuti esclusivamente alla cieca, così da capire che gli Etna Bianco e gli Etna Rosso sono altro rispetto alla comune idea di vino siciliano. Le interpretazioni degli autoctoni più rigorose, i bianchi da carricante ed i rossi da nerello mascalese e cappuccio, sono più affini a vini di regioni nordiche che a quella in cui originano, a due passi dall’Africa. Sono vini che hanno, se così si può dire, una tipicità nell’atipicità.
Su questa linea si attesta quello che è probabilmente il miglior Etna Rosso per rapporto qualità/prezzo ovvero l’A Rina di Girolamo Russo. La piccola produzione, 15 mila bottiglie totali con 5 vini, è a Passopisciaro in Castiglione di Sicilia, condotta a regime biologico dal bravo Giuseppe Russo.

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Girolamo Russo – Etna Rosso ‘A Rina 2013

Da uve nerello mascalese con saldo di nerello cappuccio, questo 2013 è ancor più nordico delle annate precedenti: nella veste rubino scarico racchiude profumi di frutti rossi appena maturi, sentori vegetali, una nota ferrosa accennata e toni speziati, pepati e lievemente boisè, di grande eleganza. Il sorso è ben diritto, molto fresco e sapido, l’alcol per nulla percettibile e il tannino già ora splendidamente integrato. L’ A Rina 2013 non stanca il palato e invoglia continuamente a riberlo, da non farsi mancare in cantina per un vero appassionato dei vini dell’Etna, che hanno un piede in Sicilia e uno ben più a nord.

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Enodiario della Valtellina: il Sassi Solivi 2011

Triasso e Sassella è il nome di una piccola cooperativa di vignaioli della Valtellina. Un gruppetto di amici con la passione per il vino e la voglia di non lasciar andare in malora i loro appezzamenti vitati sulle terrazze alte sopra Sondrio. Siamo a Triasso, piccola frazione di Sondrio nella parte alta della sottozona Sassella, dove si trovano i loro circa due ettari di nebbiolo (chiavennasca). Il progetto è giovane ma la qualità dell’unico vino che producono è in continua crescita. Attualmente credo sia il miglior qualità prezzo della Valtellina: difficile trovare un Sassella migliore a poco più di 10 euro.
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Triasso e Sassella – Valtellina Superiore Sassella Sassi Solivi 2011
Il colore? Immaginate il nebbiolo scarico e trasparente, questo lo è ancor di più. Soltanto a Carema ho visto qualcosa di simile ma qui tende già in gioventù più sul granato. Il profumo? Freddo, pepe, frutti rossi appena maturi, melograno. E il sorso? Pare di bere un succo di lamponi rossi, i tannini non disturbano, fanno da padrone la freschezza e la sapidità: un Valtellina così grasserebbe anche del burro fuso (e i pizzocheri ultraburrosi di Combolo ci andavano a nozze). Consigliatissimo.

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Enodiario della Valtellina: introduzione

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Teglio

Andate in Valtellina. Andateci se amate la montagna, i paesaggi mozzafiato e le chiese decorate (vedi Basilica di Tirano). Andateci per i pizzoccheri (da Combolo a Teglio consigliatissimo), gli sciatt, il bitto, la torta di mirtilli al grano saraceno e l’Amaro Braulio. Andateci per le Terme Vecchie di Bormio.
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Terme Bagni Vecchi di Bormio

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I pizzoccheri di Combolo


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Chiavenna

E andateci se amate il Nebbiolo. Non troverete altri vini, per lo meno nessun altro degno di nota.
Superato il paese di Chiavenna ed entrati in Valle il nebbiolo cambia nome e vien chiamato, appunto, chiavennasca. Un vero vino di montagna, più simile ad un Carema o ad un Donnas valdostano che ad un Barolo o un Roero, ma pur sempre nebbiolo.
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Le denominazioni sono tre: Rosso di Valtellina DOC, Valtellina Superiore DOCG, Sforzato di Valtellina DOCG.
Anche se qui compaiono in ordine di importanza (e di costo) non parlerò dello Sforzato che è il vino più prestigioso, un Nebbiolo secco prodotto in stile Amarone cioè con appassimento delle uve e fermentazione completa. Lo Sforzato è un vino tradizionale della zona che però non mi colpisce particolarmente, vuoi perchè non ho bevuto ancora una versione convincente, vuoi per gusto personale poco amante dei vini così estrattivi e possenti in bocca.
I Valtellina Superiore sono mediamente i vini che più mi sono piaciuti e rispecchiano al meglio il terroir anche grazie alla storica divisione in sottozone dell’area: Sassella, Inferno, Grumello, Valgella, Maroggia.

La Sassella è forse la più famosa e storica sottozona del Valtellina Superiore. Si estende tra il Comune di Castione Andevenno e il territorio ad ovest di Sondrio, capoluogo di provincia (114 ettari). Una zona impervia e soleggiata, il cui nome probabilmente deriva da quello del santuario mariano omonimo che sorge sulla scenografica rupe della Sassella.

L’Inferno, con un nome tanto singolare quanto affascinante, trae origine con molta probabilità dall’asperità dei piccoli terrazzamenti vitati, situati fra Poggiridenti e Tresivio. L’Inferno è la più piccola delle sottodenominazioni, collocata subito ad est del Grumello ha un’estensione vitata di 55 ettari.

Il Grumello viene prodotto sul versante a nord est della città di Sondrio (con un’estensione vitata di 78 ettari) e prende il nome dal castello di Grumello, che domina la vallata dal XIII secolo. Come tutti i Valtellina Superiore si presta a una lunga conservazione.

Valgella è la più estesa tra le sottozone del Valtellina Superiore ed è situata nei comuni di Teglio e Chiuro. Si presenta come un ampio promontorio roccioso esposto a sud sul quale si sviluppano verticalmente 137 ettari di vigne coltivate a Nebbiolo. Il nome Valgella trae origine da “Valgel”, termine dialettale che indica i piccoli ruscelli che dalle Alpi scendono sino al fondovalle.

Maroggia è la zona di più recente riconoscimento (2002) localizzata nel comune di Berbenno in Valtellina. Prodotto in quantità limitata (25 gli ettari a vigneto), il vino Maroggia è legato alla figura di Benigno De’ Medici che nella metà del Quattrocento trovò qui ospitalità e ristoro.

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Freisa Toetto 2006 alla Locanda dell’Arco di Cissone

Qualche sera fa si è fuggiti da Alba, che mai come in questo caotico periodo di Fiera del Tartufo è piena di esemplari umani da circo. Basta allontanarsi di una manciata di chilometri in direzione Alta Langa per arrivare a Cissone. Tempo ben speso per giungere in un piccolo paese della Langa più autentica, quella che non ha ceduto alle mode e ai soldi facili. Qui siamo agli antipodi dei ristoranti dove più che a mangiare sembra di andare a teatro, in cui incravattati gastrosnob ingurgitano piatti che non hanno nemmeno il più vago ricordo del territorio in cui nascono, pagando cifre stellari perdendosi l’atmosfera che anima questi luoghi.
Alla Locanda dell’Arco di Cissone invece si mangia. E si mangia alla grande: piatti della tradizione piemontese in una eccellente interpretazione.
Ma è soprattutto la loro carta dei vini che mi ha colpito: Piemonte in primis e non solo, decine di vini disponibili al bicchiere, ricarichi umani e molte bottiglie introvabili. E in tutto questo ben di dio ho pescato una Freisa Toetto 2006 di Giuseppe Mascarello.

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Giuseppe Mascarello – Langhe Freisa Toetto 2006
Ne scrissi tempo fa su parliamodivino: questa Freisa è una piccola bomba, una versione ferma in cui ben si evidenzia la stretta parentela col nebbiolo. La 2006 oggi, otto anni dopo, pare imbottigliata ieri. Il rubino, più cupo rispetto ad altri millesimi, prelude un bouquet fatto di rose e foglie secche, in bocca è sferzante d’acidità, frutti rossi e vivo tannino. Una Freisa golosa, gastronomica, come si usa dire, piemontese fino al midollo.
E questa chicca alla Locanda dell’Arco è in carta a 15 euro, non so se mi spiego.

P.S. Il post è un ringraziamento al buon Gabriele Rosso di piattoforte che ha scritto un bel pezzo sul locale e mi ha fatto venir voglia di tornarci.

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Il Barbaresco Rio Sordo 2008 dei Produttori

Due-parole-due su un vino che vale ogni centesimo del suo (onestissimo) prezzo. Il Barbaresco dei Produttori è una pietra miliare nella produzione di Langa ma quando si parla della Riserva e dei cru giusti si ha a che fare con un grande vino. Sul mio podio generalmente salgono Rabajà, Montestefano e Asili però questo Rio Sordo 2008 dei Produttori ha messo la freccia e si appresta al sorpasso dei pari annata, avendo a disposizione una freschezza non comune che gli dona uno splendido equilibrio.

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Produttori del Barbaresco – Barbaresco Riserva Rio Sordo 2008

Il naso é potente, mai stancante, di viola mammola e ciliegia sotto spirito ed il sorso svela un tannino dolce e maturo con un centro bocca carnoso, variegato, di gran classe. Ovviamente necessita di un sostanzioso accompagnento gastronomico. Io l’ho bevuto un piovoso lunedì sera di febbraio in cui trovai rifugio da un’Alba deserta all’Osteria dell’Arco: cena luculliana, conto altrettanto (non per il vino, ripeto, dal prezzo onestissimo) e rientro a casa felice.

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Carema 2010 dei Produttori

Non si arresta l’ascesa di questo Nebbiolo nordico nella mia personale classifica dei rossi piemontesi. A questo ultimo riassaggio del Carema etichetta nera (la versione classica) viene da commuoversi per la delicatezza floreale del bouquet.

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Cantina produttori Nebbiolo di Carema – Carema 2010
Un naso preciso e sussurrato che è un mazzo di viole fresche, da annusare ripetutamente tanto è gradevole, da proporre come essenza per ambienti. Il vino in bocca tradisce il millesimo giovane, nell’acidità marcata e nel vivo tannino, un 2010 fresco ma estremamente promettente per il futuro. Ancora una volta è il fascino del Nebbiolo nordico a rapire e per una decina di euro si beve un vino di rara personalità.

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Nebbiolata di gennaio (o La sera in cui il Gattinara di Franchino salì sul podio assieme a Vigna Rionda e Monprivato)

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Philipponat – Champagne Cuvée 244

Giuseppe Mascarello – Barolo Monprivato 2009
Massolino – Barolo Vigna Rionda Riserva 2007
Mauro Franchino – Gattinara 2007
Marchesi di Gresy – Barbaresco Martinenga 2006
Allmondo – Roero 2011
Antoniotti – Bramaterra 2009
Hilberg Pasquero – Nebbiolo d’Alba 2001
Battaglino – Roero Sergentin 2011
Triacca – Valtellina Superiore Casa La Gatta 2008

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