Le migliori bevute del 2016

Ecco la consueta carrellata finale dei miei migliori assaggi per questo 2016 che sta per finire.
Rullo di tamburi…

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Barone Pizzini – Franciacorta Satèn 2012

Si possono ancora paragonare i Franciacorta agli Champagne nel 2016? Davvero c’è ancora qualcuno a non aver capito che si tratta di pesi diversi, che militano in categorie differenti?
Nel millesimo 2012 il Satèn di Barone Pizzini ha tutto per svettare nella sua categoria. Chardonnay in purezza come d’obbligo, sosta non meno di 30 mesi sugli lieviti. Una mano stilistica sapientemente rodata regala profumi eleganti di crosta di pane ed uvaspina, in bocca ha una bolla fine, avvolgente, sentori di mela appena matura, sapidità intensa, grande freschezza nell’allungo.
Plauso all’approccio biologico e alla bellezza della cantina, dalle dimensioni umane per la denominazione, visita caldamente consigliata.

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La Staffa – Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Rincrocca 2013

Dopo avermi fatto una splendida impressione a Sorgentedelvino a Piacenza, il riassaggio conferma la stoffa (gioco di parole voluto) del Rincrocca 2013 di La Staffa. Ci trovate il fior di sambuco e la menta, freschezza a palate e finale lungo, pulito e poco amaricante. Insomma un grande bianco di qui e negli anni a venire, bravo Riccardo.

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Matteo Correggia – Roero Roche d’Ampsej 2001

Emozione pura bere un vino che fu di Matteo: l’ultima annata di cui fu partecipe fino a giugno di quel tragico 2001. Alla vinificazione presero parte il giovane enologo e tanti amici produttori del vignaiolo. Il Roche d’Ampsej 2001 oggi è un Roero maturo, necessita di adeguata ossigenazione. Granato intenso, in buona parte terziarizzato nei sentori di foglie secche, terra umida, goudron. A tratti fa capolino il frutto scuro ben maturo ed una intrigante nota di cenere. In bocca ha un tannino ancora vivo, per nulla risolto, lascito anche dell’impostazione moderna in vinificazione.
Chi continua a dire che i nebbiolo del Roero non invecchiano beva prima questa bottiglia, poi ne riparliamo.

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Marco De Bartoli – Passito di Pantelleria Bukkuram Sole d’Agosto 2013

Il vino dell’anno è un Passito di Pantelleria strepitoso bevuto quest’estate a Marsala in visita da Marco De Bartoli.
Ricchissimo in ogni componente visiva, olfattiva, gustativa. Il pigmento color ambra è carico e con riflessi dorati. Il naso è un tripudio di sentori: miele, scorza d’agrume candita, caramello, cera d’api e moltissimi altri. Il sorso è avvolgente, dolce e mai stucchevole come solo uno zibibbo di Pantelleria sa essere, lascia un’aromaticità in bocca lunghissima: memorabile!

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Enodiario da Marsala: storia e disciplinare di produzione

Tra i tanti vini ri-scoperti nel mondo dei winelovers non può mancare il Marsala. Vino della Sicilia occidentale dalla tradizione centenaria che trae le sue origini dal perpetuum, un vino ossidativo prodotto dai contadini marsalesi già prima del 1700. Il vino in questione era prodotto aggiungendo vino nuovo a quello contenuto nella stessa botte da cui si era prelevato il necessario per l’anno precedente, un metodo simile al soleras (Porto, Sherry).

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Il Marsala moderno nacque però con l’arrivo del commerciante inglese John Woodhouse nel porto cittadino il quale nel 1773 approdò con la nave su cui viaggiava nel porto di Marsala. Durante la sosta egli ebbe modo di bere il vino prodotto nella zona, il perpetuum appunto, che trovò simile ai vini spagnoli e portoghesi molto richiesti in quel periodo in Inghilterra (in particolare il Madeira). Decise dunque di trasportare in patria alcuni barili di perpetuum dopo averlo fortificato con acquavite di vino per renderlo stabile ed in grado di affrontare il viaggio in mare. Fu il primo Marsala moderno. Giunto in Inghilterra il vino ebbe grande successo sia perchè incontrava il gusto del tempo sia per il suo prezzo conveniente.
Iniziò così un secolo di creazione di stabilimenti produttivi e crescita quantitativa del vino Marsala. Tra i produttori più importanti, oltre a Woodhouse, Ingham & Whitaker, Florio, Don Diego Rallo, Vito Curatolo Arini, Carlo Pellegrino.

La fortuna del vino Marsala ha conosciuto alterne vicende: dopo i fasti del 1800 una grave crisi attraversò la città e il suo vino dopo la prima guerra mondiale soprattutto per l’operare di commercianti privi di scrupoli che sfruttavano la fama del Marsala per vendere prodotti di qualità scadente. Per questo, già nel 1931 venivano mossi i primi passi verso una legislazione che proteggesse il Marsala originale dalle imitazioni e che ne circoscrivesse la zona di produzione, e fu tutelato dal governo con un decreto ministeriale Acerbo e Bottai (15 ottobre 1931).
Il vino Marsala è stato il primo vino DOC della storia vinicola italiana. Un grande orgoglio per quanti lo producono e per tutto il territorio è stato infatti il riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata nel 1969.

Il disciplinare odierno consente la produzione di Marsala con uve provenienti dall’intera provincia di Trapani ad esclusione dei comuni di Alcamo, Favignana e Pantelleria.

La denominazione Marsala è ampia e ben descritta nelle sue varietà da questa piramide.

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La prima distinzione è in base al metodo di vinificazione e invecchiamento:
Marsala Vergine derivato da sole uve bianche e addizionato, dopo la fermentazione, con solo etanolo di origine vitivinicola e/o acquavite di vino; il Marsala Vergine deve essere sottoposto ad invecchiamento con il metodo soleras per arrivare ad essere commercializzato nei tipi
Marsala vergine con invecchiamento di almeno cinque anni;
Marsala Vergine Riserva con invecchiamento di almeno dieci anni.

Marsala Conciato a cui, dopo la fermentazione, è stato aggiunto:
• etanolo
• mosto cotto, che influirà sugli aromi ed il colore del vino
mistella: una miscela di mosto d’uva tardiva che influisce sul grado zuccherino e sui profumi, e mosto concentrato per conferire maggiore morbidezza ai quali si aggiunge etanolo per bloccare la fermentazione.
Il Marsala conciato deve essere anche esso sottoposto ad invecchiamento per arrivare alla commercializzazione nei seguenti tipi:
Marsala Fine, minimo 1 anno di invecchiamento.
Marsala Superiore minimo 2 anni di invecchiamento
Marsala Superiore Riserva minimo 4 anni di invecchiamento.

La seconda distinzione deriva dai vitigni d’origine e dal colore:
Marsala Oro prodotto con uve Grillo e/o Catarratto e/o Ansonica (detto localmente Inzolia) e/o Damaschino, è vietata l’aggiunta di mosto cotto;
Marsala Ambra prodotto con uve Grillo e/o Catarratto e/o Ansonica (detto localmente Inzolia) e/o Damaschino, con aggiunta di mosto cotto superiore all’1%;
Marsala Rubino (in disuso) prodotto con Perricone (localmente chiamato Pignatello) e/o Nero d’Avola e/o Nerello mascalese e/o (fino al 30% delle uve impegnate in totale) le uve a bacca bianca previste per i Marsala Oro ed Ambra, è vietata l’aggiunta di mosto cotto.

La terza distinzione deriva del residuo zuccherino:
Marsala Secco con zuccheri inferiori a 40 gr. per litro;
Marsala Semisecco con zuccheri superiori a 40 gr. per litro e inferiori a 100 gr. per litro;
Marsala Dolce, con zuccheri superiori a 100 gr. per litro.

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Vigneto di grillo in Marsala/Cantina De Bartoli

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Il Barolo 2011 di Cascina Fontana o del fiato del Barolo

Ormai parecchie settimane fa siamo tornati a cena alla Locanda Fontanazza di La Morra, un luogo del cuore. Per l’occasione dopo il buon Roero Arneis Luèt 2015 di Cascina Val del Prete, con frutta gialla molto matura, fieno e una certa rusticità in bocca, abbiamo bevuto uno dei pochi Barolo 2011 davvero grandi: quello di Cascina Fontana. Se Bartolo Mascarello e Gino Veronelli fossero vivi abrebbero di che gioire di fronte ad un bicchiere di Barolo di Mario Fontana. Niente di artificiale, nessun sentore di vaniglia, caffè o cacao, nessun colore impenetrabile, nessun tannino addomesticato. Semplicemente un Barolo figlio di un’annata calda, la 2011, che fino a poco tempo fa mettevo un gradino sotto alla successiva (anche lei calda) 2012. Il Barolo di Mario Fontana, ben descritto in contro-etichetta, è frutto dell’assemblaggio di diversi vigneti nei comuni di Barolo e La Morra, com’era uso comune in Langa prima degli anni ’60.

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Cascina Fontana – Barolo 2011
Al naso ha il fiato del Barolo, come direbbe sempre Veronelli, ha note lievi di cenere, di camino spento. In bocca non manca d’acidità e di una stratificazione di sentori rara per l’annata: ciliegia, marmellata di rose, balsamicità, e poi il tannino splendidamente estratto, vivissimo, fine e continuo.
Ad alcuni potrebbe sembrare un Barolo d’altri tempi, e forse è vero, ma tempi migliori per chi ama davvero questo vino. Se lo trovate in carta non abbiate dubbi e prendetelo, vi rinfrancherà con un millesimo spesso bistrattato.

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Bruno Rocca: Rabajà 2013 e Riserva Currà 2012

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Da quando sono in commercio i Langhe Nebbiolo 2013 si è iniziato ad intuire tutte le potenzialità del millesimo che per i Barbaresco vedrà la luce nel corso del 2016 e per il Barolo nel 2017. Non bisognerebbe mai sbilanciarsi in anticipo sulla qualità delle annate ma diavolo com’è difficile bevendo i 2013 langhetti! Magari non farà il clamore che fece la 2010 che, pure ottima, è stata piuttostosto inflazionata dalla critica giornalistica. È una grande annata, punto. Una di quelle per cui il Consorzio dalla manica larga può giustamente spendere le 5 stelle.
The next big thing in Langhe!
A confermarmelo è uno dei primi assaggi da bottiglia dei Barbaresco 2013: il Rabajà 2013 di Bruno Rocca.
Da troppo tempo mancavo l’invito ad andare ad assaggiare i vini e così, appena un ritaglio di tempo ce l’ha permesso, io e il mio socio ci siamo fiondati in cantina accolti da Francesco Rocca. Su questo giovane vigneron, dico solo che ha una preparazione e voglia di mettersi in gioco fuori dal comune. È un innamorato della vigna, conoscitore della terra che gli dà da vivere. La seconda generazione, al timone della cantina di Bruno Rocca, è uno di quei rari cambi generazionali pienamente riusciti.

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N.B. La foto sopra si riferisce al Barbaresco classico 2013 ma ciò di cui parlo qui è il Rabajà 2013 (di cui ho perso la foto)
Bruno Rocca – Barbaresco Rabajà 2013
Il Rabajà 2013 è il riassunto della grande annata di cui sopra. Se fosse una sola parola sarebbe: finezza.
Il colore è rubino scarico e limpido, quasi fosse un nebbiolo di montagna. Francesco mi racconta che in macerazione ha lasciato gli acini il più possibile integri così da ottenere un’estrazione lenta e progressiva. I profumi confermano la timbrica classica ed elegante: frutti rossi e viola. In bocca è un vino cesellato, di una purezza stilistica cristallina, che nella prima metà di bocca pare quasi nascondere la sua grandezza ma poi fa voli pindarici nella seconda metà. Il tannino è giovane ed in evidenza ma minuto e continuo. Un Barbaresco che già oggi esprime l’eleganza nei sentori secondari, in prospettiva evolvendo e aggiungendo sentori terziari, sarà un capolavoro.
Acquistare in quantità e bere con calma negli anni a venire.

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Bruno Rocca – Barbaresco Riserva Currà 2012 (etichetta provvisoria)
Un altro assaggio notevole della serata è stato il nuovo Barbaresco Riserva Currà 2012, cru in Neive.
Color rubino intenso, al naso è ancora chiuso e per ora svela sentori terrosi, di radice e un accenno vegetale. In bocca gioca più sulla sostanza rispetto al precedente: tannini vivi e in evidenza, sorso pieno e vigoroso, sapido, con un grande allungo finale. Un’interpretazione tradizionale che dona un vino oggi ancora infante ma che crescerà parecchio, c’è da scommetterci.
Acquistare e iniziare a stappare tra una decina d’anni.

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I migliori vini bevuti nel 2015

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Eccoci all’annuale lista dei migliori assaggi di questo 2015 che volge al termine. Tre nomi secchi, tre grandi vini.

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Qui il POST
La bollicina del 2015 è quella fine e giocosa del Lambrusco Radice 2013 di Paltrinieri, rifermentato in bottiglia. Secco, decisamente fresco, con sentori d’agrumi e frutti rossi croccanti. Un Lambrusco di Sorbara con gli attributi, a meno di 10 euro.

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Qui il POST
Il bianco dell’anno è un incredibile assaggio fatto su quel lembo di roccia vulcanica nell’Egeo chiamata Santorini, dove nell’estate 2015 ho lasciato un pezzo di cuore: il Nychteri 2014 di Domaine Sigalas. Un vino da vendemmia tardiva di uve Assyrtiko, lasciato affinare 30 mesi sui propri lieviti con bâtonnage. Al fruttato maturo si unisce una sapidità intensa, è morbido e salato, in equilibrio perfetto. Sui 30 euro, ben spesi.

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Qui il POST
Sarà genetica, sarà provincialismo, ma il rosso dell’anno è ancora una volta un nebbiolo, questa volta della Valle d’Aosta: il clamoroso Donnas Vieilles Vignes 2010 della Cave de Donnas. Un nebbiolo di montagna, di un’eleganza mai riscontrata nei valdostani fin’ora, dal sorso saporito e sapido, lunghissimo. Costa circa 15 euro ma dato il numero esiguo di bottiglie prodotte pare ormai irreperibile.
A metà gennaio sarò in Valle e Cave de Donnas è già nel mirino.

AUGURI!!!

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Della sera in cui la Barbera Monleale del tortonese asfaltò Asti e Alba

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Vigneti Massa – Colli Tortonesi Monleale 2009

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Giacomo Conterno – Barbera d’Alba Cascina Francia 2011

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Coppo – Barbera d’Asti Pomorosso 2011

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Olim Bauda – Barbera d’Asti Superiore Nizza 2011

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Marchesi Alfieri – Barbera d’Asti La Tota 2013

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Vietti – Barbera d’Alba Tre Vigne 2013

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Io, Barolo la Nuit 2015: tre grandi Barolo da comuni minori

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La sera del 30 maggio 2015, a fine primavera, il Castello di Roddi ospitava l’annuale evento del consorzio Strada del Barolo: Io, Barolo la Nuit 2015.

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Tra i castelli di Langa quello di Roddi è uno dei meno conosciuti ma al contempo uno dei più affascinanti, merita certamente una sosta. A fine maggio nel cortile del Castello la degustazione (informale) chiedeva già le maniche corte e i tigli in fiore addolcivano l’aria dell’estate alle porte. Decine i produttori partecipanti e vini in libera degustazione. Tutti (o quasi) allineati nel presentare al banchetto l’ultimo nato, il loro Barolo 2011.
Annata buona, che ha dato vini dal facile approccio anche in gioventù, con il frutto maturo ben in evidenza. I Barolo 2011 sono splendidi da bere ora e nel prossimo decennio ma generalmente non hanno la caratura per sfidare il tempo come nei grandi millesimi. La caratteristica interessante della degustazione era che molti Barolo provenivano da tre comuni minori della denominazione: Novello, Verduno, Roddi. Fa bene di tanto in tanto ricordare che accanto ai cinque paesi più noti (Castiglione Falletto, La Morra, Barolo, Monforte, Serralunga) ne troviamo altri sei (Novello, Verduno, Roddi, Grinzane Cavour, Diano, Cherasco).
Sul sito del Consorzio di Tutela si trovano tutte le informazioni riguardandi la denominazione ma per un focus dettagliato sulla zona del Barolo e sui suoi cru affidatevi al nuovo libro MGA di Masnaghetti, una vera Bibbia sul tema.
Io nel mio piccolo vi segnalo tre assaggi di splendidi Barolo 2011 da vigneti in Novello, Roddi e Verduno.

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Cadia – Barolo Monvigliero 2011
Barolo di Verduno fino al midollo, di grandissima finezza, giocato su un’estrazione del frutto millimetrica. Entra in bocca avvelgendola con un frutto scuro, molto saporito, vena sapida, tannino ancor vigoroso e minuto, lunga persistenza.

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Negretti – Barolo Mirau 2011
Arriva dal Bricco Ambrogio di Roddi uno dei Barolo che più rimandano all’uva mai bevuti. Il frutto in bocca è ancora masticabile, muscolare, legno non percepito. Più esuberante e meno preciso del precedente è giocato su una vincente semplicità. A tavola potrà accompagnare il cibo con una disinvoltura inusuale per un Barolo.

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Le Strette – Barolo Corini Pallaretta 2011
Prima uscita per questo Barolo e probabilmente la prima vinificazione separata di sempre per questo vigneto di Novello.
La materia è tanta ma di qualità eccelsa, ha ancora una quota di legno da saldare e poi sarà puro godimento. Frutti ben maturi, tannino grintoso e una scia minerale per un allungo gustosissimo. Una grande scoperta, da comprare a mani basse.

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Enodiario da Santorini: Domaine Sigalas

Enodiario da Santorini: Domaine Sigalas

Tra i produttori di vino di Santorini ho scelto di visitare Domaine Sigalas, una certezza. Arrivare alla cantina non è così semplice perchè la segnaletica sull’isola benchè presente sulla strada principale, appena ci si avventura in strade secondarie è pressochè inesistente. E le scritte in alfabeto greco certo non aiutano!
La cantina si trova nella parte nord dell’isola, nel comune di Oia. Per arrivarci dalla costa di Oia si va a Finikia (a est di Oia) e si punta verso l’entroterra, altrimenti se si è dal lato opposto si va a Paradisos e si procede verso sud nell’entroterra.

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L’azienda è di recente fondazione (1991) nata come realtà familiare, dal 1998 si è trasferita nell’attuale nuova sede, costruita nella piana di Oia. La proprietà oggi conta 27 ettari vitati e una produzione di 300000 bottiglie ed è un riferimento per la produzione vinicola di qualità di Santorini.
Nella mia visita ho assaggiato nello splendido dehor vista vigneti tutta la loro produzione, eccone il resoconto. Yamas!

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Cyclades PGI Aidani 2014
Aidani 100%
Giallo paglierino, al naso è aromatico, fruttato di pesca e melone. Il sorso è leggero, intensamente fruttato e abbastanza sapido, è un’uva aromatica vinificata secca, ricorda un Muscat de Chambave. Vino ben fatto ma non lo comprerei.

Santorini PDO Assyrtiko – Athiri 2014
Assemblaggio di Assyrtiko 75% e Athiri 25%
Qui ci siamo, è paglierino con riflessi verdolini, il bouquet è di frutti bianchi e minerale. In bocca è di buon corpo, ancora fruttato e salino, molto gustoso e di grande persistenza. Ricorda un Gavi di quelli fatti bene, è il miglior rapporto qualità/prezzo di Sigalas: comprare in quantità.

Santorini PDO Santorini 2014
Assyrtiko 100%
Il vino bestseller del Domaine: il colore è paglierino, profuma di mela, agrumi e uvaspina. In bocca ha carattere, corposo, con vena acida e salina ben evidenti, grande allungo finale. Il 2014 è certamente giovane, crescerà rimanendo in bottiglia: comprare in quantità e stappare con calma.

Santorini PDO Kavalieros 2014
Assyrtiko 100%
L’Assyrtiko single vineyard di Sigalas è il vino più ambizioso del Domaine. L’uva è frutto di vigneti di oltre 60 anni d’età, viene vinificata separatamente e le fecce fini mantenute in sospensione per 18 mesi. Il paglierino è più intenso del precedente, al naso una riduzione iniziale lentamente si defila lasciando esprimere note di solvente, citrine, di erba fresca e minerali. Alla beva fonde acidità e sale in un’unica sensazione, facendo salivare come pochi altri vini. Ricorda uno Chablis, del quale ha anche le stesse ottime prospettive di longevità. Costa circa il doppio dell’Assyrtiko classico e solo per questo è da comprare con parsimonia e stappare con molta calma.

Santorini PDO Santorini Barrel 2014
Assyrtiko 100%
Qui non ci siamo, da quel poco che ho capito l’Assyrtiko e non gradisce fare legno e quindi i 6 mesi in barriques (seppur di ottima qualità) aggiungono solamente sentori vanigliati e nocciolati. A qualcuno potrebbe piacere, a me no, essendo oltretutto più caro dell’Assyrtiko classico.

Santorini PDO Nychteri 2014
Assyrtiko 100%
Il Nychteri è un’indicazione che troverete spesso in etichetta sui vini greci e potrebbe essere tradotto come vendemmia tardiva. In questo caso l’Assyrtiko in purezza lasciato appassire viene fermentato ed affinato sui propri lieviti per 30 mesi. Nel bicchiere è giallo dorato brillante, il bouquet è ampio e in continua evoluzione: miele, pesca gialla, frutta secca. In bocca il residuo zuccherino è minimo e comunque non disturba il sorso, andando a bilanciare l’acidità ancora viva. Il finale è interminabile. Un vino di grande personalità, difficilmente abbinabile se non con formaggi erborinati. Da comprare con parsimonia (quasi 30 euro ma li vale tutti) e dimenticare in cantina.

Cyclades PGI Ean 2014
Mavrotragano 100%
Un rosè che mi ha lasciato un pessimo ricordo: a parte il rosa cerasuolo brillante e un discreto naso fatto di piccoli frutti rossi, pepe e anidride solforosa(!) alla beva è esageratamente acido, manca di corpo e non ha persistenza. Stare alla larga.

Table Wine Apoplous
Mandilaria – Agiorgitiko
Di male in peggio: leggermente più colorato del precedente, profuma di ciliegie, note vegetali e anche qui solforosa(!) In bocca se possibile è ancor più acido del precedente, tannico, decisamente scomposto. Stare alla larga.

Cyclades PGI Mm 2013
Mavrotragano 60% Mandilaria 40%
Un blend dal profilo internazionale, è  color porpora, al naso arriva una mora ben matura e la viola, in bocca è di buon corpo, fresco e fruttato, ha un tannino vivo e di ottima fattura. Un rosso piacevole ma anche c’è una nota di anidride solforora un po’ fuori registro. Buono ma a Santorini c’è di meglio.

Cyclades PGI Mavrotragano 2013
Mavrotragano 100%
Bevuto in purezza in Mavrotragano dimostra di essere l’uva rossa isolana su cui scommettere. Questo 2013 di Sigalas sconta una vinificazione e affinamento in legno oggi ancor coprenti rispetto all’ottima materia prima fatta di frutti scuri maturi, tannino fine e continuo, un finale minerale e molto lungo. Un vino che sicuramente crescerà. Non sarà il bestseller dell’isola (come tutti i rossi) ma è un ottimo vino.

Santorini PDO Vinsanto 2005
Assyrtiko 75% Aidani 25%
Il giallo ambrato di questi Vinsanto è spettacolare, il bouquet è complesso e in continuo mutamento: fichi e albicocche appassite, sentori nocciolati, zafferano e miele. Il sorso è gustosissimo anche se un po’ frenato dal resuduo zuccherino, in questa fase ancora dominante. Comprare con parsimonia (30 euro la mezzina) e dimenticare in cantina.

Cyclades PGI Apiliotis 2009
Mandilaria 100%
Questo è un vino da bollino rosso: trattasi di passito da uve rosse con un residuo zuccherino da diabete istantaneo e null’altro. Sui miei appunti ho segnato un da evitare assolutamente che mi sembra dica tutto.

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Enodiario da Santorini, un paradiso precario

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Santorini è bianco, blu e nero. Bianco delle case e delle chiese, accecante per il sole a mezzogiorno, dolce come il miele al tramonto. Blu del mare e del cielo uniti a perdita d’occhio in un abbraccio intenso e profondo. Nero del vulcano, delle sue interioria sputate fuori nei secoli, rocce arroventate dal sole e scalfite dal vento. Santorini è vivere alla giornata in un luogo che solo qualche generazione fa non era così com’è oggi, è un paradiso precario e le sue vigne sono l’essenza di questa filosofia.

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Prepararevi a non vedere i classici filari pettinati ma troverete viti a piede franco basse, rasenti al suolo, protette dai venti da muretti a secco e da un sistema di potatura a cestino. Tutto ciò rende la meccanizzazione impossibile e il costo di manodopera per coltivare il vigneto molto elevato, in parte compensato da una quasi totale assenza di trattamenti fitosanitari.
Stupefacente la varietà ampelografica di decine di autoctoni per un’isoletta di neanche 80 km². Sono tre i bianchi principali, assyrtiko, aidani, athiri e due i rossi, mavrotragano e mandilaria.
L’assyrtiko è senz’altro il fuoriclasse della batteria, tanto che occupa i tre quarti della superficie vitata di Santorini. È un bianco strutturato, nonostante il sole rovente dell’isola conserva una spina dorsale fresca ed acida che rende il sorso gustoso ma diritto e lo sostiene nell’invecchiamento che può arrivare anche a 10 anni.
L‘athiri evidenzia fin dal nome le sue radici isolane (l’antico nome di Santorini è Thira, oggi nome della città principale). In purezza è leggermente aromatico, di moderata alcolicità ed acidità. In molti casi l’athiri viene unito all’assyrtiko per renderne il sorso più snello e fruttato.
L’aidani è un’uva aromatica, produce vini di poco corpo e bassa acidità. Esistono alcuni esempi di vinificazione in purezza, ma solitamente anch’esso viene assemblato con l’assirtiko, specie nel caso si produca il Vinsanto da uve passite.
Il mavrotragano è un’uva a bacca rossa autoctona di buone potenzialità, la più interessante che abbia assaggiato. Produce un rosso corposo, molto minerale, con tannini fini e saporiti, che ben si presta all’affinamento in legno.
La mandilaria è il rosso autoctono più diffuso sull’isola, dona vini profumati, molto intensi nel colore, leggeri in alcol, corpo ed acidità. Viene vinificata in purezza o assemblaggio e spesso i grappoli vengono lasciati disidratare naturalmente al sole per produrne un passito.
Le cantine che vinificano a Santorini non sono molte, poco più di una decina, ed è diffusa la pratica tra i piccoli viticoltori di conferire le uve a queste ultime, non avendo l’attrezzatura necessaria per produrre in proprio il vino.
Le principali sono:
Art Space Winery
Argyros
Atzidakis
Santo Wines
Sigalas
Antoniou
Boutari
Roussos
Gaia
Gavalas
Volcan Wines
Come detto, alcune cantine vinificano sia uve di proprietà che acquistate, altre solamente uve di proprietà, alcune di esse poi fanno parte di realtà imprenditoriali molto più ampie, con zone di produzione vinicola anche su altre isole greche o nei dintorni di Atene. Trovate in grassetto le più importanti (sia a livello qualitativo che per reperibilità), nelle quali la visita è quasi un obbligo per ogni winelover in vacanza a Santorini che si rispetti. Una nota dolente ma evidentissima è come il paesaggio dell’isola sia oggetto di una cementificazione costante, diretta conseguenza del crescente flusso turistico. Scegliere prodotti locali, far visita ai produttori e acquistare il frutto dei loro sforzi è un modo per contrastare questa tendenza e salvaguardare un paesaggio unico: pomodori, fichi, capperi, pistacchi e, ovviamente, vino. Un modo per contribuire a preservare un delicato paradiso, e portare via con sè un po’ di quel bianco, blu e nero che è Santorini.
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L’Hérzu 2013 ovvero perchè un Riesling piemontese è tra i più grandi bianchi italiani

Le occasioni per bere un grande bianco non mi capitano spesso, vuoi perchè vivo in una terra dove i rossi la fanno giustamente da padroni, vuoi per gusto personale. Ma quando capita non resta che tirar giù il cappello, soprattutto se ho bevuto un grande bianco della terra piemontese. Mi è successo tempo fa con il Timorasso Pitasso 2011 di Mariotto, poi con il Gavi Pisè 2010 de La Raia. Insomma se hai nel bicchiere un grande Chardonnay borgognone un po’ te lo aspetti ma da un Riesling piemontese ci rimani lì. Due anni fa avevo recensito l’Hérzu 2011 che mi era piaciuto parecchio ma questo 2013 è il miglior millesimo che io abbia bevuto. Premetto di non averle assaggiate tutte ma dalla 2009 in poi.

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Ettore Germano – Langhe Riesling Hérzu 2013
Il 2013 nella sua gioventù è la versione bevuta meno piaciona (leggi con meno residuo zuccherino), a differenza di alcune addietro che parevano percorrere quella strada. Il paglierino nel bicchiere è giovane e promettente, più esile che in altre annate, anche la consistenza pare inferiore. Il roteare nel bicchiere restituisce i fiori bianchi, l’erba falciata di fresco, gli agrumi. Un’estrema aderenza al vitigno con la mineralità forte e la minuta ed elegantissima nota d’idrocarburo in fieri. Il sorso è saporito, di un’acidità evidente e diretta, salata. Non basteranno le dita di due mani a contare i secondi in cui persiste in bocca.
È un grande Riesling che evolverà meravigliosamente, da comprare ora e stappare con calma nei prossimi anni. Bravo Sergio, chapeau!

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