Occhio perchè all’Elba si fanno grandi vini

Sapete, siamo nel 2014 (ahimè quasi 2015) e non c’è praticamente più alcun luogo di questo pianeta su cui l’uomo non abbia poggiato i piedi. Discorso simile vale per la vitivinicoltura, anche di casa nostra. Inutile che ci lamentiamo dei vari Châteaux cinesi nati negli ultimi anni se poi nel Bel Paese ci ostiniamo a piantare viti ovunque. Dall’Alto Adige alla Sicilia non c’è regione senza la cosiddetta vocazione viticola che sarà indispensabile per vendere il vino ma -ad esempio- qualcuno deve spiegarmi dov’è in certe pianure bresciane coltivate a mais prima dell’invenzione della Franciacorta.
Se da un lato è vero che la penisola straripa di varietà indigene, non è certo solo necessario il vitigno autoctono di turno per fare un grande vino ma servono un territorio, storia e cultura. E tutto ciò è più raro di quel che si pensi, quindi prima o poi i nodi verranno al pettine.
Questo preambolo potrebbe calzare con l’Isola d’Elba, piccolo e grazioso lembo di terra immerso nel Tirreno, dove la vite è di gran lunga la coltura principale ma queste due bottiglie dicono che non è così.

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Acquabona – Elba Ansonica 2013
L’ansonica (o inzolia) è il principale vitigno a bacca bianca dell’isola anche se ha origini siciliane. Questo 2013 di Acquabona è di un giallo paglierino didattico, di poca consistenza al roteare il bicchiere. Ha un bouquet vegetale di erba falciata e un accenno agrumato ma è in bocca che stupisce: è fresco, sapido e incredibilmente beverino eppur mai banale. Io l’ho bevuto con il sushi ed era perfetto; immagino possa essere un grande compagno a tavola con un carpaccio di pesce freschissimo, magari proprio mentre siete all’Elba.

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Arrighi – Toscana IGT Tresse 2011
Il Tresse di Arrighi è un blend di sangiovese, sagrantino e syrah, tre S appunto. Un vino ben riuscito, affinato in terracotta e parte in barrique prima dell’assemblaggio. Il 2011 è rubino cupo, consistente, odora di mora e macchia mediterranea. In bocca ha carattere, il tannino del sagrantino si fa sentire ma non manca il fruttato del sangiovese e soprattutto del syrah a compensarlo. Vino di sicura longevità, almeno decennale. Darebbe filo da torcere a tanti IGT Toscana prodotti in continente, al di là del mare.

Le grandi potenzialità della vitivinicoltura dell’Elba oggi sono davvero poco espresse. Servirebbe un cantore innamorato di questi luoghi, delle sue vigne, dei vignaioli e dei vini, un po’ come lo è il buon Enofaber per la Valle d’Aosta. E spero arrivi presto, molto presto.

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