Della sera in cui la Barbera Monleale del tortonese asfaltò Asti e Alba

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Vigneti Massa – Colli Tortonesi Monleale 2009

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Giacomo Conterno – Barbera d’Alba Cascina Francia 2011

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Coppo – Barbera d’Asti Pomorosso 2011

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Olim Bauda – Barbera d’Asti Superiore Nizza 2011

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Marchesi Alfieri – Barbera d’Asti La Tota 2013

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Vietti – Barbera d’Alba Tre Vigne 2013

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De Roerum Natura

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La situazione del Roero, il vino rosso a base Nebbiolo della sinistra Tanaro, oggi è un groviglio in cui si fatica a trovare il bandolo della matassa. Nonostante i dieci anni trascorsi dall’ottenimento della DOCG, questa denominazione stenta a fasi strada tra gli scaffali delle enoteche e sulle tavole, come dimostra l’esiguo numero di produttori roerini intenti a vendere il proprio Nebbiolo come Roero.
Su slowine.it (sito sempre più ben fatto) Michele Antonio Fino ha fatto il punto sulla possibilità che per far fronte a questo venga introdotta in etichetta, oltre alla scritta Roero, la dicitura ottenuto da uve Nebbiolo.
Amo il Roero e proprio per questo da un po’ di tempo mi sono fatto una mia opinione sulla situazione, partendo dal punto di vista più importante sulla vicenda, quello del consumatore.
Immaginatevi di fronte ad uno scaffale con diverse bottiglie di vino, prendiamo ad esempio quelli a base Nebbiolo piemontesi per fare un confronto tra i vicini del Roero in questione: Barolo, Barbaresco, Gattinara, Ghemme. Il nostro parte subito svantaggiato perchè gli altri sono tutti paesi, i nomi richiamano chiaramente il luogo di provenienza e, pur includendo altri comuni limitrofi nel disciplinare, identificano chiaramente la zona produttiva. Chiunque ad esempio può inserire il nome del vino Barolo su Google Maps e trovare il cuore della denominazione. Non è cosa da poco, soprattutto se abitate nell’altro emisfero. Ed infatti i dati delle vendite parlano chiaro: se si vuole vendere vino di qualità (con un prezzo adeguato che ripaghi degli sforzi) bisogna sempre più oltrepassare i confini nazionali: qui chi capirà una simile dicitura cervellotica tra mille etichette francesi, spagnole, cilene, australiane? Pensiamo davvero che il consumatore estero sappia tradurre la dicitura ottenuto da uve Nebbiolo?
La parola Nebbiolo è quella fondamentale perchè identifica il vitigno con cui è fatto il vino, è nota e permette un riconoscimento sicuro da parte del consumatore di ciò che c’è nella bottiglia. Nell’ottica vincente del less is more perchè diavolo scrivere Roero ottenuto da uve Nebbiolo quando basterebbe scrivere Roero Nebbiolo? Semplice ed efficace, un’ottima soluzione.
Sarebbe un buon punto di partenza per aiutare le vendite quello di sfruttare il nome del vitigno d’origine, magari ammettendo la facoltà del produttore di scegliere se scrivere Roero o Roero Nebbiolo.
Riportare in etichetta Nebbiolo inoltre, non è come scrivere ad esempio Pinot Noir: di quest’ultimo vitigno se ne trovano moltissime bottiglie prodotte fuori dalla zona d’origine, dagli States all’Australia, e in alcuni casi con ottimi risultati, ma sfido a elencarmi i nomi di buoni Nebbiolo prodotti al di fuori dalle nostre tre regioni vocate (Piemonte, Val d’Aosta e Valtellina).
Potrebbe essere l’occasione per mettere mano ad un disciplinare che è da rivedere anche in altri punti. Andrebbe finalmente introdotto il monovarietale sia per quando riguarda il Roero Arneis (uva Arneis) che per il Roero (uva Nebbiolo), oggi ancora legati ad un anacronistico 95%.
Si potrebbe dare il giusto tempo di maturazione al Roero Arneis consentendone la messa in commercio non prima della primavera successiva all’anno di vendemmia. (Ne scrivevo qui).
La questione più importante è far crescere la fiducia dei produttori nelle potenzialità del Roero, credendoci profondamente. Oggi chi crede nel Roero? Semplice: chi produce i vini di questo territorio rivendicandolo in etichetta con le due denominazioni Roero e Roero Arneis. Chi non ci crede invece sono i produttori roerini che non le rivendicano affatto, oppure che oltre a queste producono vini di denominazioni oggi più spendibili sul mercato: Barolo, Barbaresco, Moscato d’Asti, Gavi. Per far crescere un territorio bisogna camminarci sopra con entrambi i piedi ben saldi. Troppo comodo avere un piede di qua e uno di là dal Tanaro.

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Appunti toscani della scorsa estate

Appunti toscani della scorsa estate

San Galgano in Colle Val d’Elsa

Quand’è che mi ero stufato dei vini toscani? Un paio di anni fa, dopo qualche Brunello di alta gamma deludente, qualche taglio bordolese iper ammorbidito, mi ero arreso e avevo spostato la mia attenzione su altri vini. Ma da inizio estate 2014 le cose sono cambiate, complice uno splendido viaggio in terra toscana.

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Montenidoli – Vernaccia di San Gimignano Tradizionale 2012
Andiamo con ordine e partiamo dal bianco, e che bianco: la Vernaccia Tradizionale 2012 di Montenidoli. Tradizionale perchè macera un poco con le bucce, al naso ha un fiore pallido e appena accennato accanto ad una mineralità sferzante. In bocca è un rosso vestito da bianco, non certo un campione di complessità e finezza ma è la sua natura. Acidità e salinità la fanno da padrone, rendendo il sorso diritto, robusto, capace di tirare come un mulo un boccone di cibo. Bianco sconsigliato per l’aperitivo, da bere invece senza paura a tutto pasto, anche non troppo fresco.

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Castello di Monsanto – Chianti Classico 2011
Quasi esclusivamente uva sangiovese (90%) con un piccolo saldo di canaiolo e colorino, vinificazione in acciaio e affinamento di un anno in botte grande. È rubino, ben più cupo di ciò che ci si attenderebbe da un Chianti Classico. Profuma dapprima di viola e petunia poi via via acquista profondità ed emergono il frutto ben maturo e una nota terrosa. Si beve chè una meraviglia, saporito, non lascia deluso nemmeno un angolo del palato e rimane a lungo, in bocca ed in testa.
Se lo trovate in giro non fatevelo scappare, costa circa dieci euro ma ne vale molti di più.

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Le Ragnaie – Chianti Colli Senesi 2012
Signori giù il cappello davanti al Chianti Colli Senesi 2012 di Riccardo Campinoti! Un sangiovese di Montalcino in purezza che gioca in punta di fioretto. Le uve sono declassate alla produzione di Chianti Colli Senesi perchè cresciute oltre i 600m e quindi fuori disciplinare ma la stoffa c’è tutta e si sente: punge il naso con i frutti rossi maturi ed in bocca ha un equilibrio mirabile tra freschezza ed avvolgenza. Piaciuto molto, anche più del Rosso di Montalcino pari annata che aveva l’alcol un po’ fuori dalle righe. Grande vino a tavola e grande rapporto qualità/prezzo: acquistato a 8 euro in cantina.

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Contro gli Arneis natalizi

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Lo scorso anno raccontavo su parliamodivino della degustazione che avevo organizzato con 20 diversi Arneis 2012 alla cieca: il risultato fu un’interessante panoramica su un importante bianco autoctono piemontese. Rimanendo coi piedi ben saldi a terra, mi pare evidente che si tratti di un vitigno che può dare buoni vini, a volte buonissimi, ma non ha la caratura per produrre grandi vini. E comunque i grandi bianchi italiani si contano sulle dita di una mano. Detto questo dall’assaggio era emersa la propensione di alcuni Arneis all’invecchiamento: avevano sentori sconosciuti agli altri campioni, più complessi del classico fruttato-floreale, che crescevano d’intensità lasciandoli ossigenare lentamente nel bicchiere. Da allora non mi sono più fermato, assaggiando quando ne avevo la possibilità Arneis che avevano fino a 10 anni sulle spalle. Alcuni non erano più buoni nemmeno per sfumare il risotto, altri invece avevano acquisito carattere, spingendo forte sul pedale della mineralità. Cosa accomuna questi ultimi Arneis così buoni? Di certo il lavoro in vigna: un’ottima materia prima, uve sane, maturate nelle esposizioni migliori e colte al giusto grado di maturità. Ma è fondamentale il lavoro in cantina dove un prolungato affinamento sulle fecce fini rende il vino ricco e complesso, capace di far emergere col tempo quelle note sconosciute ai più. In definitiva, per produrre un Arneis di qualità superiore è necessario dargli il tempo di cui ha bisogno per crescere senza avere fretta di imbottigliarlo e venderlo. L’Arneis non è un vino natalizio come ci fanno credere tanti produttori svelti ad andare sul mercato con l’annata corrente prima delle feste. Anzi, sono proprio questi produttori a danneggiare l’immagine dell’Arneis, sia perchè alimentano la fama di vino senza capacità d’invecchiamento, sia perchè i loro Arneis non potranno che essere limitati nell’espressione gustativa al solo fruttato-floreale. Vini facili e insipidi, dal respiro corto, dal prendi i soldi e scappa, con tanti saluti al piacere di bere un vino maturo e di carattere.
E non è un caso che i prezzi delle uve e del vino, dopo un decennio di crescita continua (anche della superficie vitata) stiano calando. Le belle parole non bastano, produttori: spingete per modificare il disciplinare, consentendo la messa in commercio non prima della primavera successiva all’anno di vendemmia e le cose cambieranno.
Oppure attendetene il declino, brindando felici a Natale con un ottimo Arneis 2014.

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Occhio perchè all’Elba si fanno grandi vini

Sapete, siamo nel 2014 (ahimè quasi 2015) e non c’è praticamente più alcun luogo di questo pianeta su cui l’uomo non abbia poggiato i piedi. Discorso simile vale per la vitivinicoltura, anche di casa nostra. Inutile che ci lamentiamo dei vari Châteaux cinesi nati negli ultimi anni se poi nel Bel Paese ci ostiniamo a piantare viti ovunque. Dall’Alto Adige alla Sicilia non c’è regione senza la cosiddetta vocazione viticola che sarà indispensabile per vendere il vino ma -ad esempio- qualcuno deve spiegarmi dov’è in certe pianure bresciane coltivate a mais prima dell’invenzione della Franciacorta.
Se da un lato è vero che la penisola straripa di varietà indigene, non è certo solo necessario il vitigno autoctono di turno per fare un grande vino ma servono un territorio, storia e cultura. E tutto ciò è più raro di quel che si pensi, quindi prima o poi i nodi verranno al pettine.
Questo preambolo potrebbe calzare con l’Isola d’Elba, piccolo e grazioso lembo di terra immerso nel Tirreno, dove la vite è di gran lunga la coltura principale ma queste due bottiglie dicono che non è così.

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Acquabona – Elba Ansonica 2013
L’ansonica (o inzolia) è il principale vitigno a bacca bianca dell’isola anche se ha origini siciliane. Questo 2013 di Acquabona è di un giallo paglierino didattico, di poca consistenza al roteare il bicchiere. Ha un bouquet vegetale di erba falciata e un accenno agrumato ma è in bocca che stupisce: è fresco, sapido e incredibilmente beverino eppur mai banale. Io l’ho bevuto con il sushi ed era perfetto; immagino possa essere un grande compagno a tavola con un carpaccio di pesce freschissimo, magari proprio mentre siete all’Elba.

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Arrighi – Toscana IGT Tresse 2011
Il Tresse di Arrighi è un blend di sangiovese, sagrantino e syrah, tre S appunto. Un vino ben riuscito, affinato in terracotta e parte in barrique prima dell’assemblaggio. Il 2011 è rubino cupo, consistente, odora di mora e macchia mediterranea. In bocca ha carattere, il tannino del sagrantino si fa sentire ma non manca il fruttato del sangiovese e soprattutto del syrah a compensarlo. Vino di sicura longevità, almeno decennale. Darebbe filo da torcere a tanti IGT Toscana prodotti in continente, al di là del mare.

Le grandi potenzialità della vitivinicoltura dell’Elba oggi sono davvero poco espresse. Servirebbe un cantore innamorato di questi luoghi, delle sue vigne, dei vignaioli e dei vini, un po’ come lo è il buon Enofaber per la Valle d’Aosta. E spero arrivi presto, molto presto.

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Dogliani Briccolero 2012 di Chionetti

Amore ed odio è ciò che provo pensando al Dolcetto.
O meglio dovrei dire ai Dolcetto perchè il panorama produttivo piemontese è ampio e variegato: differenti denominazioni (Ovada, Alba, Diano e Dogliani), differenti interpretazioni vitivinicole e visioni di un vino che a volte è l’ultimo della produzione aziendale mentre altre volte ne è il fiore all’occhiello.
Non metto il dito nella piaga della profonda crisi di vendite che attraversa questo vino, frutto evidentemente di errori nelle scelte produttive, nella scrittura dei disciplinari e nel posizionamento sul mercato con scarse e scadenti idee di promozione.
Vorrei invece raccontare di un Dolcetto di Dogliani che da solo vale quella parola Amore che apre il mio post, il Briccolero di Quinto Chionetti. La cantina di Chionetti è tra le più storiche di tutte le Langhe, data la sua fondazione nel 1912.
I vini prodotti oggi sono tutti centrati, di una purezza stilistica cristallina e sono solo tre: un Nebbiolo e due Dolcetto (il San Luigi e il Briccolero), a mettere ben in chiaro la centralità del Dolcetto per il produttore.

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Chionetti – Dogliani Briccolero 2012
Porpora, il naso di una pulizia e freschezza esemplari profuma di more e viole. In bocca acidità e struttura lo rendono vigoroso, un succo di piccoli frutti scuri, ancora di more ed amarene. C’è un tannino vivo a solleticare il palato, raramente così aggraziato per un Dolcetto, tutt’altro che banale. Adesso si beve che è una meraviglia ma non abbiate timore nel dimenticarne qualche bottiglia in cantina: il Dogliani e l’Ovada sono i due Dolcetto con migliori capacità d’invecchiamento. Ne è testimone il Briccolero 2008 che bevuto l’anno scorso (dopo 5 anni) era perfetto.
Il Dogliani di Chionetti è amore per il Dolcetto anche se nel contesto odierno non rappresenta la regola ma l’eccezione.

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Declassare una perla enologica o delle folli commissioni d’assaggio

C’è un bicchiere di un grande bianco davanti a me mentre scrivo, orgoglio e miracolo dell’uomo e della terra. Ma la testa è altrove, pensieri che indugiano sul concetto di spesa come atto politico. Sì, quell’idea secondo cui comprare un prodotto anzichè un altro è un voto a favore o contro una certo modo di produrre. A parte il fatto che conoscere sul serio provenienza e composizione di un alimento che si acquista è quasi un’utopia oggi, a maggior ragione per il vino che può essere prodotto con una miriade di additivi legali senza dover riportare nulla in etichetta. Ma questo è un altro discorso.
Dicevo dell’idea di spesa come atto politico, per una volta anche in ambito vinicolo potete fare la differenza: smettete di comprare casse di insipido Fiano di Avellino DOCG a € 3.99 in GDO e spendete i danari risparmiati per procurarvi una bottiglia di Vigna della Congregazione 2012 declassato. Declassato?
Già, declassato a Campania Fiano IGP.
E dire che tal trattamento è stato riservato al Vigna della Congregazione di Villa Diamante dovrebbe far strabuzzare gli occhi a più di un amante del vino, non solo campano. L’illustre tafaziana commissione d’assaggio che assegna la DOCG ha bocciato il vino in prima e seconda battuta. Dunque niente fascetta oro per l’annata 2012 che uscirà in commercio come Campania Fiano IGT La Congregazione.
La vicenda è ben raccontata qui sul blog campaniastories.it da Paolo De Cristofaro, gran conoscitore della vitivinicoltura campana, andatevela a leggere.
La portata di questa bocciatura potrebbe essere spiegata ai digiuni di Fiano con un paio d’esempi: immaginate che vengano declassati un Barolo di Bartolo Mascarello oppure in Valpolicella un Amarone di Quintarelli oppure ancora un Brunello di Biondi Santi. Faccio questi esempi tanto per capirci, perchè il Vigna della Congregazione è un peso massimo tra i Fiano di Avellino. E questo lo sanno anche i muri.
Certo ha sempre la sua timbrica scontrosa da giovane, così come viene nell’interpretazione non interventista di Antoine Gaita nel territorio di Montefredane ma non teme rivali in eleganza ed emozione che può dare se lo si lascia riposare alcuni anni in bottiglia. E’ così anche per tanti altri grandi vini.
Non so cosa sia andato storto negli assaggi da far prendere tal decisione alla commissione ma per me c’è qualcosa che non torna. Insomma qual è il motivo? Dietro alla barricata di un generico “anomalie olfattive e gustative” tutto tace sulla precisa entità del difetto. Un silenzio assordante.
Il disciplinare a cui deve attenersi la commissione d’assaggio è piuttosto vago per quanto riguarda l’analisi organolettica, giustamente mi verrebbe da dire perchè se uno ha rispettato tutti gli altri parametri (zona di produzione, uvaggio, titolo alcolometrico, acidità, estratto non riduttore…) e poi le analisi chimiche confermano la salubrità del prodotto i vini risultanti saranno piuttosto omogenei. E vivaddio se in questo appiattimento sensoriale qualche produttore ci regala un vino con un briciolo di personalità.
Quindi cari enorivoluzionari, in barba alla folle commissione, mano al portafogli per comprare con manica larga il Campania Fiano 2012 di Villa Diamante. Mettetelo in cantina e stappate senza fretta negli anni a venire, sentirete che goduria.

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Villa Diamante – Fiano di Avellino Vigna della Congregazione 2009

Il Vigna della Congregazione 2009 oggi è giovane, dorato e luminoso, al naso è di una piacevolezza e pulizia cristalline con frutta gialla matura, accenni agrumati e di fiori di campo; poi tanta mineralità con una nota fumè presente ma non dominante perchè ben amalgamata. In bocca è leggiadro e sapido, di una capacità rinfrescante fuori dal comune. Insomma un Fiano con gli attributi, un grande bianco.
Una bocciatura in commissione di una perla del genere è una sconfitta per tutti gli amanti del vino e una vittoria dell’omologazione.
Armiamoci di cavatappi e ribelliamoci.

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