Enodiario da Marsala: Marco De Bartoli

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La produzione di vini di qualità a Marsala negli ultimi decenni ha una punta di diamante che risponde al nome di Marco De Bartoli. Dalla cantina in Contrada Samperi escono veri e propri gioielli enologici, figli di un’appassionata ricerca del meglio che possono offrire le terre di Marsala e di Pantelleria. Tutto si deve al nome che campeggia in etichetta, quel Marco De Bartoli che testardo ad inizio anni ’80 rompe gli schemi e prova a produrre un Marsala diverso, percorrendo all’indietro la storia di quel vino, cercando di imitare quel leggendario perpetuum assaggiato dal comandante John Woodhouse non ancora fortificato. Nacque così il Vecchio Samperi, senza dubbio il vino simbolo della cantina, al quale poi si affiancarono i Marsala classici, quindi le interpretazioni del grillo secco tra cui spicca il Grappoli del Grillo, un rosso a base pignatello, il Rosso di Marco e poi gli spumanti metodo classico Terza Via prodotti con metodo solouva con ancora il grillo a farla da padrone, in assemblaggio al nero d’avola per il rosè.
E poi i vini di Pantelleria, incredibili interpretazioni dello zibibbo di Bukkuram, che potremmo definire la Romanèe Conti della piccola isola: il Sole d’Agosto e il Vigna del Padre.
Insomma la visita in contrada Samperi è imprescindibile: che si cammini tra i filari di grillo, che si guardi la vecchia cantina con botti decennali, che si rimanga seduti ad assaggiare i vini prodotti, non si può non respirare a pieni polmoni l’artigianalità, l’entusiasmo, l’amore per la terra che crea certi capolavori.
Un grande grazie va anche alla splendida Marilena Leta che ci ha accompagnati nel tour e nella degustazione, una donna simpatica e di rara competenza, brava!

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Marco De Bartoli – Sicilia Metodo Classico Brut Nature Terzavia
Qui la scheda tecnica
Aprire la degustazione in cantina con questo metodo classico è un vero piacere, ovvio non pretendere la stoffa del campione da un metodo classico siculo, ma vi assicuro che é quanto di più lontano da certe versioni caricaturali. Un vino di territorio, in piena filosofia De Bartoli, con l’uva grillo a giocare sull’acidità, sui sentori di mela verde e di erba fresca.

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Marco De Bartoli – Sicilia Grillo Vignaverde 2015
Qui la scheda tecnica
Il Grillo per eccellenza, nella versione più facile e beverina, l’alcol c’è ma è perfettamente integrato, i frutti a pasta chiara croccanti. Un vino estivo, di facile abbinamento con primi piatti e piatti di pesce, come se ne trovano in quantità nella miglior tradizione siciliana.
Vino da acquistare e bere senza troppi pensieri.

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Marco De Bartoli – Sicilia Grillo Grappoli del Grillo 2014
Qui la scheda tecnica
Quando a inizio anni 90 De Bartoli decise di puntare sull’uva grillo ne uscì questa etichetta, una delle prime versioni secche in purezza. L’approccio borgognone originario con bâtonnage frequenti e legno piccolo è rimasto ma si è man mano addolcito negli anni, con un’uso più curato dei carati: oggi le barrique sia affiancano ai tonneaux e anche fusti più grandi. Già bevuto in altre occasioni, il 2014 ha ancora un piccolo sentore vanigliato da smaltire, per il resto è davvero interessante, fresco e pepato al naso, al palato mostra frutti gialli ben maturi, una spina acida che lo sorreggerà a lungo, molto sapido.
Da comprare e metter via qualche anno.

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Marco De Bartoli – Vecchio Samperi
Qui la scheda tecnica
Il Vecchio Samperi è Marco De Bartoli. È la sua idea di vino di Marsala, quella per cui nacque la cantina e ne crebbe la fama. È il soleras prima che lo codificassero gli enologi e gli algoritmi del fare vino moderno. Ha il sapore del grillo maturato al sole rovente in contrada Samperi, in un bilanciamento mirabile tra sali, zuccheri e acidi. Un’esperienza totale. È l’essenza di Marsala più pura che esista.
Da acquistare in quantità e bere con calma negli anni a venire.

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Marco De Bartoli – Marsala Vergine Riserva 1988
Un fuoriclasse tra i Marsala: molto secco, sensazioni di frutta secca ed agrumi, sale, centro bocca importante, così come il calore alcolico, finale interminabile. Il mio preferito dei tre Marsala provati.

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Marco De Bartoli – Marsala Superiore Riserva 10 Anni
Qui siamo di fronte ad uno splendido esempio di Marsala classico di qualità. Bouquet ricco con sentori di frutta secca, legno antico, salmastro. Sorso importante, buon equilibrio acidi/zuccheri, finale molto lungo.

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Marco De Bartoli – Marsala Superiore Oro Riserva 5 Anni Vigna La Miccia
Qui la scheda tecnica
Il colore è più luminoso dei precedenti, i sentori ossidativi meno evidenti e perfettamente integrati, profuma intensamente di nocciole tostate. Il sorso è snello, per il centro bocca saporito ma non pachidermico, per la sapidità evidente, per il tenore alcolico mai prevaricante. Un Marsala ideale per avvicinare un neofita alla tipologia.

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Marco De Bartoli – Passito di Pantelleria Bukkuram Sole d’Agosto 2013
Qui la scheda tecnica
Ricchissimo in ogni componente visiva, olfattiva, gustativa. Il pigmento color ambra è carico e con riflessi dorati. Il naso è un tripudio di sentori: miele, scorza d’agrume candita, caramello, cera d’api e moltissimi altri. Il sorso è avvolgente, dolce e mai stucchevole come solo uno zibibbo di Pantelleria sa essere, lascia un’aromaticità in bocca lunghissima. È il vino che più mi è piaciuto della batteria: memorabile.

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Marco De Bartoli – Passito di Pantelleria Bukkuram Padre della Vigna 2008
Qui la scheda tecnica
Una versione ancor più complessa del Bukkuram Sole d’Agosto. Il Padre della Vigna affina 24 mesi in barrique, aggiungendo, se possibile, altri sentori in particolare la prugna secca e note tostate. Un grande vino dolce, capace di soprendere ad ogni inspirazione, ad ogni sorso.
Mi piace immaginare la mitologica ambrosia, di cui si cibavano gli dei immortali, simile ad un Passito di
Pantelleria, questo.

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Marco De Bartoli
Contrada Fornara Samperi, 292
91025 Marsala (TP)
Tel. +39 0923 962093
Contrada Bukkuram, 9
91017 Pantelleria (TP)
Tel. +39 0923 918344

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Enodiario da Marsala: storia e disciplinare di produzione

Tra i tanti vini ri-scoperti nel mondo dei winelovers non può mancare il Marsala. Vino della Sicilia occidentale dalla tradizione centenaria che trae le sue origini dal perpetuum, un vino ossidativo prodotto dai contadini marsalesi già prima del 1700. Il vino in questione era prodotto aggiungendo vino nuovo a quello contenuto nella stessa botte da cui si era prelevato il necessario per l’anno precedente, un metodo simile al soleras (Porto, Sherry).

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Il Marsala moderno nacque però con l’arrivo del commerciante inglese John Woodhouse nel porto cittadino il quale nel 1773 approdò con la nave su cui viaggiava nel porto di Marsala. Durante la sosta egli ebbe modo di bere il vino prodotto nella zona, il perpetuum appunto, che trovò simile ai vini spagnoli e portoghesi molto richiesti in quel periodo in Inghilterra (in particolare il Madeira). Decise dunque di trasportare in patria alcuni barili di perpetuum dopo averlo fortificato con acquavite di vino per renderlo stabile ed in grado di affrontare il viaggio in mare. Fu il primo Marsala moderno. Giunto in Inghilterra il vino ebbe grande successo sia perchè incontrava il gusto del tempo sia per il suo prezzo conveniente.
Iniziò così un secolo di creazione di stabilimenti produttivi e crescita quantitativa del vino Marsala. Tra i produttori più importanti, oltre a Woodhouse, Ingham & Whitaker, Florio, Don Diego Rallo, Vito Curatolo Arini, Carlo Pellegrino.

La fortuna del vino Marsala ha conosciuto alterne vicende: dopo i fasti del 1800 una grave crisi attraversò la città e il suo vino dopo la prima guerra mondiale soprattutto per l’operare di commercianti privi di scrupoli che sfruttavano la fama del Marsala per vendere prodotti di qualità scadente. Per questo, già nel 1931 venivano mossi i primi passi verso una legislazione che proteggesse il Marsala originale dalle imitazioni e che ne circoscrivesse la zona di produzione, e fu tutelato dal governo con un decreto ministeriale Acerbo e Bottai (15 ottobre 1931).
Il vino Marsala è stato il primo vino DOC della storia vinicola italiana. Un grande orgoglio per quanti lo producono e per tutto il territorio è stato infatti il riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata nel 1969.

Il disciplinare odierno consente la produzione di Marsala con uve provenienti dall’intera provincia di Trapani ad esclusione dei comuni di Alcamo, Favignana e Pantelleria.

La denominazione Marsala è ampia e ben descritta nelle sue varietà da questa piramide.

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La prima distinzione è in base al metodo di vinificazione e invecchiamento:
Marsala Vergine derivato da sole uve bianche e addizionato, dopo la fermentazione, con solo etanolo di origine vitivinicola e/o acquavite di vino; il Marsala Vergine deve essere sottoposto ad invecchiamento con il metodo soleras per arrivare ad essere commercializzato nei tipi
Marsala vergine con invecchiamento di almeno cinque anni;
Marsala Vergine Riserva con invecchiamento di almeno dieci anni.

Marsala Conciato a cui, dopo la fermentazione, è stato aggiunto:
• etanolo
• mosto cotto, che influirà sugli aromi ed il colore del vino
mistella: una miscela di mosto d’uva tardiva che influisce sul grado zuccherino e sui profumi, e mosto concentrato per conferire maggiore morbidezza ai quali si aggiunge etanolo per bloccare la fermentazione.
Il Marsala conciato deve essere anche esso sottoposto ad invecchiamento per arrivare alla commercializzazione nei seguenti tipi:
Marsala Fine, minimo 1 anno di invecchiamento.
Marsala Superiore minimo 2 anni di invecchiamento
Marsala Superiore Riserva minimo 4 anni di invecchiamento.

La seconda distinzione deriva dai vitigni d’origine e dal colore:
Marsala Oro prodotto con uve Grillo e/o Catarratto e/o Ansonica (detto localmente Inzolia) e/o Damaschino, è vietata l’aggiunta di mosto cotto;
Marsala Ambra prodotto con uve Grillo e/o Catarratto e/o Ansonica (detto localmente Inzolia) e/o Damaschino, con aggiunta di mosto cotto superiore all’1%;
Marsala Rubino (in disuso) prodotto con Perricone (localmente chiamato Pignatello) e/o Nero d’Avola e/o Nerello mascalese e/o (fino al 30% delle uve impegnate in totale) le uve a bacca bianca previste per i Marsala Oro ed Ambra, è vietata l’aggiunta di mosto cotto.

La terza distinzione deriva del residuo zuccherino:
Marsala Secco con zuccheri inferiori a 40 gr. per litro;
Marsala Semisecco con zuccheri superiori a 40 gr. per litro e inferiori a 100 gr. per litro;
Marsala Dolce, con zuccheri superiori a 100 gr. per litro.

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Vigneto di grillo in Marsala/Cantina De Bartoli

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Io, Barolo la Nuit 2015: tre grandi Barolo da comuni minori

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La sera del 30 maggio 2015, a fine primavera, il Castello di Roddi ospitava l’annuale evento del consorzio Strada del Barolo: Io, Barolo la Nuit 2015.

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Tra i castelli di Langa quello di Roddi è uno dei meno conosciuti ma al contempo uno dei più affascinanti, merita certamente una sosta. A fine maggio nel cortile del Castello la degustazione (informale) chiedeva già le maniche corte e i tigli in fiore addolcivano l’aria dell’estate alle porte. Decine i produttori partecipanti e vini in libera degustazione. Tutti (o quasi) allineati nel presentare al banchetto l’ultimo nato, il loro Barolo 2011.
Annata buona, che ha dato vini dal facile approccio anche in gioventù, con il frutto maturo ben in evidenza. I Barolo 2011 sono splendidi da bere ora e nel prossimo decennio ma generalmente non hanno la caratura per sfidare il tempo come nei grandi millesimi. La caratteristica interessante della degustazione era che molti Barolo provenivano da tre comuni minori della denominazione: Novello, Verduno, Roddi. Fa bene di tanto in tanto ricordare che accanto ai cinque paesi più noti (Castiglione Falletto, La Morra, Barolo, Monforte, Serralunga) ne troviamo altri sei (Novello, Verduno, Roddi, Grinzane Cavour, Diano, Cherasco).
Sul sito del Consorzio di Tutela si trovano tutte le informazioni riguardandi la denominazione ma per un focus dettagliato sulla zona del Barolo e sui suoi cru affidatevi al nuovo libro MGA di Masnaghetti, una vera Bibbia sul tema.
Io nel mio piccolo vi segnalo tre assaggi di splendidi Barolo 2011 da vigneti in Novello, Roddi e Verduno.

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Cadia – Barolo Monvigliero 2011
Barolo di Verduno fino al midollo, di grandissima finezza, giocato su un’estrazione del frutto millimetrica. Entra in bocca avvelgendola con un frutto scuro, molto saporito, vena sapida, tannino ancor vigoroso e minuto, lunga persistenza.

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Negretti – Barolo Mirau 2011
Arriva dal Bricco Ambrogio di Roddi uno dei Barolo che più rimandano all’uva mai bevuti. Il frutto in bocca è ancora masticabile, muscolare, legno non percepito. Più esuberante e meno preciso del precedente è giocato su una vincente semplicità. A tavola potrà accompagnare il cibo con una disinvoltura inusuale per un Barolo.

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Le Strette – Barolo Corini Pallaretta 2011
Prima uscita per questo Barolo e probabilmente la prima vinificazione separata di sempre per questo vigneto di Novello.
La materia è tanta ma di qualità eccelsa, ha ancora una quota di legno da saldare e poi sarà puro godimento. Frutti ben maturi, tannino grintoso e una scia minerale per un allungo gustosissimo. Una grande scoperta, da comprare a mani basse.

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Enodiario da Santorini: Domaine Sigalas

Enodiario da Santorini: Domaine Sigalas

Tra i produttori di vino di Santorini ho scelto di visitare Domaine Sigalas, una certezza. Arrivare alla cantina non è così semplice perchè la segnaletica sull’isola benchè presente sulla strada principale, appena ci si avventura in strade secondarie è pressochè inesistente. E le scritte in alfabeto greco certo non aiutano!
La cantina si trova nella parte nord dell’isola, nel comune di Oia. Per arrivarci dalla costa di Oia si va a Finikia (a est di Oia) e si punta verso l’entroterra, altrimenti se si è dal lato opposto si va a Paradisos e si procede verso sud nell’entroterra.

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L’azienda è di recente fondazione (1991) nata come realtà familiare, dal 1998 si è trasferita nell’attuale nuova sede, costruita nella piana di Oia. La proprietà oggi conta 27 ettari vitati e una produzione di 300000 bottiglie ed è un riferimento per la produzione vinicola di qualità di Santorini.
Nella mia visita ho assaggiato nello splendido dehor vista vigneti tutta la loro produzione, eccone il resoconto. Yamas!

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Cyclades PGI Aidani 2014
Aidani 100%
Giallo paglierino, al naso è aromatico, fruttato di pesca e melone. Il sorso è leggero, intensamente fruttato e abbastanza sapido, è un’uva aromatica vinificata secca, ricorda un Muscat de Chambave. Vino ben fatto ma non lo comprerei.

Santorini PDO Assyrtiko – Athiri 2014
Assemblaggio di Assyrtiko 75% e Athiri 25%
Qui ci siamo, è paglierino con riflessi verdolini, il bouquet è di frutti bianchi e minerale. In bocca è di buon corpo, ancora fruttato e salino, molto gustoso e di grande persistenza. Ricorda un Gavi di quelli fatti bene, è il miglior rapporto qualità/prezzo di Sigalas: comprare in quantità.

Santorini PDO Santorini 2014
Assyrtiko 100%
Il vino bestseller del Domaine: il colore è paglierino, profuma di mela, agrumi e uvaspina. In bocca ha carattere, corposo, con vena acida e salina ben evidenti, grande allungo finale. Il 2014 è certamente giovane, crescerà rimanendo in bottiglia: comprare in quantità e stappare con calma.

Santorini PDO Kavalieros 2014
Assyrtiko 100%
L’Assyrtiko single vineyard di Sigalas è il vino più ambizioso del Domaine. L’uva è frutto di vigneti di oltre 60 anni d’età, viene vinificata separatamente e le fecce fini mantenute in sospensione per 18 mesi. Il paglierino è più intenso del precedente, al naso una riduzione iniziale lentamente si defila lasciando esprimere note di solvente, citrine, di erba fresca e minerali. Alla beva fonde acidità e sale in un’unica sensazione, facendo salivare come pochi altri vini. Ricorda uno Chablis, del quale ha anche le stesse ottime prospettive di longevità. Costa circa il doppio dell’Assyrtiko classico e solo per questo è da comprare con parsimonia e stappare con molta calma.

Santorini PDO Santorini Barrel 2014
Assyrtiko 100%
Qui non ci siamo, da quel poco che ho capito l’Assyrtiko e non gradisce fare legno e quindi i 6 mesi in barriques (seppur di ottima qualità) aggiungono solamente sentori vanigliati e nocciolati. A qualcuno potrebbe piacere, a me no, essendo oltretutto più caro dell’Assyrtiko classico.

Santorini PDO Nychteri 2014
Assyrtiko 100%
Il Nychteri è un’indicazione che troverete spesso in etichetta sui vini greci e potrebbe essere tradotto come vendemmia tardiva. In questo caso l’Assyrtiko in purezza lasciato appassire viene fermentato ed affinato sui propri lieviti per 30 mesi. Nel bicchiere è giallo dorato brillante, il bouquet è ampio e in continua evoluzione: miele, pesca gialla, frutta secca. In bocca il residuo zuccherino è minimo e comunque non disturba il sorso, andando a bilanciare l’acidità ancora viva. Il finale è interminabile. Un vino di grande personalità, difficilmente abbinabile se non con formaggi erborinati. Da comprare con parsimonia (quasi 30 euro ma li vale tutti) e dimenticare in cantina.

Cyclades PGI Ean 2014
Mavrotragano 100%
Un rosè che mi ha lasciato un pessimo ricordo: a parte il rosa cerasuolo brillante e un discreto naso fatto di piccoli frutti rossi, pepe e anidride solforosa(!) alla beva è esageratamente acido, manca di corpo e non ha persistenza. Stare alla larga.

Table Wine Apoplous
Mandilaria – Agiorgitiko
Di male in peggio: leggermente più colorato del precedente, profuma di ciliegie, note vegetali e anche qui solforosa(!) In bocca se possibile è ancor più acido del precedente, tannico, decisamente scomposto. Stare alla larga.

Cyclades PGI Mm 2013
Mavrotragano 60% Mandilaria 40%
Un blend dal profilo internazionale, è  color porpora, al naso arriva una mora ben matura e la viola, in bocca è di buon corpo, fresco e fruttato, ha un tannino vivo e di ottima fattura. Un rosso piacevole ma anche c’è una nota di anidride solforora un po’ fuori registro. Buono ma a Santorini c’è di meglio.

Cyclades PGI Mavrotragano 2013
Mavrotragano 100%
Bevuto in purezza in Mavrotragano dimostra di essere l’uva rossa isolana su cui scommettere. Questo 2013 di Sigalas sconta una vinificazione e affinamento in legno oggi ancor coprenti rispetto all’ottima materia prima fatta di frutti scuri maturi, tannino fine e continuo, un finale minerale e molto lungo. Un vino che sicuramente crescerà. Non sarà il bestseller dell’isola (come tutti i rossi) ma è un ottimo vino.

Santorini PDO Vinsanto 2005
Assyrtiko 75% Aidani 25%
Il giallo ambrato di questi Vinsanto è spettacolare, il bouquet è complesso e in continuo mutamento: fichi e albicocche appassite, sentori nocciolati, zafferano e miele. Il sorso è gustosissimo anche se un po’ frenato dal resuduo zuccherino, in questa fase ancora dominante. Comprare con parsimonia (30 euro la mezzina) e dimenticare in cantina.

Cyclades PGI Apiliotis 2009
Mandilaria 100%
Questo è un vino da bollino rosso: trattasi di passito da uve rosse con un residuo zuccherino da diabete istantaneo e null’altro. Sui miei appunti ho segnato un da evitare assolutamente che mi sembra dica tutto.

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Enodiario da Santorini, un paradiso precario

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Santorini è bianco, blu e nero. Bianco delle case e delle chiese, accecante per il sole a mezzogiorno, dolce come il miele al tramonto. Blu del mare e del cielo uniti a perdita d’occhio in un abbraccio intenso e profondo. Nero del vulcano, delle sue interioria sputate fuori nei secoli, rocce arroventate dal sole e scalfite dal vento. Santorini è vivere alla giornata in un luogo che solo qualche generazione fa non era così com’è oggi, è un paradiso precario e le sue vigne sono l’essenza di questa filosofia.

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Prepararevi a non vedere i classici filari pettinati ma troverete viti a piede franco basse, rasenti al suolo, protette dai venti da muretti a secco e da un sistema di potatura a cestino. Tutto ciò rende la meccanizzazione impossibile e il costo di manodopera per coltivare il vigneto molto elevato, in parte compensato da una quasi totale assenza di trattamenti fitosanitari.
Stupefacente la varietà ampelografica di decine di autoctoni per un’isoletta di neanche 80 km². Sono tre i bianchi principali, assyrtiko, aidani, athiri e due i rossi, mavrotragano e mandilaria.
L’assyrtiko è senz’altro il fuoriclasse della batteria, tanto che occupa i tre quarti della superficie vitata di Santorini. È un bianco strutturato, nonostante il sole rovente dell’isola conserva una spina dorsale fresca ed acida che rende il sorso gustoso ma diritto e lo sostiene nell’invecchiamento che può arrivare anche a 10 anni.
L‘athiri evidenzia fin dal nome le sue radici isolane (l’antico nome di Santorini è Thira, oggi nome della città principale). In purezza è leggermente aromatico, di moderata alcolicità ed acidità. In molti casi l’athiri viene unito all’assyrtiko per renderne il sorso più snello e fruttato.
L’aidani è un’uva aromatica, produce vini di poco corpo e bassa acidità. Esistono alcuni esempi di vinificazione in purezza, ma solitamente anch’esso viene assemblato con l’assirtiko, specie nel caso si produca il Vinsanto da uve passite.
Il mavrotragano è un’uva a bacca rossa autoctona di buone potenzialità, la più interessante che abbia assaggiato. Produce un rosso corposo, molto minerale, con tannini fini e saporiti, che ben si presta all’affinamento in legno.
La mandilaria è il rosso autoctono più diffuso sull’isola, dona vini profumati, molto intensi nel colore, leggeri in alcol, corpo ed acidità. Viene vinificata in purezza o assemblaggio e spesso i grappoli vengono lasciati disidratare naturalmente al sole per produrne un passito.
Le cantine che vinificano a Santorini non sono molte, poco più di una decina, ed è diffusa la pratica tra i piccoli viticoltori di conferire le uve a queste ultime, non avendo l’attrezzatura necessaria per produrre in proprio il vino.
Le principali sono:
Art Space Winery
Argyros
Atzidakis
Santo Wines
Sigalas
Antoniou
Boutari
Roussos
Gaia
Gavalas
Volcan Wines
Come detto, alcune cantine vinificano sia uve di proprietà che acquistate, altre solamente uve di proprietà, alcune di esse poi fanno parte di realtà imprenditoriali molto più ampie, con zone di produzione vinicola anche su altre isole greche o nei dintorni di Atene. Trovate in grassetto le più importanti (sia a livello qualitativo che per reperibilità), nelle quali la visita è quasi un obbligo per ogni winelover in vacanza a Santorini che si rispetti. Una nota dolente ma evidentissima è come il paesaggio dell’isola sia oggetto di una cementificazione costante, diretta conseguenza del crescente flusso turistico. Scegliere prodotti locali, far visita ai produttori e acquistare il frutto dei loro sforzi è un modo per contrastare questa tendenza e salvaguardare un paesaggio unico: pomodori, fichi, capperi, pistacchi e, ovviamente, vino. Un modo per contribuire a preservare un delicato paradiso, e portare via con sè un po’ di quel bianco, blu e nero che è Santorini.
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Il Pietramarina di Benanti ed il miglior ristorante di Langa

Se oggi un forestiero mi chiedesse dove mangiare per la prima volta in Langa la risposta sarebbe senz’altro: da Bovio! Non che manchino altre degne proposte, anzi, i locali con cucina tipica e meno tipica sono sempre di più su queste colline. Troverete un’infinità di proposte dalla più economica delle osterie con menù fisso e vino sfuso ai ristoranti stellati con piatti incredibili e carta dei vini spaziale.
Però in medio stat virtus ed è ciò che troverete da Bovio.
Arrivati al ristorante sarà sufficiente uno sguardo al panorama dalla terrazza per capire che comunque vada sarà un successo.

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La scelta dei piatti non ha sbavature, soprattutto il menù a 45 euro è completo, in assoluto il miglior assaggio di Langa che possiate fare a quel prezzo.
E quello che soddisfa ancor più i winelovers, in mezzo a tutti questi piatti eccellenti, è una carta dei vini che definirla carta pare un po’ riduttivo: è un vero e proprio volume stile saga di Tolkien. Le referenze sono tante, ben ordinate, spesso con più annate disponibili e oltre all’ampia selezione piemontese non mancano bottiglie italiane ed estere, con Champagne e Borgogna a farla da padrone. Tra gli altri sono una certezza i Montrachet di Ramonet e il Silex di Didier Dagueneau, qualità/prezzo imbattibile per il Saint Joseph di Domaine Coursodon. Seguendo la mia solita linea del qualità/prezzo ho scelto di bere un Etna Bianco: il Pietramarina di Benanti.

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Benanti – Etna Bianco Superiore Pietramarina 2010
Il 2010 ha tutti i tratti che deve avere un grande vino bianco: freschezza e mineralità a palate, eleganza e capacità evolutiva.
Il colore è paglierino netto e brillante, vi si respirano a due narici i fiori bianchi, la mela, le rocce acide della muntagna su cui crescono gli incredibili ceppi decennali di carricante (in parte a piede franco) da cui deriva. È un bianco di montagna, alla cieca si può tranquillamente collocare in nord Italia, Austria o Francia. Magia dell’Etna, di un vigneto del sud a quasi mille metri d’altezza, e dei Benanti che continuano a interpetare questo carricante in purezza, nel senso letterale del termine.
Lo trovate in carta da Bovio a 30 euro, cercatelo in giro e capirete perchè a quel prezzo non potevo farmelo scappare, soprattutto servito su quel terrazzo, che è uno dei gioielli di Langa che mezzo mondo ci invidia.

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Il Roero Bricco Medica 2011 alla Fontanazza di La Morra

Qualche settimana fa si è andati per la prima volta alla Locanda Fontanazza a La Morra. Scelta che ha convinto in pieno tutti i presenti, sia per il luogo magnifico, con una gran vista sulle colline langhette, sia per l’impostazione della cena che definirei casual. Abbiamo trovato ovviamente i classici di Langa, vitello tonnato e carne cruda, tajarin e plin, ma siamo stati sorpresi dal baccalà accomodato (da urlo) e da una pancetta arrostita che si scioglie in bocca. E per dessert un geniale gelato all’olio d’oliva, scaglie di cioccolato e sale. Tovagliette di carta easy e finale con caffè direttamente dalla moka.
Applausi poi per l’Olio a disposizione dei commensali: il Tumaì, monocultivar Taggiasca, di Anfosso (Chiusavecchia – Imperia) semplicemente spettacolare.
Si è bevuto molto bene, pescando da una carta dei vini furba, non troppo ricca e giustamente nebbiolocentrica.

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Cascina Val del Prete – Roero Bricco Medica 2011

Il Roero Bricco Medica 2011 di Cascina Val del Prete è stato il nostro fido compagno a tavola. Mario Roagna ha tirato fuori il meglio dai suoi nebbioli, anche in questa annata calda. Nel rubino intenso c’è il frutto maturo che ha però mantenuto una certa freschezza. Ciliegie e rosa macerata, 14.5% di alcol non percepiti. Il tannino, vivo e di splendida fattura, avrebbe voluto qualche anno in più per addolcirsi. Ma va bene così, si torna a casa col sorriso con vini di questa stoffa, semplici e saporiti, perfetti sempre, dal pic-nic alla cena stellata. In carta alla Fontanazza a 19 euro.

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Appunti toscani della scorsa estate

Appunti toscani della scorsa estate

San Galgano in Colle Val d’Elsa

Quand’è che mi ero stufato dei vini toscani? Un paio di anni fa, dopo qualche Brunello di alta gamma deludente, qualche taglio bordolese iper ammorbidito, mi ero arreso e avevo spostato la mia attenzione su altri vini. Ma da inizio estate 2014 le cose sono cambiate, complice uno splendido viaggio in terra toscana.

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Montenidoli – Vernaccia di San Gimignano Tradizionale 2012
Andiamo con ordine e partiamo dal bianco, e che bianco: la Vernaccia Tradizionale 2012 di Montenidoli. Tradizionale perchè macera un poco con le bucce, al naso ha un fiore pallido e appena accennato accanto ad una mineralità sferzante. In bocca è un rosso vestito da bianco, non certo un campione di complessità e finezza ma è la sua natura. Acidità e salinità la fanno da padrone, rendendo il sorso diritto, robusto, capace di tirare come un mulo un boccone di cibo. Bianco sconsigliato per l’aperitivo, da bere invece senza paura a tutto pasto, anche non troppo fresco.

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Castello di Monsanto – Chianti Classico 2011
Quasi esclusivamente uva sangiovese (90%) con un piccolo saldo di canaiolo e colorino, vinificazione in acciaio e affinamento di un anno in botte grande. È rubino, ben più cupo di ciò che ci si attenderebbe da un Chianti Classico. Profuma dapprima di viola e petunia poi via via acquista profondità ed emergono il frutto ben maturo e una nota terrosa. Si beve chè una meraviglia, saporito, non lascia deluso nemmeno un angolo del palato e rimane a lungo, in bocca ed in testa.
Se lo trovate in giro non fatevelo scappare, costa circa dieci euro ma ne vale molti di più.

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Le Ragnaie – Chianti Colli Senesi 2012
Signori giù il cappello davanti al Chianti Colli Senesi 2012 di Riccardo Campinoti! Un sangiovese di Montalcino in purezza che gioca in punta di fioretto. Le uve sono declassate alla produzione di Chianti Colli Senesi perchè cresciute oltre i 600m e quindi fuori disciplinare ma la stoffa c’è tutta e si sente: punge il naso con i frutti rossi maturi ed in bocca ha un equilibrio mirabile tra freschezza ed avvolgenza. Piaciuto molto, anche più del Rosso di Montalcino pari annata che aveva l’alcol un po’ fuori dalle righe. Grande vino a tavola e grande rapporto qualità/prezzo: acquistato a 8 euro in cantina.

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Dogliani Briccolero 2012 di Chionetti

Amore ed odio è ciò che provo pensando al Dolcetto.
O meglio dovrei dire ai Dolcetto perchè il panorama produttivo piemontese è ampio e variegato: differenti denominazioni (Ovada, Alba, Diano e Dogliani), differenti interpretazioni vitivinicole e visioni di un vino che a volte è l’ultimo della produzione aziendale mentre altre volte ne è il fiore all’occhiello.
Non metto il dito nella piaga della profonda crisi di vendite che attraversa questo vino, frutto evidentemente di errori nelle scelte produttive, nella scrittura dei disciplinari e nel posizionamento sul mercato con scarse e scadenti idee di promozione.
Vorrei invece raccontare di un Dolcetto di Dogliani che da solo vale quella parola Amore che apre il mio post, il Briccolero di Quinto Chionetti. La cantina di Chionetti è tra le più storiche di tutte le Langhe, data la sua fondazione nel 1912.
I vini prodotti oggi sono tutti centrati, di una purezza stilistica cristallina e sono solo tre: un Nebbiolo e due Dolcetto (il San Luigi e il Briccolero), a mettere ben in chiaro la centralità del Dolcetto per il produttore.

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Chionetti – Dogliani Briccolero 2012
Porpora, il naso di una pulizia e freschezza esemplari profuma di more e viole. In bocca acidità e struttura lo rendono vigoroso, un succo di piccoli frutti scuri, ancora di more ed amarene. C’è un tannino vivo a solleticare il palato, raramente così aggraziato per un Dolcetto, tutt’altro che banale. Adesso si beve che è una meraviglia ma non abbiate timore nel dimenticarne qualche bottiglia in cantina: il Dogliani e l’Ovada sono i due Dolcetto con migliori capacità d’invecchiamento. Ne è testimone il Briccolero 2008 che bevuto l’anno scorso (dopo 5 anni) era perfetto.
Il Dogliani di Chionetti è amore per il Dolcetto anche se nel contesto odierno non rappresenta la regola ma l’eccezione.

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Due splendide cartoline dalla Toscana

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Bucciarelli – Chianti Classico 2008
Ezio e Massimo Bucciarelli dell’Antico Podere Casanova producono a Castellina uno dei Chianti Classico più rustici e al tempo stesso più fedeli al terroir.
Il Chianti Classico 2008 è rubino carico, materico, granato sull’unghia, profuma di ciliegie, fiori di geranio e terra bagnata. Il sorso è al pieno della godibilità, fatto di ciliegie sotto spirito ed una squillante arancia sanguinella, di sottobosco con foglie secche e sensazioni terrose. Bottiglia da bere e ribere senza moderazione, la cui unica pecca è la difficoltà nel reperirla se non in loco. Colpa della modica quantità prodotta e del prezzo interessantissimo, poco più di 10 euro in enoteca. Avanti così!

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Poderi Sanguineto I e II – Vino Nobile di Montepulciano 2011
Il Nobile di Montepulciano di Poderi Sanguineto è un’interpretazione tradizionalissima: sangiovese (nel clone prugnolo gentile) unito agli autoctoni canaiolo nero e mammolo, lunghe macerazioni e affinamento di due anni in grandi botti di rovere. Il Nobile 2011 è leggiadria e complessità assieme. La veste è di un luminoso rosso rubino, ha un naso di piccoli frutti rossi e spezie, in bocca ha un guizzo fresco, sapido e ancora speziato, sul finale lascia una profonda nota di radici e liquirizia. Un vino importante ma non pomposo, a conferma di quanto la sia moderna la classicità.

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