Io, Barolo la Nuit 2015: tre grandi Barolo da comuni minori

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La sera del 30 maggio 2015, a fine primavera, il Castello di Roddi ospitava l’annuale evento del consorzio Strada del Barolo: Io, Barolo la Nuit 2015.

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Tra i castelli di Langa quello di Roddi è uno dei meno conosciuti ma al contempo uno dei più affascinanti, merita certamente una sosta. A fine maggio nel cortile del Castello la degustazione (informale) chiedeva già le maniche corte e i tigli in fiore addolcivano l’aria dell’estate alle porte. Decine i produttori partecipanti e vini in libera degustazione. Tutti (o quasi) allineati nel presentare al banchetto l’ultimo nato, il loro Barolo 2011.
Annata buona, che ha dato vini dal facile approccio anche in gioventù, con il frutto maturo ben in evidenza. I Barolo 2011 sono splendidi da bere ora e nel prossimo decennio ma generalmente non hanno la caratura per sfidare il tempo come nei grandi millesimi. La caratteristica interessante della degustazione era che molti Barolo provenivano da tre comuni minori della denominazione: Novello, Verduno, Roddi. Fa bene di tanto in tanto ricordare che accanto ai cinque paesi più noti (Castiglione Falletto, La Morra, Barolo, Monforte, Serralunga) ne troviamo altri sei (Novello, Verduno, Roddi, Grinzane Cavour, Diano, Cherasco).
Sul sito del Consorzio di Tutela si trovano tutte le informazioni riguardandi la denominazione ma per un focus dettagliato sulla zona del Barolo e sui suoi cru affidatevi al nuovo libro MGA di Masnaghetti, una vera Bibbia sul tema.
Io nel mio piccolo vi segnalo tre assaggi di splendidi Barolo 2011 da vigneti in Novello, Roddi e Verduno.

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Cadia – Barolo Monvigliero 2011
Barolo di Verduno fino al midollo, di grandissima finezza, giocato su un’estrazione del frutto millimetrica. Entra in bocca avvelgendola con un frutto scuro, molto saporito, vena sapida, tannino ancor vigoroso e minuto, lunga persistenza.

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Negretti – Barolo Mirau 2011
Arriva dal Bricco Ambrogio di Roddi uno dei Barolo che più rimandano all’uva mai bevuti. Il frutto in bocca è ancora masticabile, muscolare, legno non percepito. Più esuberante e meno preciso del precedente è giocato su una vincente semplicità. A tavola potrà accompagnare il cibo con una disinvoltura inusuale per un Barolo.

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Le Strette – Barolo Corini Pallaretta 2011
Prima uscita per questo Barolo e probabilmente la prima vinificazione separata di sempre per questo vigneto di Novello.
La materia è tanta ma di qualità eccelsa, ha ancora una quota di legno da saldare e poi sarà puro godimento. Frutti ben maturi, tannino grintoso e una scia minerale per un allungo gustosissimo. Una grande scoperta, da comprare a mani basse.

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Il Pietramarina di Benanti ed il miglior ristorante di Langa

Se oggi un forestiero mi chiedesse dove mangiare per la prima volta in Langa la risposta sarebbe senz’altro: da Bovio! Non che manchino altre degne proposte, anzi, i locali con cucina tipica e meno tipica sono sempre di più su queste colline. Troverete un’infinità di proposte dalla più economica delle osterie con menù fisso e vino sfuso ai ristoranti stellati con piatti incredibili e carta dei vini spaziale.
Però in medio stat virtus ed è ciò che troverete da Bovio.
Arrivati al ristorante sarà sufficiente uno sguardo al panorama dalla terrazza per capire che comunque vada sarà un successo.

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La scelta dei piatti non ha sbavature, soprattutto il menù a 45 euro è completo, in assoluto il miglior assaggio di Langa che possiate fare a quel prezzo.
E quello che soddisfa ancor più i winelovers, in mezzo a tutti questi piatti eccellenti, è una carta dei vini che definirla carta pare un po’ riduttivo: è un vero e proprio volume stile saga di Tolkien. Le referenze sono tante, ben ordinate, spesso con più annate disponibili e oltre all’ampia selezione piemontese non mancano bottiglie italiane ed estere, con Champagne e Borgogna a farla da padrone. Tra gli altri sono una certezza i Montrachet di Ramonet e il Silex di Didier Dagueneau, qualità/prezzo imbattibile per il Saint Joseph di Domaine Coursodon. Seguendo la mia solita linea del qualità/prezzo ho scelto di bere un Etna Bianco: il Pietramarina di Benanti.

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Benanti – Etna Bianco Superiore Pietramarina 2010
Il 2010 ha tutti i tratti che deve avere un grande vino bianco: freschezza e mineralità a palate, eleganza e capacità evolutiva.
Il colore è paglierino netto e brillante, vi si respirano a due narici i fiori bianchi, la mela, le rocce acide della muntagna su cui crescono gli incredibili ceppi decennali di carricante (in parte a piede franco) da cui deriva. È un bianco di montagna, alla cieca si può tranquillamente collocare in nord Italia, Austria o Francia. Magia dell’Etna, di un vigneto del sud a quasi mille metri d’altezza, e dei Benanti che continuano a interpetare questo carricante in purezza, nel senso letterale del termine.
Lo trovate in carta da Bovio a 30 euro, cercatelo in giro e capirete perchè a quel prezzo non potevo farmelo scappare, soprattutto servito su quel terrazzo, che è uno dei gioielli di Langa che mezzo mondo ci invidia.

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Il Roero Bricco Medica 2011 alla Fontanazza di La Morra

Qualche settimana fa si è andati per la prima volta alla Locanda Fontanazza a La Morra. Scelta che ha convinto in pieno tutti i presenti, sia per il luogo magnifico, con una gran vista sulle colline langhette, sia per l’impostazione della cena che definirei casual. Abbiamo trovato ovviamente i classici di Langa, vitello tonnato e carne cruda, tajarin e plin, ma siamo stati sorpresi dal baccalà accomodato (da urlo) e da una pancetta arrostita che si scioglie in bocca. E per dessert un geniale gelato all’olio d’oliva, scaglie di cioccolato e sale. Tovagliette di carta easy e finale con caffè direttamente dalla moka.
Applausi poi per l’Olio a disposizione dei commensali: il Tumaì, monocultivar Taggiasca, di Anfosso (Chiusavecchia – Imperia) semplicemente spettacolare.
Si è bevuto molto bene, pescando da una carta dei vini furba, non troppo ricca e giustamente nebbiolocentrica.

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Cascina Val del Prete – Roero Bricco Medica 2011

Il Roero Bricco Medica 2011 di Cascina Val del Prete è stato il nostro fido compagno a tavola. Mario Roagna ha tirato fuori il meglio dai suoi nebbioli, anche in questa annata calda. Nel rubino intenso c’è il frutto maturo che ha però mantenuto una certa freschezza. Ciliegie e rosa macerata, 14.5% di alcol non percepiti. Il tannino, vivo e di splendida fattura, avrebbe voluto qualche anno in più per addolcirsi. Ma va bene così, si torna a casa col sorriso con vini di questa stoffa, semplici e saporiti, perfetti sempre, dal pic-nic alla cena stellata. In carta alla Fontanazza a 19 euro.

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Non mi è piaciuto un Barolo di Giuseppe Mascarello. Si può dire vero?

Non mi è piaciuto un Barolo di Giuseppe Mascarello. Si può dire vero?

Premessa: che dalla cantina Giuseppe Mascarello siano usciti (e continuino ad uscire) grandi vini è chiaro a tutti, basta citare il Monprivato per far scattare la scintilla in ogni vero amante del Barolo; ne è conferma l’entusiasmante verticale che poco tempo fa gli ha dedicato il team di Winezone nel Castello di Barolo.
Detto questo ho bevuto più volte il loro Barolo base 2009, che esce con la dicitura Barolo Dai Vigneti di Proprietà e sono rimasto davvero deluso. Ovvio non è uno dei loro single vineyard (Villero, Santo Stefano di Perno, Monprivato) ma viene prodotto unendo le uve di questi tre in annate minori, tra cui la 2009 di cui parlo qui. È uscito sul mercato alla modica cifra di 40 euro ed è andato esaurito in breve tempo, un po’ come tutti i vini del produttore. Un piccolo scandalo se penso ad alcuni Barolo 2009, francamente molto più buoni di questo e venduti a fatica nonostante un prezzo molto inferiore. Un chiaro esempio di acquirenti di etichette anzichè di vino.
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Giuseppe Mascarello – Barolo Dai Vigneti di Proprietà 2009
Il colore è classico e invitante, rubino scarico e luminoso, di media consistenza. Il naso pare subito in difficoltà, scarno: ciliegia sotto spirito e poco altro. Anche in bocca il frutto stenta ad emergere, poca polpa accanto ad un tannino secco ed asciugante. In definitiva, per il sottoscritto una bella delusione.
È proprio questo l’aspetto che mi piace meno dei loro vini, perchè accanto a capolavori assoluti si trovano vini che non hanno alcuna giustificazione per il prezzo che hanno, come con questo Barolo 2009 Dai Vigneti di Proprietà. E la costanza qualitativa non è un fattore secondario perchè fa di un buon produttore un grande produttore e soprattutto mi dà sicurezza nel metter mano al portafogli per acquistarne il vino.

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Appunti toscani della scorsa estate

Appunti toscani della scorsa estate

San Galgano in Colle Val d’Elsa

Quand’è che mi ero stufato dei vini toscani? Un paio di anni fa, dopo qualche Brunello di alta gamma deludente, qualche taglio bordolese iper ammorbidito, mi ero arreso e avevo spostato la mia attenzione su altri vini. Ma da inizio estate 2014 le cose sono cambiate, complice uno splendido viaggio in terra toscana.

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Montenidoli – Vernaccia di San Gimignano Tradizionale 2012
Andiamo con ordine e partiamo dal bianco, e che bianco: la Vernaccia Tradizionale 2012 di Montenidoli. Tradizionale perchè macera un poco con le bucce, al naso ha un fiore pallido e appena accennato accanto ad una mineralità sferzante. In bocca è un rosso vestito da bianco, non certo un campione di complessità e finezza ma è la sua natura. Acidità e salinità la fanno da padrone, rendendo il sorso diritto, robusto, capace di tirare come un mulo un boccone di cibo. Bianco sconsigliato per l’aperitivo, da bere invece senza paura a tutto pasto, anche non troppo fresco.

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Castello di Monsanto – Chianti Classico 2011
Quasi esclusivamente uva sangiovese (90%) con un piccolo saldo di canaiolo e colorino, vinificazione in acciaio e affinamento di un anno in botte grande. È rubino, ben più cupo di ciò che ci si attenderebbe da un Chianti Classico. Profuma dapprima di viola e petunia poi via via acquista profondità ed emergono il frutto ben maturo e una nota terrosa. Si beve chè una meraviglia, saporito, non lascia deluso nemmeno un angolo del palato e rimane a lungo, in bocca ed in testa.
Se lo trovate in giro non fatevelo scappare, costa circa dieci euro ma ne vale molti di più.

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Le Ragnaie – Chianti Colli Senesi 2012
Signori giù il cappello davanti al Chianti Colli Senesi 2012 di Riccardo Campinoti! Un sangiovese di Montalcino in purezza che gioca in punta di fioretto. Le uve sono declassate alla produzione di Chianti Colli Senesi perchè cresciute oltre i 600m e quindi fuori disciplinare ma la stoffa c’è tutta e si sente: punge il naso con i frutti rossi maturi ed in bocca ha un equilibrio mirabile tra freschezza ed avvolgenza. Piaciuto molto, anche più del Rosso di Montalcino pari annata che aveva l’alcol un po’ fuori dalle righe. Grande vino a tavola e grande rapporto qualità/prezzo: acquistato a 8 euro in cantina.

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Guido Marsella Fiano di Avellino 2010

Estate, seppur a sprazzi, e ancora Fiano. O meglio, un grande Fiano: quello di Guido Marsella di Summonte, uno dei miei preferiti.

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Guido Marsella – Fiano di Avellino 2010

Questo 2010 dal paglierino carico e luminoso ha un naso elegante che lentamente rilascia i suoi profumi ad ogni roteare nel bicchiere: fiori gialli, un leggero sfalcio d’erbe, incontro tra macchia mediterranea e balsamiche erbe di montagna. E in testa mi sono subito balenati tanti rimandi a vini valdostani o altoatesini.

Il sorso è freschissimo, meno giocato sulla struttura rispetto ad altre annate (vedi 2009) e più in bevibilità e finezza. L’impatto in bocca è di un equilibrio incredibile, un aplomb quasi da grande Bordeaux, così come la persistenza, lunghissima e colorata da pennellate fumè.

Un vino che trovate a 15 euro in enoteca e a poco più di venti in carta al ristorante, come è capitato a me. Da non mancare ora e per molti anni a venire.

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L’invasione delle bollicine

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Estate, direzione mare: già in costume metto su il Ray-Ban nero d’ordinanza che fa molto rocker, passo al supermercato per comprare la crema solare e vedo il cartellone gigante riportante la scritta Trento Metodo Classico €2,90.

Momento, momento, momento!

Capisco la logica del prezzo ultra competitivo sull’articolo stagionale (sigh!) ma qui siamo all’eccesso.
Ma che diavolo è successo al mercato degli spumanti italiani se mi trovo un metodo classico a meno di 3 euro in GDO? Semplice, da qualche anno c’è una tremenda epidemia che ha copito piccole e grandi aziende vinicole italiane: produrre uno spumante.

Ovunque ti giri, da nord a sud dello stivale, senza dimenticare le isole, trovi cantine dov’è tutto un fiorire di champagnotte, tappi a corona e tappi a fungo, gabbiette e giropalette.
Evviva! Dunque tutti alle prese con le bollicine e il risultato è che oltre ad aver svalutato immagine e prezzo dello spumante ne hanno fatto colare a picco la qualità media. E non c’è da stupirsi se ora ti tirano dietro un metodo classico come fosse l’ennesimo, inutile, premio di consolazione della lotteria di paese.

Sminuito il mercato dei (pochi) luoghi della penisola in cui la bollicina ha davvero un ruolo centrale, Franciacorta, Oltrepò Pavese e Trentino ad esempio, oggi trovate bollicine locali dalla Val d’Aosta alla Sicilia senza soluzione di continuità.
Per non parlare della confusione nella ristorazione col cliente straniero, che oggi è quota di maggioranza un po’ ovunque: se arrivo in una qualunque regione italiana e trovo in carta una bollicina locale molto probabilmente la preferirò a quello spumante lombardo o trentino, semplicemente perchè è locale.

Il problema sono le denominazioni, la loro valorizzazione e non sarà certo questa jungla di nuovi prodotti a farci competere con i cugini francesi, anzi. Gli Champagne hanno un livello qualitativo medio più elevato, hanno il terroir, la storicità e, appunto, il fascino della denominazione. Noi invece sforniamo giornalmente l’ennesimo dubbio tentativo di spumantizzazione.

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Un ultimo Carema prima del caldo estivo

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Cantina dei Produttori Nebbiolo di Carema – Carema Riserva 2009

L’ultimo nebbiolo prima che le temperature estive impongano uno stop e di destinare il cavatappi ad altri vini è un grande Carema Riserva 2009 dei Produttori Nebbiolo di Carema. La bottiglia stappata qualche mese fa viaggiava ad altissimi livelli e così anche questa, il che mi rende ben felice di averne altre in cantina.
È granato a centro bicchiere e aranciato scarico all’unghia, di incredibile trasparenza. Il naso corre tra viole e rose canine, l’arancia bionda e il sottobosco. Il sorso è caldo (e qui la temperatura di giugno non aiuta) con tannino minuto e una scia minerale quasi metallica. Immagino sarebbe interessante seguirne l’evoluzione in bottiglia negli anni a venire ma ad oggi le scorte sono limitate e la facilità di beva troppo invitante.

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