Freisa Toetto 2006 alla Locanda dell’Arco di Cissone

Qualche sera fa si è fuggiti da Alba, che mai come in questo caotico periodo di Fiera del Tartufo è piena di esemplari umani da circo. Basta allontanarsi di una manciata di chilometri in direzione Alta Langa per arrivare a Cissone. Tempo ben speso per giungere in un piccolo paese della Langa più autentica, quella che non ha ceduto alle mode e ai soldi facili. Qui siamo agli antipodi dei ristoranti dove più che a mangiare sembra di andare a teatro, in cui incravattati gastrosnob ingurgitano piatti che non hanno nemmeno il più vago ricordo del territorio in cui nascono, pagando cifre stellari perdendosi l’atmosfera che anima questi luoghi.
Alla Locanda dell’Arco di Cissone invece si mangia. E si mangia alla grande: piatti della tradizione piemontese in una eccellente interpretazione.
Ma è soprattutto la loro carta dei vini che mi ha colpito: Piemonte in primis e non solo, decine di vini disponibili al bicchiere, ricarichi umani e molte bottiglie introvabili. E in tutto questo ben di dio ho pescato una Freisa Toetto 2006 di Giuseppe Mascarello.

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Giuseppe Mascarello – Langhe Freisa Toetto 2006
Ne scrissi tempo fa su parliamodivino: questa Freisa è una piccola bomba, una versione ferma in cui ben si evidenzia la stretta parentela col nebbiolo. La 2006 oggi, otto anni dopo, pare imbottigliata ieri. Il rubino, più cupo rispetto ad altri millesimi, prelude un bouquet fatto di rose e foglie secche, in bocca è sferzante d’acidità, frutti rossi e vivo tannino. Una Freisa golosa, gastronomica, come si usa dire, piemontese fino al midollo.
E questa chicca alla Locanda dell’Arco è in carta a 15 euro, non so se mi spiego.

P.S. Il post è un ringraziamento al buon Gabriele Rosso di piattoforte che ha scritto un bel pezzo sul locale e mi ha fatto venir voglia di tornarci.

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Sulla Freisa (ferma) di Cavallotto

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Cavallotto – Langhe Freisa 2010

Che buona la Freisa 2010 di Cavallotto! Non sarà semplice assaggiarla per l’esigua produzione (3000 bottiglie) ma se siete fortunati a trovarla in carta, provatela. Prodotta tradizionalmente con sole uve freisa fermentate a cappello emerso con breve macerazione delle bucce poi svinata ed affinata un anno in botti di rovere di Slavonia e 6 mesi in bottiglia. Chiariamoci, non è un vino giocato sulla finezza, men che meno all’eleganza ma votato all’espressione varietale. L’annata 2010 è rubino carico, quasi impenetrabile alla luce, profuma di rosa, frutti di montagna freschi, amarena e lampone. In bocca è fruttata, dotata di una buona spinta alcolica che mai deborda, i tannini sono robusti e incisivi. Qualche anno ancora di affinamento non può che giovarle nell’esprimere la sua schietta personalità langhetta.
Da bere a temperatura ambiente con carni e formaggi importanti oppure con un primo, a qualche grado in meno, fresca di cantina.

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I Barolo 2013 di Burlotto

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