Enodiario da Santorini: Domaine Sigalas

Enodiario da Santorini: Domaine Sigalas

Tra i produttori di vino di Santorini ho scelto di visitare Domaine Sigalas, una certezza. Arrivare alla cantina non è così semplice perchè la segnaletica sull’isola benchè presente sulla strada principale, appena ci si avventura in strade secondarie è pressochè inesistente. E le scritte in alfabeto greco certo non aiutano!
La cantina si trova nella parte nord dell’isola, nel comune di Oia. Per arrivarci dalla costa di Oia si va a Finikia (a est di Oia) e si punta verso l’entroterra, altrimenti se si è dal lato opposto si va a Paradisos e si procede verso sud nell’entroterra.

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L’azienda è di recente fondazione (1991) nata come realtà familiare, dal 1998 si è trasferita nell’attuale nuova sede, costruita nella piana di Oia. La proprietà oggi conta 27 ettari vitati e una produzione di 300000 bottiglie ed è un riferimento per la produzione vinicola di qualità di Santorini.
Nella mia visita ho assaggiato nello splendido dehor vista vigneti tutta la loro produzione, eccone il resoconto. Yamas!

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Cyclades PGI Aidani 2014
Aidani 100%
Giallo paglierino, al naso è aromatico, fruttato di pesca e melone. Il sorso è leggero, intensamente fruttato e abbastanza sapido, è un’uva aromatica vinificata secca, ricorda un Muscat de Chambave. Vino ben fatto ma non lo comprerei.

Santorini PDO Assyrtiko – Athiri 2014
Assemblaggio di Assyrtiko 75% e Athiri 25%
Qui ci siamo, è paglierino con riflessi verdolini, il bouquet è di frutti bianchi e minerale. In bocca è di buon corpo, ancora fruttato e salino, molto gustoso e di grande persistenza. Ricorda un Gavi di quelli fatti bene, è il miglior rapporto qualità/prezzo di Sigalas: comprare in quantità.

Santorini PDO Santorini 2014
Assyrtiko 100%
Il vino bestseller del Domaine: il colore è paglierino, profuma di mela, agrumi e uvaspina. In bocca ha carattere, corposo, con vena acida e salina ben evidenti, grande allungo finale. Il 2014 è certamente giovane, crescerà rimanendo in bottiglia: comprare in quantità e stappare con calma.

Santorini PDO Kavalieros 2014
Assyrtiko 100%
L’Assyrtiko single vineyard di Sigalas è il vino più ambizioso del Domaine. L’uva è frutto di vigneti di oltre 60 anni d’età, viene vinificata separatamente e le fecce fini mantenute in sospensione per 18 mesi. Il paglierino è più intenso del precedente, al naso una riduzione iniziale lentamente si defila lasciando esprimere note di solvente, citrine, di erba fresca e minerali. Alla beva fonde acidità e sale in un’unica sensazione, facendo salivare come pochi altri vini. Ricorda uno Chablis, del quale ha anche le stesse ottime prospettive di longevità. Costa circa il doppio dell’Assyrtiko classico e solo per questo è da comprare con parsimonia e stappare con molta calma.

Santorini PDO Santorini Barrel 2014
Assyrtiko 100%
Qui non ci siamo, da quel poco che ho capito l’Assyrtiko e non gradisce fare legno e quindi i 6 mesi in barriques (seppur di ottima qualità) aggiungono solamente sentori vanigliati e nocciolati. A qualcuno potrebbe piacere, a me no, essendo oltretutto più caro dell’Assyrtiko classico.

Santorini PDO Nychteri 2014
Assyrtiko 100%
Il Nychteri è un’indicazione che troverete spesso in etichetta sui vini greci e potrebbe essere tradotto come vendemmia tardiva. In questo caso l’Assyrtiko in purezza lasciato appassire viene fermentato ed affinato sui propri lieviti per 30 mesi. Nel bicchiere è giallo dorato brillante, il bouquet è ampio e in continua evoluzione: miele, pesca gialla, frutta secca. In bocca il residuo zuccherino è minimo e comunque non disturba il sorso, andando a bilanciare l’acidità ancora viva. Il finale è interminabile. Un vino di grande personalità, difficilmente abbinabile se non con formaggi erborinati. Da comprare con parsimonia (quasi 30 euro ma li vale tutti) e dimenticare in cantina.

Cyclades PGI Ean 2014
Mavrotragano 100%
Un rosè che mi ha lasciato un pessimo ricordo: a parte il rosa cerasuolo brillante e un discreto naso fatto di piccoli frutti rossi, pepe e anidride solforosa(!) alla beva è esageratamente acido, manca di corpo e non ha persistenza. Stare alla larga.

Table Wine Apoplous
Mandilaria – Agiorgitiko
Di male in peggio: leggermente più colorato del precedente, profuma di ciliegie, note vegetali e anche qui solforosa(!) In bocca se possibile è ancor più acido del precedente, tannico, decisamente scomposto. Stare alla larga.

Cyclades PGI Mm 2013
Mavrotragano 60% Mandilaria 40%
Un blend dal profilo internazionale, è  color porpora, al naso arriva una mora ben matura e la viola, in bocca è di buon corpo, fresco e fruttato, ha un tannino vivo e di ottima fattura. Un rosso piacevole ma anche c’è una nota di anidride solforora un po’ fuori registro. Buono ma a Santorini c’è di meglio.

Cyclades PGI Mavrotragano 2013
Mavrotragano 100%
Bevuto in purezza in Mavrotragano dimostra di essere l’uva rossa isolana su cui scommettere. Questo 2013 di Sigalas sconta una vinificazione e affinamento in legno oggi ancor coprenti rispetto all’ottima materia prima fatta di frutti scuri maturi, tannino fine e continuo, un finale minerale e molto lungo. Un vino che sicuramente crescerà. Non sarà il bestseller dell’isola (come tutti i rossi) ma è un ottimo vino.

Santorini PDO Vinsanto 2005
Assyrtiko 75% Aidani 25%
Il giallo ambrato di questi Vinsanto è spettacolare, il bouquet è complesso e in continuo mutamento: fichi e albicocche appassite, sentori nocciolati, zafferano e miele. Il sorso è gustosissimo anche se un po’ frenato dal resuduo zuccherino, in questa fase ancora dominante. Comprare con parsimonia (30 euro la mezzina) e dimenticare in cantina.

Cyclades PGI Apiliotis 2009
Mandilaria 100%
Questo è un vino da bollino rosso: trattasi di passito da uve rosse con un residuo zuccherino da diabete istantaneo e null’altro. Sui miei appunti ho segnato un da evitare assolutamente che mi sembra dica tutto.

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Appunti toscani della scorsa estate

Appunti toscani della scorsa estate

San Galgano in Colle Val d’Elsa

Quand’è che mi ero stufato dei vini toscani? Un paio di anni fa, dopo qualche Brunello di alta gamma deludente, qualche taglio bordolese iper ammorbidito, mi ero arreso e avevo spostato la mia attenzione su altri vini. Ma da inizio estate 2014 le cose sono cambiate, complice uno splendido viaggio in terra toscana.

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Montenidoli – Vernaccia di San Gimignano Tradizionale 2012
Andiamo con ordine e partiamo dal bianco, e che bianco: la Vernaccia Tradizionale 2012 di Montenidoli. Tradizionale perchè macera un poco con le bucce, al naso ha un fiore pallido e appena accennato accanto ad una mineralità sferzante. In bocca è un rosso vestito da bianco, non certo un campione di complessità e finezza ma è la sua natura. Acidità e salinità la fanno da padrone, rendendo il sorso diritto, robusto, capace di tirare come un mulo un boccone di cibo. Bianco sconsigliato per l’aperitivo, da bere invece senza paura a tutto pasto, anche non troppo fresco.

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Castello di Monsanto – Chianti Classico 2011
Quasi esclusivamente uva sangiovese (90%) con un piccolo saldo di canaiolo e colorino, vinificazione in acciaio e affinamento di un anno in botte grande. È rubino, ben più cupo di ciò che ci si attenderebbe da un Chianti Classico. Profuma dapprima di viola e petunia poi via via acquista profondità ed emergono il frutto ben maturo e una nota terrosa. Si beve chè una meraviglia, saporito, non lascia deluso nemmeno un angolo del palato e rimane a lungo, in bocca ed in testa.
Se lo trovate in giro non fatevelo scappare, costa circa dieci euro ma ne vale molti di più.

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Le Ragnaie – Chianti Colli Senesi 2012
Signori giù il cappello davanti al Chianti Colli Senesi 2012 di Riccardo Campinoti! Un sangiovese di Montalcino in purezza che gioca in punta di fioretto. Le uve sono declassate alla produzione di Chianti Colli Senesi perchè cresciute oltre i 600m e quindi fuori disciplinare ma la stoffa c’è tutta e si sente: punge il naso con i frutti rossi maturi ed in bocca ha un equilibrio mirabile tra freschezza ed avvolgenza. Piaciuto molto, anche più del Rosso di Montalcino pari annata che aveva l’alcol un po’ fuori dalle righe. Grande vino a tavola e grande rapporto qualità/prezzo: acquistato a 8 euro in cantina.

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Occhio perchè all’Elba si fanno grandi vini

Sapete, siamo nel 2014 (ahimè quasi 2015) e non c’è praticamente più alcun luogo di questo pianeta su cui l’uomo non abbia poggiato i piedi. Discorso simile vale per la vitivinicoltura, anche di casa nostra. Inutile che ci lamentiamo dei vari Châteaux cinesi nati negli ultimi anni se poi nel Bel Paese ci ostiniamo a piantare viti ovunque. Dall’Alto Adige alla Sicilia non c’è regione senza la cosiddetta vocazione viticola che sarà indispensabile per vendere il vino ma -ad esempio- qualcuno deve spiegarmi dov’è in certe pianure bresciane coltivate a mais prima dell’invenzione della Franciacorta.
Se da un lato è vero che la penisola straripa di varietà indigene, non è certo solo necessario il vitigno autoctono di turno per fare un grande vino ma servono un territorio, storia e cultura. E tutto ciò è più raro di quel che si pensi, quindi prima o poi i nodi verranno al pettine.
Questo preambolo potrebbe calzare con l’Isola d’Elba, piccolo e grazioso lembo di terra immerso nel Tirreno, dove la vite è di gran lunga la coltura principale ma queste due bottiglie dicono che non è così.

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Acquabona – Elba Ansonica 2013
L’ansonica (o inzolia) è il principale vitigno a bacca bianca dell’isola anche se ha origini siciliane. Questo 2013 di Acquabona è di un giallo paglierino didattico, di poca consistenza al roteare il bicchiere. Ha un bouquet vegetale di erba falciata e un accenno agrumato ma è in bocca che stupisce: è fresco, sapido e incredibilmente beverino eppur mai banale. Io l’ho bevuto con il sushi ed era perfetto; immagino possa essere un grande compagno a tavola con un carpaccio di pesce freschissimo, magari proprio mentre siete all’Elba.

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Arrighi – Toscana IGT Tresse 2011
Il Tresse di Arrighi è un blend di sangiovese, sagrantino e syrah, tre S appunto. Un vino ben riuscito, affinato in terracotta e parte in barrique prima dell’assemblaggio. Il 2011 è rubino cupo, consistente, odora di mora e macchia mediterranea. In bocca ha carattere, il tannino del sagrantino si fa sentire ma non manca il fruttato del sangiovese e soprattutto del syrah a compensarlo. Vino di sicura longevità, almeno decennale. Darebbe filo da torcere a tanti IGT Toscana prodotti in continente, al di là del mare.

Le grandi potenzialità della vitivinicoltura dell’Elba oggi sono davvero poco espresse. Servirebbe un cantore innamorato di questi luoghi, delle sue vigne, dei vignaioli e dei vini, un po’ come lo è il buon Enofaber per la Valle d’Aosta. E spero arrivi presto, molto presto.

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Due splendide cartoline dalla Toscana

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Bucciarelli – Chianti Classico 2008
Ezio e Massimo Bucciarelli dell’Antico Podere Casanova producono a Castellina uno dei Chianti Classico più rustici e al tempo stesso più fedeli al terroir.
Il Chianti Classico 2008 è rubino carico, materico, granato sull’unghia, profuma di ciliegie, fiori di geranio e terra bagnata. Il sorso è al pieno della godibilità, fatto di ciliegie sotto spirito ed una squillante arancia sanguinella, di sottobosco con foglie secche e sensazioni terrose. Bottiglia da bere e ribere senza moderazione, la cui unica pecca è la difficoltà nel reperirla se non in loco. Colpa della modica quantità prodotta e del prezzo interessantissimo, poco più di 10 euro in enoteca. Avanti così!

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Poderi Sanguineto I e II – Vino Nobile di Montepulciano 2011
Il Nobile di Montepulciano di Poderi Sanguineto è un’interpretazione tradizionalissima: sangiovese (nel clone prugnolo gentile) unito agli autoctoni canaiolo nero e mammolo, lunghe macerazioni e affinamento di due anni in grandi botti di rovere. Il Nobile 2011 è leggiadria e complessità assieme. La veste è di un luminoso rosso rubino, ha un naso di piccoli frutti rossi e spezie, in bocca ha un guizzo fresco, sapido e ancora speziato, sul finale lascia una profonda nota di radici e liquirizia. Un vino importante ma non pomposo, a conferma di quanto la sia moderna la classicità.

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Bolle al Rabajà, nel cuore del Barbaresco

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Taittinger – Champagne Brut Blanc de Blancs Grand Cru Comtes de Champagne 2000

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Jérôme Prévost – Champagne Extra Brut Blanc de Noirs La Closerie

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Veuve J. Lanaud – Champagne Brut Reserve

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Marie-Noëlle Ledru – Champagne Brut Ambonnay Grand Cru

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Egly-Ouriet – Champagne Brut Premier Cru Les Vignes de Vrigny

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Gosset – Champagne Brut Excellence 2000

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Andrea Arici – Franciacorta Dosaggio Zero Millesimato 2008

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Ca’ del Bosco – Franciacorta Satèn 2009

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Gancia – Alta Langa Brut Cuvée 60 Riserva 2004

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Gatinois – Champagne Brut Rosé Aÿ Grand Cru

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Cantina di Sorbara – Lambrusco di Sorbara Omaggio a Gino Friedmann 2013

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Bera – Alta Langa Brut

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Cascina Chicco – VSQ Cuvée Zero Rosé

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Enrico Serafino – Alta Langa Zero 2007

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Serata in bianco con un Batàr 2000 in forma strepitosa

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Bollinger – Champagne Special Cuvée

Domaine Ramonet – Chassagne-Montrachet 1er Cru Morgeot 2006
Querciabella – Batàr 2000
Domaine Larue – Puligny-Montrachet 1er Cru La Garenne 2010
Kante – Chardonnay 2010
Jean-Marc Brocard – Chablis Grand Cru Les Clos 2009
Gaja – Gaia & Rey 2009
Domaine Servin – Chablis Grand Cru Les Preuses
Jermann – Vintage Tunina 2007
Claudio Mariotto – Timorasso Pitasso 2009
Antinori – Cervaro della Sala 2011
Bricco Maiolica – Pensiero Infinito 2009
Damian Podversic – Ribolla Gialla 2006
Fattoria San Lorenzo – San Lorenzo 2001

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Grandi (pesci) Rossi d’Aprile

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Delamotte – Champagne Brut MG

Alain Hudelot-Noellat – Les Suchots Vosne-Romanee Premier Cru 2009
Fontodi – Flaccianello della Pieve 2009
Clerico – Barolo Percristina 2001
Roagna – Barbaresco Asili Vecchie Viti 2008
Tenuta San Guido – Bolgheri Sassicaia 1998
Rocche dei Manzoni – Barolo Vigna Cappella Santo Stefano 2004
Tedeschi – Amarone Classico della Valpolicella 2003
Vajra – Langhe PN Q497 2010
Cavallotto – Barolo Riserva Vignolo 2005
Abbatucci –  Cuvée Collection Rouge Ministre Impérial 2012
Borgo La Gallinaccia – Rosso Sebino Colmo dei Colmi 2009

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Il Bruciato 2008, da Bolgheri a testa alta

A Bolgheri si fanno grandi tagli bordolesi. Punto.
Chi segue le mode e storce il naso davanti ad un Cabernet o ad un Merlot farebbe bene a confrontarlo con quello coltivato in qualunque altra zona italica perchè se oggi c’è una zona della nazione (isole comprese) davvero vocata per questi vitigni è qui e non altrove.
Questo Bolgheri è stupendo, un toscanaccio vestito a puntino per il giorno di festa. Per metà Cabernet Sauvignon, 30% Merlot, 20% Syrah. Uve pressate, fermentate a temperatura controllata in acciaio, svolgolo la malolattica in barriques; assemblato il vino viene messo nuovamente in barriques per 8 mesi prima dell’imbottigliamento e di un ulteriore affinamento di 4 mesi prima della vendita.

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Tenuta Guado al Tasso – Bolgheri Il Bruciato 2008
Rubino limpido, ha un naso potente e variegato, di ciliegie e fragole sciroppate, lieve speziatura dolce, note fresche e mediterranee di mirto. Al palato è succoso, elegantissimo con un incedere in bocca d’alta classe ed un tannino chirurgico. La persistenza pur non lunghissima invita ad un altro sorso tanto è piacevole la sensazione tattile provata in precedenza. Chapeau!

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San Fereolo Coste di Riavolo 2008, il bianco di Nicoletta Bocca

Raccontare il Coste di Riavolo di Nicoletta Bocca è un’impresa ardua. Un bianco langhetto atipico in tutto, sia per i vitigni che lo compongono sia per il metodo di vinificazione. Gewürztraminer e riesling da cloni d’origine alsaziana, quindi uve aromatiche e semiaromatiche. Fermentazione con macerazione delle bucce, separata per le due tipogie e a cui segue l’assemblaggio. Non il massimo della vita, almeno sulla carta. E invece l’assaggio è sorprendente.

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San Fereolo – Langhe Bianco Coste di Riavolo 2008
È un vino che parte ridotto al naso nel millesimo 2008, acquistando temperatura e ossigenandosi si pulisce ed emana sentori agrumati di litchis e soprattutto arancia. In bocca è spiazzante, corposo, dal sapore di albicocca e agrumi con viva freschezza, salinità e lunga persistenza.
Un vino mentale, non immediato. Lo assaggi la prima volta e pensi – ma che diavolo sto bevendo?! – E poi – aspetta, aspetta fammelo risentire! – infine non ne scordi il timbro, l’incisività, il non essere uguale a nessun altro, difficilmente classificabile, non omologato.
Io l’ho bevuto con del salmone affumicato e caprino, buonissimo.
Sono certo che chi lo ha incrociato e ne è rimasto in qualche modo affascinato, se l’è messo in cantina e non esita a ordinarlo quando (raramente) lo trova in carta al ristorante.
Va semplicemente approcciato a mente aperta e ben disposta per capirlo, perchè alcuni difetti sono sulla sottile linea che li separa dai pregi. E lo rendono unico.

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Tenuta San Guido – Le Difese 2009 (+ E.N. dei Baustelle)

Cenetta semplice in coppia: antipasto e primo, candele e incensi a profusione, la voce di Bianconi dei Baustelle in sottofondo (pura poesia, vedi sotto), un rosso toscano non troppo impegnativo.

Tenuta San Guido – Le Difese 2009
Alla vista è rubino carico di buona densità; profuma intensamente di more e prugne in confettura, di erbe fresche di macchia mediterranea. In bocca ha una grande spinta acida che lo rende beverino, mora e mirtillo, sensazioni vegetali e fruttate con tannini sommessi, un lungo finale tutto sul frutto.
Un vino che si concede facilmente, libertino, per quando avete la testa altrove o rapita dalla donna con cui cenate. Una bottiglia in due è la dose minima consigliata, per 15 euro non ve ne pentirete.

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