Le migliori bevute del 2016

Ecco la consueta carrellata finale dei miei migliori assaggi per questo 2016 che sta per finire.
Rullo di tamburi…

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Barone Pizzini – Franciacorta Satèn 2012

Si possono ancora paragonare i Franciacorta agli Champagne nel 2016? Davvero c’è ancora qualcuno a non aver capito che si tratta di pesi diversi, che militano in categorie differenti?
Nel millesimo 2012 il Satèn di Barone Pizzini ha tutto per svettare nella sua categoria. Chardonnay in purezza come d’obbligo, sosta non meno di 30 mesi sugli lieviti. Una mano stilistica sapientemente rodata regala profumi eleganti di crosta di pane ed uvaspina, in bocca ha una bolla fine, avvolgente, sentori di mela appena matura, sapidità intensa, grande freschezza nell’allungo.
Plauso all’approccio biologico e alla bellezza della cantina, dalle dimensioni umane per la denominazione, visita caldamente consigliata.

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La Staffa – Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore Rincrocca 2013

Dopo avermi fatto una splendida impressione a Sorgentedelvino a Piacenza, il riassaggio conferma la stoffa (gioco di parole voluto) del Rincrocca 2013 di La Staffa. Ci trovate il fior di sambuco e la menta, freschezza a palate e finale lungo, pulito e poco amaricante. Insomma un grande bianco di qui e negli anni a venire, bravo Riccardo.

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Matteo Correggia – Roero Roche d’Ampsej 2001

Emozione pura bere un vino che fu di Matteo: l’ultima annata di cui fu partecipe fino a giugno di quel tragico 2001. Alla vinificazione presero parte il giovane enologo e tanti amici produttori del vignaiolo. Il Roche d’Ampsej 2001 oggi è un Roero maturo, necessita di adeguata ossigenazione. Granato intenso, in buona parte terziarizzato nei sentori di foglie secche, terra umida, goudron. A tratti fa capolino il frutto scuro ben maturo ed una intrigante nota di cenere. In bocca ha un tannino ancora vivo, per nulla risolto, lascito anche dell’impostazione moderna in vinificazione.
Chi continua a dire che i nebbiolo del Roero non invecchiano beva prima questa bottiglia, poi ne riparliamo.

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Marco De Bartoli – Passito di Pantelleria Bukkuram Sole d’Agosto 2013

Il vino dell’anno è un Passito di Pantelleria strepitoso bevuto quest’estate a Marsala in visita da Marco De Bartoli.
Ricchissimo in ogni componente visiva, olfattiva, gustativa. Il pigmento color ambra è carico e con riflessi dorati. Il naso è un tripudio di sentori: miele, scorza d’agrume candita, caramello, cera d’api e moltissimi altri. Il sorso è avvolgente, dolce e mai stucchevole come solo uno zibibbo di Pantelleria sa essere, lascia un’aromaticità in bocca lunghissima: memorabile!

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Enodiario da Marsala: Marco De Bartoli

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La produzione di vini di qualità a Marsala negli ultimi decenni ha una punta di diamante che risponde al nome di Marco De Bartoli. Dalla cantina in Contrada Samperi escono veri e propri gioielli enologici, figli di un’appassionata ricerca del meglio che possono offrire le terre di Marsala e di Pantelleria. Tutto si deve al nome che campeggia in etichetta, quel Marco De Bartoli che testardo ad inizio anni ’80 rompe gli schemi e prova a produrre un Marsala diverso, percorrendo all’indietro la storia di quel vino, cercando di imitare quel leggendario perpetuum assaggiato dal comandante John Woodhouse non ancora fortificato. Nacque così il Vecchio Samperi, senza dubbio il vino simbolo della cantina, al quale poi si affiancarono i Marsala classici, quindi le interpretazioni del grillo secco tra cui spicca il Grappoli del Grillo, un rosso a base pignatello, il Rosso di Marco e poi gli spumanti metodo classico Terza Via prodotti con metodo solouva con ancora il grillo a farla da padrone, in assemblaggio al nero d’avola per il rosè.
E poi i vini di Pantelleria, incredibili interpretazioni dello zibibbo di Bukkuram, che potremmo definire la Romanèe Conti della piccola isola: il Sole d’Agosto e il Vigna del Padre.
Insomma la visita in contrada Samperi è imprescindibile: che si cammini tra i filari di grillo, che si guardi la vecchia cantina con botti decennali, che si rimanga seduti ad assaggiare i vini prodotti, non si può non respirare a pieni polmoni l’artigianalità, l’entusiasmo, l’amore per la terra che crea certi capolavori.
Un grande grazie va anche alla splendida Marilena Leta che ci ha accompagnati nel tour e nella degustazione, una donna simpatica e di rara competenza, brava!

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Marco De Bartoli – Sicilia Metodo Classico Brut Nature Terzavia
Qui la scheda tecnica
Aprire la degustazione in cantina con questo metodo classico è un vero piacere, ovvio non pretendere la stoffa del campione da un metodo classico siculo, ma vi assicuro che é quanto di più lontano da certe versioni caricaturali. Un vino di territorio, in piena filosofia De Bartoli, con l’uva grillo a giocare sull’acidità, sui sentori di mela verde e di erba fresca.

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Marco De Bartoli – Sicilia Grillo Vignaverde 2015
Qui la scheda tecnica
Il Grillo per eccellenza, nella versione più facile e beverina, l’alcol c’è ma è perfettamente integrato, i frutti a pasta chiara croccanti. Un vino estivo, di facile abbinamento con primi piatti e piatti di pesce, come se ne trovano in quantità nella miglior tradizione siciliana.
Vino da acquistare e bere senza troppi pensieri.

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Marco De Bartoli – Sicilia Grillo Grappoli del Grillo 2014
Qui la scheda tecnica
Quando a inizio anni 90 De Bartoli decise di puntare sull’uva grillo ne uscì questa etichetta, una delle prime versioni secche in purezza. L’approccio borgognone originario con bâtonnage frequenti e legno piccolo è rimasto ma si è man mano addolcito negli anni, con un’uso più curato dei carati: oggi le barrique sia affiancano ai tonneaux e anche fusti più grandi. Già bevuto in altre occasioni, il 2014 ha ancora un piccolo sentore vanigliato da smaltire, per il resto è davvero interessante, fresco e pepato al naso, al palato mostra frutti gialli ben maturi, una spina acida che lo sorreggerà a lungo, molto sapido.
Da comprare e metter via qualche anno.

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Marco De Bartoli – Vecchio Samperi
Qui la scheda tecnica
Il Vecchio Samperi è Marco De Bartoli. È la sua idea di vino di Marsala, quella per cui nacque la cantina e ne crebbe la fama. È il soleras prima che lo codificassero gli enologi e gli algoritmi del fare vino moderno. Ha il sapore del grillo maturato al sole rovente in contrada Samperi, in un bilanciamento mirabile tra sali, zuccheri e acidi. Un’esperienza totale. È l’essenza di Marsala più pura che esista.
Da acquistare in quantità e bere con calma negli anni a venire.

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Marco De Bartoli – Marsala Vergine Riserva 1988
Un fuoriclasse tra i Marsala: molto secco, sensazioni di frutta secca ed agrumi, sale, centro bocca importante, così come il calore alcolico, finale interminabile. Il mio preferito dei tre Marsala provati.

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Marco De Bartoli – Marsala Superiore Riserva 10 Anni
Qui siamo di fronte ad uno splendido esempio di Marsala classico di qualità. Bouquet ricco con sentori di frutta secca, legno antico, salmastro. Sorso importante, buon equilibrio acidi/zuccheri, finale molto lungo.

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Marco De Bartoli – Marsala Superiore Oro Riserva 5 Anni Vigna La Miccia
Qui la scheda tecnica
Il colore è più luminoso dei precedenti, i sentori ossidativi meno evidenti e perfettamente integrati, profuma intensamente di nocciole tostate. Il sorso è snello, per il centro bocca saporito ma non pachidermico, per la sapidità evidente, per il tenore alcolico mai prevaricante. Un Marsala ideale per avvicinare un neofita alla tipologia.

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Marco De Bartoli – Passito di Pantelleria Bukkuram Sole d’Agosto 2013
Qui la scheda tecnica
Ricchissimo in ogni componente visiva, olfattiva, gustativa. Il pigmento color ambra è carico e con riflessi dorati. Il naso è un tripudio di sentori: miele, scorza d’agrume candita, caramello, cera d’api e moltissimi altri. Il sorso è avvolgente, dolce e mai stucchevole come solo uno zibibbo di Pantelleria sa essere, lascia un’aromaticità in bocca lunghissima. È il vino che più mi è piaciuto della batteria: memorabile.

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Marco De Bartoli – Passito di Pantelleria Bukkuram Padre della Vigna 2008
Qui la scheda tecnica
Una versione ancor più complessa del Bukkuram Sole d’Agosto. Il Padre della Vigna affina 24 mesi in barrique, aggiungendo, se possibile, altri sentori in particolare la prugna secca e note tostate. Un grande vino dolce, capace di soprendere ad ogni inspirazione, ad ogni sorso.
Mi piace immaginare la mitologica ambrosia, di cui si cibavano gli dei immortali, simile ad un Passito di
Pantelleria, questo.

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Marco De Bartoli
Contrada Fornara Samperi, 292
91025 Marsala (TP)
Tel. +39 0923 962093
Contrada Bukkuram, 9
91017 Pantelleria (TP)
Tel. +39 0923 918344

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Enodiario da Marsala: storia e disciplinare di produzione

Tra i tanti vini ri-scoperti nel mondo dei winelovers non può mancare il Marsala. Vino della Sicilia occidentale dalla tradizione centenaria che trae le sue origini dal perpetuum, un vino ossidativo prodotto dai contadini marsalesi già prima del 1700. Il vino in questione era prodotto aggiungendo vino nuovo a quello contenuto nella stessa botte da cui si era prelevato il necessario per l’anno precedente, un metodo simile al soleras (Porto, Sherry).

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Il Marsala moderno nacque però con l’arrivo del commerciante inglese John Woodhouse nel porto cittadino il quale nel 1773 approdò con la nave su cui viaggiava nel porto di Marsala. Durante la sosta egli ebbe modo di bere il vino prodotto nella zona, il perpetuum appunto, che trovò simile ai vini spagnoli e portoghesi molto richiesti in quel periodo in Inghilterra (in particolare il Madeira). Decise dunque di trasportare in patria alcuni barili di perpetuum dopo averlo fortificato con acquavite di vino per renderlo stabile ed in grado di affrontare il viaggio in mare. Fu il primo Marsala moderno. Giunto in Inghilterra il vino ebbe grande successo sia perchè incontrava il gusto del tempo sia per il suo prezzo conveniente.
Iniziò così un secolo di creazione di stabilimenti produttivi e crescita quantitativa del vino Marsala. Tra i produttori più importanti, oltre a Woodhouse, Ingham & Whitaker, Florio, Don Diego Rallo, Vito Curatolo Arini, Carlo Pellegrino.

La fortuna del vino Marsala ha conosciuto alterne vicende: dopo i fasti del 1800 una grave crisi attraversò la città e il suo vino dopo la prima guerra mondiale soprattutto per l’operare di commercianti privi di scrupoli che sfruttavano la fama del Marsala per vendere prodotti di qualità scadente. Per questo, già nel 1931 venivano mossi i primi passi verso una legislazione che proteggesse il Marsala originale dalle imitazioni e che ne circoscrivesse la zona di produzione, e fu tutelato dal governo con un decreto ministeriale Acerbo e Bottai (15 ottobre 1931).
Il vino Marsala è stato il primo vino DOC della storia vinicola italiana. Un grande orgoglio per quanti lo producono e per tutto il territorio è stato infatti il riconoscimento della Denominazione di Origine Controllata nel 1969.

Il disciplinare odierno consente la produzione di Marsala con uve provenienti dall’intera provincia di Trapani ad esclusione dei comuni di Alcamo, Favignana e Pantelleria.

La denominazione Marsala è ampia e ben descritta nelle sue varietà da questa piramide.

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La prima distinzione è in base al metodo di vinificazione e invecchiamento:
Marsala Vergine derivato da sole uve bianche e addizionato, dopo la fermentazione, con solo etanolo di origine vitivinicola e/o acquavite di vino; il Marsala Vergine deve essere sottoposto ad invecchiamento con il metodo soleras per arrivare ad essere commercializzato nei tipi
Marsala vergine con invecchiamento di almeno cinque anni;
Marsala Vergine Riserva con invecchiamento di almeno dieci anni.

Marsala Conciato a cui, dopo la fermentazione, è stato aggiunto:
• etanolo
• mosto cotto, che influirà sugli aromi ed il colore del vino
mistella: una miscela di mosto d’uva tardiva che influisce sul grado zuccherino e sui profumi, e mosto concentrato per conferire maggiore morbidezza ai quali si aggiunge etanolo per bloccare la fermentazione.
Il Marsala conciato deve essere anche esso sottoposto ad invecchiamento per arrivare alla commercializzazione nei seguenti tipi:
Marsala Fine, minimo 1 anno di invecchiamento.
Marsala Superiore minimo 2 anni di invecchiamento
Marsala Superiore Riserva minimo 4 anni di invecchiamento.

La seconda distinzione deriva dai vitigni d’origine e dal colore:
Marsala Oro prodotto con uve Grillo e/o Catarratto e/o Ansonica (detto localmente Inzolia) e/o Damaschino, è vietata l’aggiunta di mosto cotto;
Marsala Ambra prodotto con uve Grillo e/o Catarratto e/o Ansonica (detto localmente Inzolia) e/o Damaschino, con aggiunta di mosto cotto superiore all’1%;
Marsala Rubino (in disuso) prodotto con Perricone (localmente chiamato Pignatello) e/o Nero d’Avola e/o Nerello mascalese e/o (fino al 30% delle uve impegnate in totale) le uve a bacca bianca previste per i Marsala Oro ed Ambra, è vietata l’aggiunta di mosto cotto.

La terza distinzione deriva del residuo zuccherino:
Marsala Secco con zuccheri inferiori a 40 gr. per litro;
Marsala Semisecco con zuccheri superiori a 40 gr. per litro e inferiori a 100 gr. per litro;
Marsala Dolce, con zuccheri superiori a 100 gr. per litro.

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Vigneto di grillo in Marsala/Cantina De Bartoli

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Vacanze romane

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Il vento di primavera mi ha portato qualche giorno a Roma dove, complice la salute precaria, ho assaggiato ben poco.
Un paio di punti fermi posso però metterli.
Il primo gastronomico: a Roma si mangia spesso, tanto e bene. Ai romani va riconosciuta la capacità del mondo contadino di un tempo di inventarsi piatti con poche risorse. Con quattro ingredienti ci fanno un menù: pasta, guanciale, pecorino, carciofi. E vai quindi di cacio e pepe, gricia, amatriciana, carbonara, carciofo alla romana e alla giudia.
In ottica mangereccia verace gli indirizzi romani davvero imperdibili sono due: Armando al Pantheon e Felice a Testaccio, ai quali aggiungerei in seconda battuta Da Enzo al 29 e Da Cesare al Casaletto.
Il secondo punto è che a Roma si beve molto peggio rispetto a come si mangia. Accanto a una noiosa lista di modernissimi Merlot e Cabernet più californiani che laziali, si trovano pochi autoctoni seri: il Grechetto e la Malvasia Puntinata (vedi quelli di Tenuta Le Quinte), l’Aleatico (vedi quello di Andrea Occhipinti) e il fuoriclasse Cesanese. Proprio di quest’ultimo i riferimenti per me sono i biodinamici di La Visciola e quelli di Damiano Ciolli. Entrambi producono dei Cesanese dal profilo leggero e votato alla bevibilità mentre molti produttori insistono con dubbie interpretazioni pachidermiche.
È stato coup de coeur con il Cesanese Silene 2014 di Damiano Ciolli, già sentito poco tempo fa al banchetto di Sorgentedelvino ma che ha trovato nella cucina di Armando al Pantheon la quadratura del cerchio.

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Damiano Ciolli – Cesanese Silene 2014
Nonostante sia il Cesanese base lo preferisco al più strutturato Cirsium, affinato in legno. Il Silene fermenta in acciao a temperatura controllata, affina un anno in cemento sulle fecce fini, viene imbottigliato e fatto riposare altri 6 mesi prima della vendita.
È rubino, scarico e limpido, profuma di frutti rossi maturi, macchia mediterranea, pepe. In bocca ha un ingresso gentile, mostra poi la spina acida, un centro bocca saporito e sapido, chiude in breve con ancora sentori di macchia. Un rosso fresco e per nulla banale, un’ottima conferma per quanto mi riguarda.

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Bruno Rocca: Rabajà 2013 e Riserva Currà 2012

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Da quando sono in commercio i Langhe Nebbiolo 2013 si è iniziato ad intuire tutte le potenzialità del millesimo che per i Barbaresco vedrà la luce nel corso del 2016 e per il Barolo nel 2017. Non bisognerebbe mai sbilanciarsi in anticipo sulla qualità delle annate ma diavolo com’è difficile bevendo i 2013 langhetti! Magari non farà il clamore che fece la 2010 che, pure ottima, è stata piuttostosto inflazionata dalla critica giornalistica. È una grande annata, punto. Una di quelle per cui il Consorzio dalla manica larga può giustamente spendere le 5 stelle.
The next big thing in Langhe!
A confermarmelo è uno dei primi assaggi da bottiglia dei Barbaresco 2013: il Rabajà 2013 di Bruno Rocca.
Da troppo tempo mancavo l’invito ad andare ad assaggiare i vini e così, appena un ritaglio di tempo ce l’ha permesso, io e il mio socio ci siamo fiondati in cantina accolti da Francesco Rocca. Su questo giovane vigneron, dico solo che ha una preparazione e voglia di mettersi in gioco fuori dal comune. È un innamorato della vigna, conoscitore della terra che gli dà da vivere. La seconda generazione, al timone della cantina di Bruno Rocca, è uno di quei rari cambi generazionali pienamente riusciti.

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N.B. La foto sopra si riferisce al Barbaresco classico 2013 ma ciò di cui parlo qui è il Rabajà 2013 (di cui ho perso la foto)
Bruno Rocca – Barbaresco Rabajà 2013
Il Rabajà 2013 è il riassunto della grande annata di cui sopra. Se fosse una sola parola sarebbe: finezza.
Il colore è rubino scarico e limpido, quasi fosse un nebbiolo di montagna. Francesco mi racconta che in macerazione ha lasciato gli acini il più possibile integri così da ottenere un’estrazione lenta e progressiva. I profumi confermano la timbrica classica ed elegante: frutti rossi e viola. In bocca è un vino cesellato, di una purezza stilistica cristallina, che nella prima metà di bocca pare quasi nascondere la sua grandezza ma poi fa voli pindarici nella seconda metà. Il tannino è giovane ed in evidenza ma minuto e continuo. Un Barbaresco che già oggi esprime l’eleganza nei sentori secondari, in prospettiva evolvendo e aggiungendo sentori terziari, sarà un capolavoro.
Acquistare in quantità e bere con calma negli anni a venire.

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Bruno Rocca – Barbaresco Riserva Currà 2012 (etichetta provvisoria)
Un altro assaggio notevole della serata è stato il nuovo Barbaresco Riserva Currà 2012, cru in Neive.
Color rubino intenso, al naso è ancora chiuso e per ora svela sentori terrosi, di radice e un accenno vegetale. In bocca gioca più sulla sostanza rispetto al precedente: tannini vivi e in evidenza, sorso pieno e vigoroso, sapido, con un grande allungo finale. Un’interpretazione tradizionale che dona un vino oggi ancora infante ma che crescerà parecchio, c’è da scommetterci.
Acquistare e iniziare a stappare tra una decina d’anni.

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Della cena al Fra Fiusch di Moncalieri e del Nebbiolo di Principiano

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Inizia il 2016 ed è tempo di bilanci: nell’anno appena concluso la miglior tavola provata è quella de La Taverna di Fra Fiusch in frazione Revigliasco di Moncalieri. L’ambiente è caldo e accogliente, non troppo formale e fa subito intuire che si bada più alla sostanza che all’apparenza, sedendosi nella veranda con ampie vetrate al piano superiore si gode una bella vista sulle colline sottostanti. Ho provato i due menù proposti in carta (rispettivamente 35 euro e 45 euro) con cui si assaggiano quasi tutti i piatti del locale. Tra questi segnalo l’insalata tiepida di porcini e pesche, un antipasto sublime, gli agnolotti d’asino al Barbera, finalmente non si lesina sulla quantità del fondo vinoso, il piccione cotto al sangue, tenerissimo, ed infine la finanziera, una versione definitiva del piatto, da sola vale il viaggio.

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Porcini e pesche

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Agnolotti d'asino al Barbera

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Finanziera

Ad accompagnare tutto questo ben di Dio è venuto in soccorso un Nebbiolo langhetto di grande stoffa: il Coste 2013 di Ferdinando Principiano. Il produttore di Monforte non ha bisogno di presentazioni, i suoi vini hanno cambiato stile nel corso degli anni passando dal moderno spinto degli anni ’90 in cui macerazioni brevi e barriques la facevano da padrone, al lavoro certosino in vigna con rese per ceppo estremamente contenute negli anni 2000, all’approdo odierno: uno stile non interventista sia in vigna che in cantina, che dona vini sinceri, autentiche cartine tornasole dell’annata, nel bene e nel male.

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Ferdinando Principiano – Langhe Nebbiolo Coste 2013
Color rubino senza cedimenti, il naso è di frutti rossi, appena vegetale e pepato. In bocca com’era prevedibile è giovane sia nei sentori che nella dinamica gustativa: ancora frutti rossi croccanti, tannini in evidenza sia per quantità ma soprattutto per qualità, fini e gustosi.
Un Langhe Nebbiolo molto buono già oggi ma ottimo tra qualche anno. Se questa è la materia, aumentano ulteriormente le aspettative per i Barolo 2013, annata da non perdere.

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I migliori vini bevuti nel 2015

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Eccoci all’annuale lista dei migliori assaggi di questo 2015 che volge al termine. Tre nomi secchi, tre grandi vini.

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Qui il POST
La bollicina del 2015 è quella fine e giocosa del Lambrusco Radice 2013 di Paltrinieri, rifermentato in bottiglia. Secco, decisamente fresco, con sentori d’agrumi e frutti rossi croccanti. Un Lambrusco di Sorbara con gli attributi, a meno di 10 euro.

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Qui il POST
Il bianco dell’anno è un incredibile assaggio fatto su quel lembo di roccia vulcanica nell’Egeo chiamata Santorini, dove nell’estate 2015 ho lasciato un pezzo di cuore: il Nychteri 2014 di Domaine Sigalas. Un vino da vendemmia tardiva di uve Assyrtiko, lasciato affinare 30 mesi sui propri lieviti con bâtonnage. Al fruttato maturo si unisce una sapidità intensa, è morbido e salato, in equilibrio perfetto. Sui 30 euro, ben spesi.

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Qui il POST
Sarà genetica, sarà provincialismo, ma il rosso dell’anno è ancora una volta un nebbiolo, questa volta della Valle d’Aosta: il clamoroso Donnas Vieilles Vignes 2010 della Cave de Donnas. Un nebbiolo di montagna, di un’eleganza mai riscontrata nei valdostani fin’ora, dal sorso saporito e sapido, lunghissimo. Costa circa 15 euro ma dato il numero esiguo di bottiglie prodotte pare ormai irreperibile.
A metà gennaio sarò in Valle e Cave de Donnas è già nel mirino.

AUGURI!!!

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‘A Rina 2013 di Girolamo Russo o dei vini nordici dell’Etna

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Per quel poco che ho assaggiato dei vini della muntagna mi pare d’aver capito che esulano dal contesto regionale siciliano. Nulla hanno a che fare, se bianchi, con il Grillo e l’Inzolia, men che meno, se rossi, con il Nero d’Avola, il Perricone ed il Frappato.
Allora andrebbero presi di per sè e bevuti esclusivamente alla cieca, così da capire che gli Etna Bianco e gli Etna Rosso sono altro rispetto alla comune idea di vino siciliano. Le interpretazioni degli autoctoni più rigorose, i bianchi da carricante ed i rossi da nerello mascalese e cappuccio, sono più affini a vini di regioni nordiche che a quella in cui originano, a due passi dall’Africa. Sono vini che hanno, se così si può dire, una tipicità nell’atipicità.
Su questa linea si attesta quello che è probabilmente il miglior Etna Rosso per rapporto qualità/prezzo ovvero l’A Rina di Girolamo Russo. La piccola produzione, 15 mila bottiglie totali con 5 vini, è a Passopisciaro in Castiglione di Sicilia, condotta a regime biologico dal bravo Giuseppe Russo.

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Girolamo Russo – Etna Rosso ‘A Rina 2013

Da uve nerello mascalese con saldo di nerello cappuccio, questo 2013 è ancor più nordico delle annate precedenti: nella veste rubino scarico racchiude profumi di frutti rossi appena maturi, sentori vegetali, una nota ferrosa accennata e toni speziati, pepati e lievemente boisè, di grande eleganza. Il sorso è ben diritto, molto fresco e sapido, l’alcol per nulla percettibile e il tannino già ora splendidamente integrato. L’ A Rina 2013 non stanca il palato e invoglia continuamente a riberlo, da non farsi mancare in cantina per un vero appassionato dei vini dell’Etna, che hanno un piede in Sicilia e uno ben più a nord.

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Lambrusco di Sorbara Radice di Paltrinieri

Da un paio di giorni siamo nel panico perchè l’OMS ha inserito la carne rossa lavorata nella categoria dei cibi cancerogeni. Addio insaccati, salumi di ogni tipo, culatello, mortadella e quant’altro. Insomma una vera tragedia ma io abito in Piemonte e quindi posso solo immaginare i pensieri che passano nella testa di chi abita nel tringolo del maiale tra Parma, Modena e Mantova. Una terra con prodotti enogastronomici di livello mondiale, tristemente in balia delle fobie che fanno oscillare il mercato. Accadde anche per il vino di quelle terre, il Lambrusco, relegato a vino da discount di quart’ordine, venduto a prezzi da fame, si è guadagnato la brutta fama di vino scadente.
Ma i tempi cambiano ed oggi non ci si deve più vergognare a portare una buona bottiglia di Lambrusco ad una cena fra amici. Buona, è ovvio, perchè le ciofeche da discount non sono certo sparite (ma d’altronde trovate anche il Barolo a €9.99).
Nel caso vogliate tentare l’esperimento questo è uno dei Lambusco che preferisco, una vera istituzione: il Radice di Paltrinieri.

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Paltrinieri – Lambrusco di Sorbara Radice 2013
Il Radice 2013 è rosa tenue da manuale AIS, con una bolla abbastanza fine e continua, profuma di fruttini rossi freschi, viola ed agrumi. In bocca non è arrotondato dal residuo zuccherino che spesso si trova nei Lambrusco facili, è secco, molto fresco e la bolla si fa sentire. Se non fosse per la leggerezza del sorso, ci si confonderebbe facilmente con un rosè metodo classico ben più blasonato, anche perchè lascia una invidiabile scia salata sul finale. Insomma questo Sorbara in purezza costa circa 8 euro ed è un best buy clamoroso.

P.S. Anche l’alcol è nella lista dell’OMS da un bel pezzo, però non c’è mai uno a ricordare che è la dose a fare il veleno.

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Della sera in cui la Barbera Monleale del tortonese asfaltò Asti e Alba

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Vigneti Massa – Colli Tortonesi Monleale 2009

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Giacomo Conterno – Barbera d’Alba Cascina Francia 2011

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Coppo – Barbera d’Asti Pomorosso 2011

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Olim Bauda – Barbera d’Asti Superiore Nizza 2011

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Marchesi Alfieri – Barbera d’Asti La Tota 2013

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Vietti – Barbera d’Alba Tre Vigne 2013

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