Il Barolo 2011 di Cascina Fontana o del fiato del Barolo

Ormai parecchie settimane fa siamo tornati a cena alla Locanda Fontanazza di La Morra, un luogo del cuore. Per l’occasione dopo il buon Roero Arneis Luèt 2015 di Cascina Val del Prete, con frutta gialla molto matura, fieno e una certa rusticità in bocca, abbiamo bevuto uno dei pochi Barolo 2011 davvero grandi: quello di Cascina Fontana. Se Bartolo Mascarello e Gino Veronelli fossero vivi abrebbero di che gioire di fronte ad un bicchiere di Barolo di Mario Fontana. Niente di artificiale, nessun sentore di vaniglia, caffè o cacao, nessun colore impenetrabile, nessun tannino addomesticato. Semplicemente un Barolo figlio di un’annata calda, la 2011, che fino a poco tempo fa mettevo un gradino sotto alla successiva (anche lei calda) 2012. Il Barolo di Mario Fontana, ben descritto in contro-etichetta, è frutto dell’assemblaggio di diversi vigneti nei comuni di Barolo e La Morra, com’era uso comune in Langa prima degli anni ’60.

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Cascina Fontana – Barolo 2011
Al naso ha il fiato del Barolo, come direbbe sempre Veronelli, ha note lievi di cenere, di camino spento. In bocca non manca d’acidità e di una stratificazione di sentori rara per l’annata: ciliegia, marmellata di rose, balsamicità, e poi il tannino splendidamente estratto, vivissimo, fine e continuo.
Ad alcuni potrebbe sembrare un Barolo d’altri tempi, e forse è vero, ma tempi migliori per chi ama davvero questo vino. Se lo trovate in carta non abbiate dubbi e prendetelo, vi rinfrancherà con un millesimo spesso bistrattato.

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Della cena al Fra Fiusch di Moncalieri e del Nebbiolo di Principiano

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Inizia il 2016 ed è tempo di bilanci: nell’anno appena concluso la miglior tavola provata è quella de La Taverna di Fra Fiusch in frazione Revigliasco di Moncalieri. L’ambiente è caldo e accogliente, non troppo formale e fa subito intuire che si bada più alla sostanza che all’apparenza, sedendosi nella veranda con ampie vetrate al piano superiore si gode una bella vista sulle colline sottostanti. Ho provato i due menù proposti in carta (rispettivamente 35 euro e 45 euro) con cui si assaggiano quasi tutti i piatti del locale. Tra questi segnalo l’insalata tiepida di porcini e pesche, un antipasto sublime, gli agnolotti d’asino al Barbera, finalmente non si lesina sulla quantità del fondo vinoso, il piccione cotto al sangue, tenerissimo, ed infine la finanziera, una versione definitiva del piatto, da sola vale il viaggio.

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Porcini e pesche

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Agnolotti d'asino al Barbera

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Finanziera

Ad accompagnare tutto questo ben di Dio è venuto in soccorso un Nebbiolo langhetto di grande stoffa: il Coste 2013 di Ferdinando Principiano. Il produttore di Monforte non ha bisogno di presentazioni, i suoi vini hanno cambiato stile nel corso degli anni passando dal moderno spinto degli anni ’90 in cui macerazioni brevi e barriques la facevano da padrone, al lavoro certosino in vigna con rese per ceppo estremamente contenute negli anni 2000, all’approdo odierno: uno stile non interventista sia in vigna che in cantina, che dona vini sinceri, autentiche cartine tornasole dell’annata, nel bene e nel male.

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Ferdinando Principiano – Langhe Nebbiolo Coste 2013
Color rubino senza cedimenti, il naso è di frutti rossi, appena vegetale e pepato. In bocca com’era prevedibile è giovane sia nei sentori che nella dinamica gustativa: ancora frutti rossi croccanti, tannini in evidenza sia per quantità ma soprattutto per qualità, fini e gustosi.
Un Langhe Nebbiolo molto buono già oggi ma ottimo tra qualche anno. Se questa è la materia, aumentano ulteriormente le aspettative per i Barolo 2013, annata da non perdere.

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Io, Barolo la Nuit 2015: tre grandi Barolo da comuni minori

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La sera del 30 maggio 2015, a fine primavera, il Castello di Roddi ospitava l’annuale evento del consorzio Strada del Barolo: Io, Barolo la Nuit 2015.

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Tra i castelli di Langa quello di Roddi è uno dei meno conosciuti ma al contempo uno dei più affascinanti, merita certamente una sosta. A fine maggio nel cortile del Castello la degustazione (informale) chiedeva già le maniche corte e i tigli in fiore addolcivano l’aria dell’estate alle porte. Decine i produttori partecipanti e vini in libera degustazione. Tutti (o quasi) allineati nel presentare al banchetto l’ultimo nato, il loro Barolo 2011.
Annata buona, che ha dato vini dal facile approccio anche in gioventù, con il frutto maturo ben in evidenza. I Barolo 2011 sono splendidi da bere ora e nel prossimo decennio ma generalmente non hanno la caratura per sfidare il tempo come nei grandi millesimi. La caratteristica interessante della degustazione era che molti Barolo provenivano da tre comuni minori della denominazione: Novello, Verduno, Roddi. Fa bene di tanto in tanto ricordare che accanto ai cinque paesi più noti (Castiglione Falletto, La Morra, Barolo, Monforte, Serralunga) ne troviamo altri sei (Novello, Verduno, Roddi, Grinzane Cavour, Diano, Cherasco).
Sul sito del Consorzio di Tutela si trovano tutte le informazioni riguardandi la denominazione ma per un focus dettagliato sulla zona del Barolo e sui suoi cru affidatevi al nuovo libro MGA di Masnaghetti, una vera Bibbia sul tema.
Io nel mio piccolo vi segnalo tre assaggi di splendidi Barolo 2011 da vigneti in Novello, Roddi e Verduno.

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Cadia – Barolo Monvigliero 2011
Barolo di Verduno fino al midollo, di grandissima finezza, giocato su un’estrazione del frutto millimetrica. Entra in bocca avvelgendola con un frutto scuro, molto saporito, vena sapida, tannino ancor vigoroso e minuto, lunga persistenza.

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Negretti – Barolo Mirau 2011
Arriva dal Bricco Ambrogio di Roddi uno dei Barolo che più rimandano all’uva mai bevuti. Il frutto in bocca è ancora masticabile, muscolare, legno non percepito. Più esuberante e meno preciso del precedente è giocato su una vincente semplicità. A tavola potrà accompagnare il cibo con una disinvoltura inusuale per un Barolo.

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Le Strette – Barolo Corini Pallaretta 2011
Prima uscita per questo Barolo e probabilmente la prima vinificazione separata di sempre per questo vigneto di Novello.
La materia è tanta ma di qualità eccelsa, ha ancora una quota di legno da saldare e poi sarà puro godimento. Frutti ben maturi, tannino grintoso e una scia minerale per un allungo gustosissimo. Una grande scoperta, da comprare a mani basse.

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Il Roero Bricco Medica 2011 alla Fontanazza di La Morra

Qualche settimana fa si è andati per la prima volta alla Locanda Fontanazza a La Morra. Scelta che ha convinto in pieno tutti i presenti, sia per il luogo magnifico, con una gran vista sulle colline langhette, sia per l’impostazione della cena che definirei casual. Abbiamo trovato ovviamente i classici di Langa, vitello tonnato e carne cruda, tajarin e plin, ma siamo stati sorpresi dal baccalà accomodato (da urlo) e da una pancetta arrostita che si scioglie in bocca. E per dessert un geniale gelato all’olio d’oliva, scaglie di cioccolato e sale. Tovagliette di carta easy e finale con caffè direttamente dalla moka.
Applausi poi per l’Olio a disposizione dei commensali: il Tumaì, monocultivar Taggiasca, di Anfosso (Chiusavecchia – Imperia) semplicemente spettacolare.
Si è bevuto molto bene, pescando da una carta dei vini furba, non troppo ricca e giustamente nebbiolocentrica.

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Cascina Val del Prete – Roero Bricco Medica 2011

Il Roero Bricco Medica 2011 di Cascina Val del Prete è stato il nostro fido compagno a tavola. Mario Roagna ha tirato fuori il meglio dai suoi nebbioli, anche in questa annata calda. Nel rubino intenso c’è il frutto maturo che ha però mantenuto una certa freschezza. Ciliegie e rosa macerata, 14.5% di alcol non percepiti. Il tannino, vivo e di splendida fattura, avrebbe voluto qualche anno in più per addolcirsi. Ma va bene così, si torna a casa col sorriso con vini di questa stoffa, semplici e saporiti, perfetti sempre, dal pic-nic alla cena stellata. In carta alla Fontanazza a 19 euro.

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Non mi è piaciuto un Barolo di Giuseppe Mascarello. Si può dire vero?

Non mi è piaciuto un Barolo di Giuseppe Mascarello. Si può dire vero?

Premessa: che dalla cantina Giuseppe Mascarello siano usciti (e continuino ad uscire) grandi vini è chiaro a tutti, basta citare il Monprivato per far scattare la scintilla in ogni vero amante del Barolo; ne è conferma l’entusiasmante verticale che poco tempo fa gli ha dedicato il team di Winezone nel Castello di Barolo.
Detto questo ho bevuto più volte il loro Barolo base 2009, che esce con la dicitura Barolo Dai Vigneti di Proprietà e sono rimasto davvero deluso. Ovvio non è uno dei loro single vineyard (Villero, Santo Stefano di Perno, Monprivato) ma viene prodotto unendo le uve di questi tre in annate minori, tra cui la 2009 di cui parlo qui. È uscito sul mercato alla modica cifra di 40 euro ed è andato esaurito in breve tempo, un po’ come tutti i vini del produttore. Un piccolo scandalo se penso ad alcuni Barolo 2009, francamente molto più buoni di questo e venduti a fatica nonostante un prezzo molto inferiore. Un chiaro esempio di acquirenti di etichette anzichè di vino.
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Giuseppe Mascarello – Barolo Dai Vigneti di Proprietà 2009
Il colore è classico e invitante, rubino scarico e luminoso, di media consistenza. Il naso pare subito in difficoltà, scarno: ciliegia sotto spirito e poco altro. Anche in bocca il frutto stenta ad emergere, poca polpa accanto ad un tannino secco ed asciugante. In definitiva, per il sottoscritto una bella delusione.
È proprio questo l’aspetto che mi piace meno dei loro vini, perchè accanto a capolavori assoluti si trovano vini che non hanno alcuna giustificazione per il prezzo che hanno, come con questo Barolo 2009 Dai Vigneti di Proprietà. E la costanza qualitativa non è un fattore secondario perchè fa di un buon produttore un grande produttore e soprattutto mi dà sicurezza nel metter mano al portafogli per acquistarne il vino.

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Tiriamo le somme: i migliori del 2014

Tiriamo le somme: i migliori del 2014

La solità difficoltà di scegliere i migliori assaggi del 2014 che sta per concludersi quest’anno è ancora più forte per la mole di bottiglie stappate. Partiamo dalle bollicine:

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Il mio spumante dell’anno è il Franciacorta Dosaggio Zero Rosè di Andrea Arici. Sia chiaro, in mezzo a tanta Francia eccelsa stappata è un voto più di pancia che di testa. Ma questo rosè 100% pinot noir dal colore intenso, aranciato, ha una bocca tesa, vinosa e con una bollicina poco invadente. Insomma mi è piaciuto moltissimo, da berne a secchi. Di Franciacorta così saporiti se ne vedono pochi in giro.

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Qui il POST
Tra i bianchi il Villa Bucci 2006 di Ampelio Bucci svetta con la sua eleganza intrinseca, naturalissima, ancora in fase di crescita ma già giunta ad un livello clamoroso: è un grande Verdicchio, il migliore che abbia mai bevuto. Una punta di diamante tra i bianchi italiani.

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Qui il POST
Il miglior rosso bevuto quest’anno per me è il Barolo 2010 di Bartolo Mascarello. Un po’ perchè mi piace vincere facile ma soprattutto perchè una stoffa così in pochi ce l’avranno mai. E questo giustifica tutto, il prezzo che è salito leggermente (ma siamo sui 50 euro, ben fuori dai folli listini targati Barolo 2010) e il limite nell’acquisto a sei bottiglie sei in cantina. A parlare nel bicchiere sono le vigne da cui vengono i nebbioli, piantate nei posti giusti, gli stessi di un secolo fa, prima delle menzioni geografiche aggiuntive e dei mille disciplinari strampalati.

AUGURI!!!

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Nebbiolata agli Albesani di Neive

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Massolino – Barolo Riserva Vigna Rionda 2004
Ferdinando Principiano – Barolo Boscareto 2005
Massolino – Barolo Riserva Vigna Rionda 2008
Aldo Conterno – Barolo Bussia 2000
Bovio – Barolo Gattera 2008
Caves Cooperatives de Donnas – Donnas 2010
Poderi Colla – Barolo Bussia 2008
Barbaglia – Boca 2010
Cigliuti – Barbaresco Serraboella 2005
Luciano Sandrone – Nebbiolo d’Alba Valmaggiore 2009
Fattoria San Giuliano – Barbaresco 1999
Ermanno Costa – Roero 2009
Conterno Fantino – Barolo Parussi 2001

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Barolo Boys, quale Barolo?

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Link al documentario

Ho finito ora di vedere il documentario Barolo Boys. Per chi abita queste terre o ne ama il vino è imperdibile. La questione fondamentale e rimasta senza risposta è: qual è l’identità del Barolo?
Io ho la mia idea e mi ha fatto compagnia guardando il video.

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Bartolo Mascarello Barolo 2010

Se volete sapere cos’è il Barolo salite in paese e suonate al 15 di via Roma. Davanti vi si apre la storia della vitivinicoltura di Langa e di questo vino straordinario.
La cantina è nata nel 1918 per volere di Giulio Mascarello che con un po’ di follia (come sempre accade per i geni) decise di rischiare ed imbottigliare il vino prodotto dai suoi 4 ettari di vigneti anzichè vendere le uve alle grandi cantine o ai negociant di Alba come facevano tutti i piccoli viticoltori.
Una scommessa vinta ed il testimone è passato negli anni da Giulio al figlio Bartolo ed oggi alla nipote Maria Teresa.
Piccoli viticoltori, dicevamo, e in ogni dove si rimarca la differenza dell’artigianalità della loro produzione rispetto alla concezione di imprenditore agricolo: oggi gli ettari di proprietà sono 5 e le lavorazioni in vigna ed in cantina sono praticamente identiche a quelle di inizio ‘900.
Anche i vini sono gli stessi: mediamente 30.000 bottiglie in tutto di cui metà di Barolo poi 6.000 di Barbera, 6.000 di Dolcetto, 2.000 di Nebbiolo e 1.800 di Freisa.

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I vigneti sono nei cru di:
San Lorenzo, piantato a barbera e nebbiolo;
Cannubi, a nebbiolo;
Ruè, coltivato a dolcetto e nebbiolo, con i terreni più argillosi, produce vini strutturati e tannici;
Rocche dell’Annunziata in La Morra, l’unico vigneto di proprietà al di fuori del comune di Barolo, piantato a nebbiolo.

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Durante la vendemmia l’uva giunge in cantina il più sana possibile, dopo esser stata accuratamente cernita in vigna. Con il dolcetto, che è il primo ad essere vendemmiato, viene fatto un pied de cuve di soli lieviti indigeni che dà l’avvio alla fermentazione. Le vasche di fermentazione sono in cemento e legno e vengono fatti due soli rimontaggi giornalieri per circa 15 giorni, quindi si prosegue la lunga macerazione la cui durata varia a seconda delle annate. Dopo la svinatura si trasferisce il vino in grandi botti di rovere di Slavonia. Qui l’affinamento dura 9 mesi per Dolcetto, Freisa e Nebbiolo, 21 mesi per la Barbera, 33 mesi per il Barolo.
Tutto si svolge lentamente, con un filo guida non interventista che permette ai vini di esprimersi nel tempo con la propria timbrica.

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Tra i vini assaggiati la Barbera d’Alba 2012 è di spiccata freschezza e ancora un po’ scomposta, suggerisce di consentirle sostare ancora in bottiglia. La Freisa 2012 parte ridotta al naso ma si riprende ossigenandosi e mostra un sorso di frutti di bosco, di lampone, vivacizzato da una carbonica ben presente. Il Dolcetto d’Alba 2013 è stupendo, un vino con un fruttato goloso e persistente, leggero d’alcool e di grande bevibilità.
E poi tocca al Barolo
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Bartolo Mascarello – Barolo 2010
Le uve dei quattro cru Cannubi, San Lorenzo, Ruè e Rocche dell’Annunziata hanno fermentato e macerato insieme dal 20 ottobre 2010 per 56 giorni, probabilmente la macerazione più lunga nella storia della cantina. Dopo il lento affinamento nei grandi legni di cui sopra, ne è venuto fuori un vino monumentale.
L’acidità precisa rende fresco il sorso, il tannino è fine ed abbondante, si percepisce da cima a fondo palato. Ha forza ed eleganza. Anche se ogni vino, addirittura ogni bottiglia, fa storia a sè, viene naturale cercare un confronto con altri riferimenti. E qui, per dire, si sussurra il paragone con il giovane Barolo 1989 di Bartolo. Dunque il consiglio è questo, costi quel che costi: metterne via il più possibile, lasciarlo crescere in cantina e stappare con estrema calma per i prossimi 50 anni.

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A proposito di un grande Nebbiolo

Nessun dubbio, questo è il miglior vino base nebbiolo bevuto da inizio anno. E dire che di belle bottiglie fin’ora ce ne sono state parecchie tra Barolo, Barbaresco, Roero, Nord Piemonte, Val d’Aosta e Valtellina. Poi un grande Nebbiolo uno si aspetta di berlo in inverno, al massimo inizio primavera e invece questa bottiglia aperta pochi giorni fa si è posizionata di peso in cima alle mie preferenze. Un’ode sussurata al vitigno nebbiolo: profuma di viola, lampone, fragola e una macinata di pepe; in bocca è di croccante freschezza, il sorso è agrumato, il tannino minuto è cesellato come una carezza sul palato, chiude goloso su sentori di liquirizia. Un vino apparentemente di poca consistenza ma con un ventaglio aromatico e una piacevolezza di beva sconcertanti.

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Viene dalle ripide sabbie di Valmaggiore in Vezza d’Alba, grand cru del Roero.

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Lo producono i Brovia di Castiglione Falletto. Giacinto Brovia è scomparso pochi giorni fa, quale miglior ricordo dell’eleganza e della leggerezza del suo Nebbiolo d’Alba.
La bottiglia in questione la trovate al ridicolo prezzo di una ventina di euro, ci siamo capiti.

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